MAX DU VEUZIT.
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LA CONTESSINA.
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1959. Casa Editrice A. Salani, FIRENZE.
Colloezione: I romanzi della rosa.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Matrimonio e libert sono due termini apparentemente inconciliabili, anche se Filippo d'Armons fa della libert, continua e assoluta, la condizione indispensabile del matrimonio.
Da questa situazione paradossale sorgono mille vicende che si snodano rapide e ricche di imprevisti colpi di scena, in questo romanzo, del quale il vero protagonista, sempre presente anche se spesso invisibile,  l'amore.
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L'AUTRICE.
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Max du Veuzit  il pseudonimo di Alphonsine Zphirine Vavasseur, nata a Petit-Quevilly il 29 ottobre 1876 e morta a Bois-Colombes il 15 aprile 1952. 
 stata una scrittrice di lingua francese, autrice di molti romanzi sentimentali di grande successo. 
Nel 1902, fu ammessa alla Socit des Gens de Lettres. Sempre nel 1902 fu membro della Society of Dramatic Authors e della Society of Geography.
Fu nominata cavaliere della Legione d'Onore con decreto del 9 aprile 1952. Un premio letterario che porta il suo nome viene assegnato dalla Socit des Gens de Lettres all'autore del romanzo pi riprodotto degli ultimi quattro anni.
Si tratta di unautrice dalla produzione numerosa e di successo, anche se la critica ha dato poco lustro alle sue opere. 
Il suo pi appassionato lettore fu il marito, Franois Simonet, che la incoraggi sempre a scrivere e fu anche colui che le sugger lo pseudonimo con cui Alphonsine divent poi famosa. Scrisse oltre 40 romanzi e alcune opere teatrali e, pur essendo una fervente cattolica scrisse opere giudicate allepoca quasi audaci, al punto da venir messe allindice dallabate Bethlem nel 1932 con laccusa di amoralit  accusa alla quale Alphonsine rispose intentando una causa, che vinse, contro il religioso.
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La contessina.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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- Filippo, ragazzo mio, vuoi esaminare s o no
con seriet la mia proposta? La tua cocciutaggine
finir col provocare una catastrofe! -
La voce supplichevole della vecchia signora fece
trasalire il conte.
L'alta figura di lui, rimasto a meditare dopo il
pranzo curvo sui tizzoni del grande camino, si raddrizz.
- Non riesco a seguirvi su questo terreno, mamma.
E del resto, come potrei credere a una simile
proposta?
- Ti ho spiegato che il notaro Garnier, che ci
 affezionato,  sicuro dei vantaggi enunciati. Egli
ha detto: Moltissimi milioni!.
-  una cosa inverosimile.
- Se non ci credi, parla con lui; cos intanto
ti confermer che noi siamo sull'orlo della rovina.
- Lo so.
- S, ma ti dir anche che il tuo disgraziato fratello
non sa pi da che parte voltarsi... Quell'affare
del petrolio gli ha inghiottito tutto... tutto,
anche la dote di sua moglie. Eppure Carlo mi diceva
anche la settimana scorsa che, se avesse dei
fondi, continuerebbe le ricerche perch  sicuro che
c' del petrolio alle Capanne Rosse. Infatti ne ha
trovato.
- S, ma in quantit minima.
- Perch i suoi mezzi sono limitati. Ci vorrebbe
qualche persona che garantisse per lui. -
Filippo d'Armons fece un gesto d'indignazione.
- Dopo aver finito tutto quel che possedeva, metterebbe
a rischio il denaro degli altri. Sarebbe da
pazzi! -
Ma la madre prese con calore le difese dell'assente,
e con voce dolce osserv, convinta:
- Carlo  un uomo onesto. Se dice che c' del
petrolio, vuol dire che ce n'.  una disgrazia per
lui e per noi tutti che non possa continuare le ricerche.
- E allora, per alimentare la sua mania, voi mi
dite: Spsati?
- No, Filippo, non per offrire un vantaggio a
tuo fratello io ti propongo questa nuova unione,
ma soprattutto nell' interesse del tuo nome e del
tuo avvenire.
- A me basta tanto poco per vivere; vender
Orfay se sar necessario! -
La vecchia signora guard suo figlio con tristezza.
La noncuranza di quel ragazzo che non sapeva
lottare contro le difficolt della vita, le faceva male:
somigliava proprio tutto a suo padre.
Il conte era stato per tutta la vita un uomo leggero
ed egoista che non aveva mai saputo contare
il denaro e si era trovato presto in condizioni finanziarie
molto difficili.
Aveva educato i figli con la stessa leggerezza; perci
non era tutta colpa loro se, bench dotati di
un bel nome e di una buona istruzione, non sapevano
approfittarne e riuscire come riuscivano senza
difficolt tanti altri meno dotati di loro, ma pi
energici.
La mente della madre ripensava all'ultima frase.
- Vendere Orfay! - ella protest. - E quando
avrai pagato i tuoi debiti a destra e a sinistra, credi
che ti rester abbastanza per vegetare nella bicocca
dei Salici ove alloggia ora il tuo guardacaccia? Ragiona
un po', prima di dire delle sciocchezze.
- Il mio sogno sarebbe di andarmene, di espatriare.
Vorrei visitare l'india e la Cina.
- Per essere esploratore e archeologo com' la
tua passione, ci vogliono denari. Tu non ne hai e
io te li offro. -
Filippo alz le spalle con un gesto stanco.
- Il vostro mezzo per avere quel denaro mi ripugna, -
egli osserv con amarezza. - Sposarmi
in simili condizioni  nauseante! Non capisco come
possiate incoraggiarmi a questo. -
Con un gesto della mano, la madre parve volesse
fermare dei rimproveri irriverenti sulle labbra del
figlio.
- Prima di giudicarmi, Filippo, hai riflettuto
che io, per procurarti una giovinezza onorata, per
mantenere al nostro nome, al tuo, un po'dello
splendore del quale  sempre stato circondato, ho
sacrificato tutta la mia ricchezza personale, tutti i
miei gioielli, tutti gli oggetti di valore che mi appartenevano?
Vostro padre mi lasci in una condizione
imbrogliatissima; e io dovetti far fronte a
infinite difficolt. Voi eravate piccoli... tu specialmente.
Bisognava allevarvi, farvi istruire. Non volli
mai contrariare le vostre vocazioni; ti piacque andare
alla scuola di Chartres e ci andasti. Ma ora,
sono senza risorse; le nostre terre sono ipotecate al
disopra del loro valore, e i creditori mi perseguitano
al punto che anche i nostri domestici conoscono
benissimo il vero stato di cose.
- Se mio fratello non avesse intrapreso quelle
trivellazioni ridicole e costose, avrebbe potuto aiutarvi
un poco.
- Tuo fratello ha la moglie sempre malata e tre
bambine da mantenere; ma  stato tanto generoso
con me, che devo proprio a lui se son potuta andare
avanti fino a ora. Non voglio farti dei rimproveri,
Filippo caro, ma senza accorgertene, tu sei
vissuto fin qui come un ragazzo, senza guardare in
faccia le esigenze della vita. -
Il conte ebbe un gesto di protesta
- Ho desiderato tante volte di esservi utile, mamma;
ma appena maggiorenne, trovai Orfay gi piena
di ipoteche e non potei far altro che rinnovare quei
maledetti fogli.
- Trovasti Orfay come la lasci tuo padre.
- Lo so, lo so. Quando mi sposai...
- Il tuo matrimonio fu una grande sciocchezza,
mio caro.
- Mamma, per favore, - egli preg con un'improvvisa
espressione dolorosa nel viso.
Ella scosse la testa con tristezza
- Giacomina era una brava figliuola, e io l'ho
amata sinceramente, - ella rispose. - Bisogna
bene parlarne, povero ragazzo mio. Prima del tuo
matrimonio ti supplicai di concludere un'unione
vantaggiosa che ti permettesse di rimettere a galla
la barca rovinata dei d'Armons. Tu invece ti ostinasti...
Amavi Giacomina e c'era da sperare che
suo zio, il comandante Sorelle, non la dimenticasse
nel suo testamento.
- E l'avrebbe fatto, se Giacomina fosse vissuta.
- Insomma, tu fosti irremovibile. Eravate due
ragazzi; io non volevo quel matrimonio irragionevole,
ma tu mi minacciasti di costringermi... cos
dovetti cedere, facendo per voi i pi duri sacrifici
perch non conosceste subito la miseria... Da allora
fui costretta a vivere di espedienti.
- Mamma cara, so quanto foste buona per noi.
-  naturalissimo da parte di una madre. Per,
Filippo, tu devi capire quanto sia penoso chiedere
per s... Ora io sono agli estremi, e ho paura dell'avvenire
non soltanto per me, ma anche per te e
per tuo fratello. Il notaro Garnier ha avuto un'idea
magnifica con questo matrimonio che ti salva dalla
miseria e ti rende ricco, ricchissimo! Giacch la
disgrazia volle che tu perdessi tua moglie qualche
mese dopo il matrimonio...
- La mia povera Giacomina! - gemette il conte
in un singhiozzo.
- Ma tu hai appena trent'anni; e ci che l'amore
t'imped di fare la prima volta, lo farai ora spinto
dalla riflessione.
- Io non ho mai pensato di potermi risposare! -
egli grid con orrore istintivo. - Pensate, le
ceneri della mia adorata moglie sono appena fredde,
e io dovrei...
- Povero ragazzo! - disse la madre impietosita.
- Ti torturo e risveglio in te crudeli ricordi.
Avrei voluto evitarti questa spiegazione, ma  necessaria.
Pi tardi, mi ringrazierai di aver fatto la
tua felicit.
- Oh, la mia felicit! D'ora in avanti  inutile
parlarne.
- Allora, per il momento parliamo della tua
tranquillit.
- La mia tranquillit materiale, se mai, mamma!
Perch voi non considerate niente i miei sentimenti
e i miei gusti. Sono appena sei mesi che
un'orribile febbre tifoidea rap mia moglie al mio
affetto e voi venite a parlarmi di un nuovo matrimonio...
- Perch se n' presentata l'occasione, non l'ho
cercata io.
- Un'altra che prenda il posto di Giacomina!
- No, non ho questa illusione. So che la povera
ragazza, di cui ti si propone la mano, sar un'intrusa
nel tuo cuore... ma sar la salvezza del tuo
nome, della tua stirpe e della tua vita, giacch ti
permetter di mantenere la tua condizione sociale
e di vivere onoratamente in mezzo ai tuoi.
- Ma dovr condividere la mia esistenza, e io
non ho il coraggio di sopportarlo.
- Un uomo onesto deve avere il coraggio di fare
il proprio dovere.
- Il mio dovere! Che amara derisione! Sposare
una donna perch  ricca, e con la certezza di renderla
infelice?
- Ma perch mai dovresti renderla infelice? Io
ti credo incapace di una simile disonest. Non si
pu dunque avere delle premure e delle gentilezze
per una donna che si stima e che ci porta l'agiatezza,
la vita assicurata largamente, senza preoccupazioni?
- Una donna con la quale bisogna vivere!...
Ella dovrebbe stare al mio fianco, respirare l'aria
di Orfay, muoversi nella stessa dimora della mia
morta adorata, in mezzo a tutto ci che me la ricorda...
- Eppure un giorno o l'altro dovrai bene risposarti...
perch tu non puoi vivere senza discendenti.
Il nostro nome non deve estinguersi e, siccome tuo
fratello ha soltanto delle femmine e sua moglie non
potr pi aver figliuoli, tocca a te il dovere di perpetuare
il nostro nome.
- Il dovere, voi dite. Quale dovere? Un nome
 una questione di pregiudizio...
- Non bestemmiare!
- Ma non  un dovere anche mantenere intatto
il ricordo degli scomparsi? Il culto dei morti  la
cosa pi sacra che esista al mondo ed  una legge
per tutti i popoli. Io ho giurato fedelt a Giacomina,
e per tutta la vita devo conservarle il suo posto e
non dare a un'altra i nomi e i diritti che spettano
a lei sola.
- Taci, tu divaghi! - rispose la vecchia signora
con compassione. - Prima dei doveri verso i morti,
ci sono i doveri verso i vivi; verso la tua stirpe,
verso tutti i tuoi discendenti. Tu parli dei diritti
di una morta? Pensa allora ai diritti di tutta la
lunga discendenza dei tuoi antenati... Parla con la
coscienza e non col cuore. -
Ella si alz e, mostrando col dito una dozzina di
quadri attaccati alle pareti, continu fremente di
ardore:
- Interrogali, chiedi loro consiglio! Il loro nome
deve dunque perire perch tu non hai il coraggio
di sposarti e di creare una famiglia? La casa deve
sprofondare nella vergogna dei processi e nel chiasso
dei creditori non pagati, mentre ti si offre un'ancora di salvezza, e basterebbe tu sacrificassi i tuoi
gusti personali per il bene di tutti? -
Filippo guardava sua madre, bella e come trasfigurata
nella sua esaltazione, la guardava, sconvolto
dalle sue parole che parevano rivolte a personaggi
realmente viventi.
- Mio figlio  debole - ella continu - perch
la sventura ha piegato la sua giovane fibra; ma voi,
prodi cavalieri che conoscete ora l'inutilit delle
passioni umane, non l'aiuterete col ricordo del vostro
valore guerriero e delle vostre virt familiari?
La casa sta per crollare; aiutatelo a salvarla! -
Ella congiunse le mani, supplichevole, piena di
vera fede nell'efficacia di quella preghiera rivolta
alle secolari anime dei morti.
- Calmatevi, mamma, ve ne prego, - disse il
conte abbracciandola. - Voi dite che la casa sta
per crollare e che io posso salvarla. Ebbene, sia
fatto dunque secondo il vostro desiderio. Immoler
il mio cuore e le mie aspirazioni per voi, per assicurare
la tranquillit della vostra vecchiaia.
- Filippo caro, lo sapevo che non mi sarei rivolta
invano al tuo cuore. -
Egli ebbe un triste sorriso.
- Voi siete tutto ci che mi attacca all'esistenza,
mamma... Senza voi credo che avrei seguito la mia
cara Giacomina.
- Figliuolo mio, non pensare a simili cose.
- In questi ultimi mesi ho avuto tante volte il
pensiero di morire; ma per voi, mamma, ho resistito.
Oggi voglio far violenza ai miei desiderii personali.
Mi sposer come voi volete.
- Grazie, Filippo. Vedrai, saremo felici.
- Non vi rallegrate troppo presto, mamma. Non
sono un eroe, e quando conoscer meglio il vostro
progetto, forse metter alcune condizioni.
- Non le esprimere prima di essere informato.
Il notaro Garnier verr a passare la serata con noi
e ti dir, lui stesso, di che cosa si tratta. -
Egli ebbe un sorriso triste.
- Quando mi mandaste il telegramma a Orfay
perch venissi subito a trovarvi, eravate dunque cos
sicura di decidermi, che avevate fissato anche un
colloquio col notaro Garnier?
- Sapevo che eravamo agli estremi, che bisognava
agire o precipitare, e avevo la speranza che
tu avresti preferito di salvarci.
- Era questa, allora, l'ultima carta?
- Giudicherai tu stesso. -
Non parlarono pi. La madre riprese il ricamo
che aveva abbandonato all'arrivo del figlio due ore
prima, e Filippo, con la testa nascosta tra le mani,
si mise a pensare dolorosamente al peso schiacciante
che gravava sulle sue spalle, gi cos curvate
dal lutto crudele.


Capitolo 2.

Erano le nove della mattina.
Un pallido sole d'autunno illuminava i muri bianchi
della Blanquette, vasto castello moderno, dagli
innumerevoli finestroni, la lunga terrazza con l'enorme
scalinata, le vetrate scintillanti.
Prima di continuare la sua strada, il visitatore
mattiniero, sceso allora alla stazione vicina dal rapido
di Parigi, si ferm e guard a lungo la ricca
dimora verso la quale era incamminato.
Darteuil aveva buon gusto. Perbacco, che bella
propriet! Dev'esser piacevole viverci... Scosse la
testa. E invece!... Quale dramma vi trover mai?
Se pure non  un'atroce commedia.
Stava per giungere ai piedi della scalinata, quando
un domestico in livrea gli venne incontro.
- Il notaro Savitri, senza dubbio? La signora
Darteuil l'attende. -
E, accompagnando il visitatore, l'uomo spieg:
- La signora non  potuta venire incontro al
signore, a cagione della signorina Darteuil... una
crisi... la povera ragazza, per dir la verit, ha perso
la testa. Il dottore dice che avrebbero dovuto internarla
da un pezzo. -
Il visitatore non rispose, ma osserv con una certa
diffidenza colui che si permetteva di dire il Suo parere
cos confidenzialmente sulla figlia di Darteuil.
Davanti al silenzio cauto del nuovo venuto, il servitore
soggiunse goffamente:
- La signora Darteuil lo dir da s al signore;
non si pu pi vivere accanto a quella poveretta...
senza contare che tra poco sar maggiorenne, e sarebbe
una vera disgrazia per tutti se si dovesse darle
la libert. -
Il signor Savitri trasal.
- Ah! - esclam. - La signora Darteuil dice
che sarebbe un vero disastro?
- Questo  il parere di tutti gli amici della signora
Darteuil e della signorina Edmea, - insist
l'uomo fissando il visitatore in modo strano.
- Un disastro? - ripet Savitri a mezza voce.
- Perbacco! Tanti milioni... in mano a una povera
pazza, mentre... farebbero tanto comodo... a
qualcun altro, senza dubbio.
- Senza dubbio, - balbett Savitri, fissando gli
occhi inquisitori in quelli del servitore.
- Non c' dubbio, - insist ancora pi balordamente
quest'ultimo.
- Oh, ma  impossibile! - mormor tra i denti
il visitatore.
Un lampo di soddisfazione illumin lo sguardo
del domestico.
- Il Cielo ha dato a ciascuno orecchie per udire
e occhi per vedere, - sentenzi.
Poi, la fiamma del suo sguardo si spense ed egli
ritorn ossequioso.
- Vado ad annunziare alla signora Darteuil l'arrivo
del signore. Ella sar molto contenta che il
signore si faccia un'idea da s per decidere. -
Stava per allontanarsi, quando Savitri con un
gesto lo richiam.
- Credo che siate molto affezionato alla vostra
padrona, amico mio... Mi piacciono i servitori affezionati.
- Darei la vita per la mia padrona, - rispose
l'uomo con gravit.
- Quale delle tre? - chiese bruscamente Savitri tendendo il collo.
Negli occhi dell'altro pass un lampo di terrore.
Per un attimo, parve all'uomo d'affari di vedere
una bestia inseguita senza via di scampo.
- Quale? - egli ripet.
Ma un rumore di passi, un fruscio, anzi, si fece
udire dietro la porta.
- La signora Darteuil  la migliore delle padrone,
- egli disse a voce alta. - Tutti l'adorano,
ed io le sono affezionatissimo. -
Egli parlava con fermezza, con calore, ma i suoi
occhi supplichevoli, fissi in quelli del visitatore,
parevano gridare qualcosa che la bocca non diceva.
La porta si apr, impedendo a Savitri di fare altre
domande. Una donna entr.
Poteva avere una cinquantina d'anni. Era abbastanza
alta e atticciata; i tratti del viso, che un
tempo dovevano essere stati belli, adesso erano deformati
dalla pinguedine, e tutta la sua persona
dava un'impressione di forza e di energia, molto
rara in una donna della sua condizione.
Il notaro Savitri s'inchin galantemente davanti
alla castellana, mentre il domestico, a un'occhiata
d'intelligenza della padrona, se ne andava.
- La vostra lettera mi ha dato un rimorso.
- Perch?
- Da mesi... anzi, da due anni non sono pi
venuto alla Blanquette, e ho rimorso di aver abbandonato
per tanto tempo la mia pupilla.
- Per calmare i vostri scrupoli vi dir che quella
povera figliuola non vi avrebbe riconosciuto...
perch  del tutto incosciente, ora.
- A questo punto?
-  pazza da legare, caro signore, e quel che 
peggio, pericolosa! Gorse mi diceva che avrebbe
gi dovuto firmare da un pezzo il certificato per
chiuderla in un manicomio.
- Ci che mi dite mi rattrista molto. Che dolore
per il mio povero amico se di Lass vede sua
figlia in tale stato!
- Ohim! - piagnucol la signora Darteuil.
- Il mio povero marito mi diceva tante volte che
Mietta lo preoccupava... la mamma di lei era nevrastenica...
Egli aveva una gran paura di quel
precedente da parte della madre.
- E davvero Darteuil aveva dei timori per questo? -
chiese Savitri sinceramente sorpreso.
- Purtroppo s, - ripet la vedova - era per
lui una crudele preoccupazione. -
Savitri non rispose. Ritornava col pensiero a otto
anni prima e rivedeva il suo amico Giovanni Darteuil sul letto di morte.
La bella testa del moribondo spiccava nel suo
ricordo, ancora piena d'intelligenza nonostante la
fine imminente, sullo sfondo dei lenzuoli candidi.
Gli pareva ancora di udire la sua voce debole che
gli comandava:
Ti affido Mietta. Mia moglie l'allever, ma io
la raccomando a te; faccio assegnamento su te per
vegliare sopra di lei...
E gli anni erano passati.
La vedova, che dapprima abitava a Parigi per la
maggior parte dell'anno, era venuta poi a stabilirsi
per sempre alla Blanquette, in mezzo a quelle Ardenne cos
belle e nello stesso tempo cos selvagge.
Per cinque anni Savitri aveva veduto di rado
Mietta... Ogni tanto una lettera della vedova gliene
dava notizia. Ma da due anni egli non aveva pi
fatto il viaggio per andare a vedere la figlia del suo
amico. E ora nella sua coscienza sorgeva un dubbio
orribile:
Aveva sorvegliato abbastanza la bambina che
Giovanni Darteuil gli aveva affidata? Poteva affermare
che la matrigna fosse stata una buona madre
per quell'orfanella?
Domanda angosciosa, poich quella donna era
madre anche di una figlia di qualche anno maggiore
a Mietta... di una figlia da accasare!
Edmea Perier egli pensa  nata dal primo
matrimonio della vedova... Giovanni Darteuil era
stato il secondo marito: il primo era un povero diavolo
di giornalista, morto senza lasciar nulla. Darteuil, invece,
era ricchissimo... Edmea Perier dunque
non possedeva nulla, mentre Mietta, gi ricca
da parte di sua madre, morta mettendola al mondo,
aveva visto il suo patrimonio triplicare dopo la morte
del padre.
Tutte queste idee si affollavano nella mente d
Savitri.
Forse fu un'allucinazione, oppure un oscuro presentimento
illumin a un tratto il suo intelletto?
La voce della vedova parve risonasse falsa alle sue
orecchie: tutte le sue lettere ricevute negli ultimi
anni concernenti Mietta, gli apparivano ora perfide
e false. Ecco che ora anche il mormorio del domestico,
poco prima: Il Cielo ha dato a ciascuno
orecchie per udire e occhi per vedere, gli sembrava
pieno di significato. E, nonostante il sole radioso,
la casa ricca, quella stanza graziosa, quella
donna sorridente, gli parve che un velo scuro gettasse
un'ombra su tutto.
Sentiva, senza capire il perch, che un mistero
lo circondava; l, nell'aria, fiutava il dramma, e,
sotto i sorrisi, intravedeva l'odio.
L'istinto oscuro che guida i nostri atti anche senza
che ce ne accorgiamo, lo spinse a ricomporre
la sua fisonomia, a prendere un determinato atteggiamento
sorvegliando la propria voce.
Ed ecco, le parole uscirono dalle sue labbra senza
che egli si rendesse conto della commedia che doveva
recitare e che, infatti, stava recitando.
- Sono proprio desolato di ci che mi dite, -
fece alla fine con aria triste. - Speravo che la vostra
lettera scritta in un momento di materna apprensione
esagerasse la verit: Povera Mietta; pazza
a vent'anni!  spaventoso! Se  necessario internarla
ci penseremo; ma sar molto penoso giungere
a questa decisione.
- Purtroppo!
- Insomma, speriamo che, posta in una buona
casa di salute... con cure speciali... La pazzia si
guarisce.
- Ne dubito...
- Davvero, voi credete...?
- Gorse dice che, poich la malattia si  manifestata
nel periodo della pubert,  da temere che
la guarigione non possa mai avvenire. Forse verso
i cinquantanni...
-  terribile! E pu darsi che Gorse abbia ragione, -
approv Savitri con lo stesso tono dolente, ma finto.
Un lampo di gioia brill negli occhi della vedova.
- Forse non s'inganna, - ella conferm. - Mi
sono informata, e tutti dicono che  incurabile.
- Vi compiango... Il pensiero d'internare Mietta dev'esser
davvero atroce, per voi che l'avete allevata.
- S, ho pianto tanto...
- E vi resta ancora da compiere la parte pi
crudele. Bisogna intanto che io trovi una buona
casa di salute. Ce ne sono tante nei dintorni di Parigi...
- Oh!... - interruppe la signora Darteuil.
- Gorse crede che un cambiamento d'aria non le gioverebbe.
Egli conosce una casa ottima.
- Ah! Se tutto  gi fissato...
- No, ma in quella casa avrebbe la possibilit
di continuare a prestarle le sue cure. E poi ella godrebbe
di un trattamento di favore... di una sorveglianza
pi familiare...
- Infatti, forse sarebbe meglio. -
Si fnse soddisfatto di non doversi occupare della
cosa, ma chi lo avesse conosciuto bene si sarebbe
preoccupato della strana luce che brillava in fondo
ai suoi occhi.
- Ora che siamo d'accordo, - egli riprese sempre
conciliante - fatemi vedere un po' quella povera
figliuola.
- Volete vederla?
- Dio mio, s; giacch sono qui  meglio che
ne approfitti.
- Prima per, voglio mettervi in guardia contro
la triste impressione che ella pu cagionarvi.
- Ma dunque la sua pazzia  cos visibile?
- Salta subito agli occhi!
- Davvero?
- Quell'infelice rifiuta ogni pulizia personale e
non sopporta abiti addosso; fa a pezzi tutte le vesti
che le si danno.
- Che strana mania!
- C' da aspettarsi anche delle crisi di collera
o di pianto... Con lei non si sa mai quel che pu
accadere... Non so come accoglier voi, uno sconosciuto!
- Ma forse mi riconoscer, - egli osserv tranquillamente.
- Sarebbe troppo bello! -
Ella esit, poi, guardando l'ora allo splendido
orologio sul caminetto:
- Dunque volete proprio vederla?
- S, certo.
- Allora venite, signore; ne abbiamo il tempo
prima di metterci a tavola. -
E lo condusse, attraverso larghe scale e vasti corridoi,
fino al terzo piano della grande villa.
- Qui siamo sotto il tetto, - spieg. - Ho dovuto
alloggiarla nell'ala destra del castello che 
disabitata perch le sue grida non impressionassero
la gente di casa. Qui ella  lontana da tutti. Capirete
benissimo che in questi momenti di crisi di
domestici  molto difficile farsi servire quando si
ha una pazza in casa.
- Infatti, - egli rispose - non dev'essere sempre
divertente. -
Egli la seguiva con noncuranza, o almeno cos
sembrava, ma i suoi occhi osservavano tutto e vedevano
i minimi particolari.
Not una porta che doveva essere stata messa da
poco a una delle estremit del corridoio.
E, del resto, la castellana gliela mostr da s:
- Dovei aggiungere questa barriera per isolarla
meglio.
- Perch cercava di fuggire?
- Oh, no! Questo  impossibile perch  ben
sorvegliata. Ma avevo paura che le persone di servizio
venissero a tormentarla o a ridere delle sue
stravaganze. -
Varcata quella porta, il resto del corridoio serviva
da vestibolo, dando accesso, in fondo, a una
camera ammobiliata in modo sommario.
 Qui dorme Leonardo, il servitore che vi ha
ricevuto.  lui che cura la malata. Ci  tanto affezionato...
Ha conosciuto Darteuil...  un vecchio
servitore sul quale si pu fare affidamento...
- Meno male che ce n' ancora qualcuno! -
Lo sguardo di Savitri si ferm sopra un frustino
attaccato al muro. Di nuovo, in un lampo, gli ritorn
in mente lo strano contegno del domestico.
E di nuovo pens:
Affezionato a chi?... E un carnefice o un servo
pietoso?
Ricordando la corporatura erculea dell'uomo,
Savitri rabbrivid.
Povera Mietta! Chi potr mai dire quali maltrattamenti
avr subiti...?
La vedova si era fermata.
- Leonardo dev'essere da Mietta. Non bisogna
entrare nella camera della bambina senza esser sicuri
che vi sia anche lui, giacch ella non vuole
altri.
- Bisogna dunque cercare Leonardo.
- Lo chiamo subito. -
E da un fischietto d'argento che teneva appeso
al collo ella trasse un fischio acuto.
Una porta nascosta dietro una portiera si apr
immediatamente.
- Siamo venuti a vedere Mietta.  calma, in questo
momento?
- S, e si diverte buona buona, con dei pezzetti
di stoffa che sta strappando.
- Un vestito in pezzi, probabilmente?
- Purtroppo! Sempre la stessa cosa. -
L'uomo parlava alla signora Darteuil, senza far
mostra di accorgersi della presenza del signor Savitri,
Da quando era entrato, non una sola volta il suo
sguardo si era rivolto verso costui.
- Entriamo, dunque, - disse il visitatore seccato
da tutti quei preamboli.
Il domestico, aprendo la porta, si ritrasse per
lasciar passare il nuovo venuto.
E Savitri entr nella camera della demente.
Si ferm subito, colpito da stupore.
Nella stanza regnava un disordine indescrivibile.
Sull'impiantito mucchi di stracci, di carte e cartoni,
che sembravano libri stracciati. In un angolo,
in terra, una materassa... e in un cantuccio una
povera creatura accoccolata...: due grandi occhi
incavati in un viso bianco sotto la massa incolta
dei capelli neri che lo incorniciavano in modo fantastico!
Era una creatura spaventevole, vestita di un camice
a brandelli stretto alle spalle e troppo corto.
Una creatura famelica le cui guance cave, le braccia
scheletrite e le mani lunghe dalle dita scarne
parevano rivelare un digiuno perpetuo
Creatura umana, tuttavia, poich i grandi occhi
allucinati, fissi in quelli di Savitri, parevano lanciare
un grido disperato di aiuto; era come un lamento
infinito, incapace di esprimersi in parole,
ma che implorava piet pi delle parole stesse.
E Savitri, terrificato, tendeva il viso verso l'essere
fantastico che non aveva mai immaginato cos.
- Mietta! - egli balbett. - Non  possibile...
lei! No! Oh, mia piccola Mietta! -
Una risata sarcastica turb la tragica scena.
- Vi avevo avvertito, caro notaro, - diceva la
signora Darteuil. - Voi dubitavate, non  vero?...
Ma ora mi credete. -
Savitri non ebbe il tempo di rispondere
Alla voce della donna, alla risata insultante, la
povera creatura rannicchiata si era alzata di scatto:
un corpo di quindici anni, interrotto nel suo sviluppo
forse dai troppi stenti, ma un corpo agile,
nervoso, gi formato, sebbene magrissimo.
E coi pugni in avanti, d'un salto, quella creatura
aveva varcato lo spazio che la separava dalla
castellana, e, afferrandole i capelli, aggrappandosi
alle sue vesti, cercava di graffiarla, di morderla,
tesa con tutte le forze a far soffrire, a straziare, a
vendicarsi certo.
La risata della signora Darteuil si tramut in una
smorfia di spavento.
Lanci grida acute, url, si dibatt, senza per
riuscire a liberarsi da quella stretta nervosa che le
faceva male, la graffiava senza misericordia, la serrava
come gli artigli di una tigre serrano la preda.
Alle grida della signora Darteuil, Leonardo e Savitri
si erano precipitati verso di lei.
Ora tutt'e due cercavano di staccare la fanciulla;
ma, mentre il visitatore metteva tutta la sua buona
volont a questo scopo, gli parve che il suo compagno,
pur facendo gran gesti premurosi e ricoprendo
d'improperi l'assalitrice, non facesse gran
che per difendere la sua padrona.
Illusione forse? Ma quando quelle grosse mani
pelose sfioravano i fragili polsi della povera fanciulla,
pareva osassero appena di toccarli, di staccarli
dalla loro preda palpitante.
E Savitri, alzando gli occhi verso Leonardo, vi
ritrov quello stesso sguardo fisso, profondo, eloquente,
di una inesprimibile volont.
Cos nella mente del visitatore si apr uno spiraglio
di luce; era soltanto uno spiraglio, ma intensissimo.
A quale delle tre donne  affezionato quest'uomo?
si era chiesto poco prima.
Ora Savitri poteva rispondere dentro di s:
Non certo alla signora Darteuil!
Questa sicurezza gli fece bene e allontan un po'da
lui l'atroce senso d'orrore che provava da che era
entrato in quella camera ripugnante.
Alla fine erano riusciti a liberare la castellana e
avevano spinto la fanciulla in fondo alla stanza, sul
suo giaciglio, dove era caduta ansante.
- Miserabile! Mi avrebbe uccisa se non ci foste
stati voi! - esclam furente la signora Darteuil.
Ella era davvero in cattive condizioni: aveva il
viso e le mani striati di graffi sanguinanti, i capelli
scarruffati, il vestito strappato. Era accaldata, ansante,
fuori di s dal dolore e dalla collera.
A un tratto lasci la camera della prigioniera e
corse in quella del domestico; ora tuffava il viso
tumefatto in una catinella d'acqua fresca, che Leonardo
con premura le aveva preparata.
Ma Savitri, ancora turbato dalla scena terribile
alla quale aveva assistito, era rimasto l, in piedi,
sulla soglia della porta, seguendo con lo sguardo
la vittima sanguinante di Mietta.
A un tratto sent una mano ardente posarsi sulle
sue, che teneva dietro la schiena.
Sorpreso, volse la testa.
Mietta, lasciato il suo giaciglio di stracci, si era
avvicinata a lui, strisciando in terra.
E siccome egli trasaliva, forse di disgusto al contatto
di quell'essere famelico, la fanciulla si mise
in ginocchio e umilmente pos le labbra sulle mani
del notaro.
Tale gesto commosse quest'ultimo che si sent la
gola stretta; un'istintiva prudenza gli fece nascondere
la sua commozione, senza che potesse capire
perch in quell'istante provasse piet per l'aggressore
e non per la padrona di casa.
Lanci un'occhiata timorosa verso quest'ultima,
come se avesse paura a mostrar di approvare l'attacco
violento della fanciulla, permettendo alla poverina
di avvicinarglisi.
La signora Darteuil, tutta preoccupata di s, non
pensava a lui.
Allora piano piano, quasi senza cambiare atteggiamento,
egli incit la fanciulla ad alzarsi, e questa,
obbediente, si alz appoggiandosi a lui.
Savitri le prese il mento obbligandola a sollevare
la testa per meglio sprofondare i suoi occhi in fondo
a quel tragico sguardo, e vide delle grosse lacrime
scendere silenziosamente su quelle guance
pallide. Il suo cuore fu commosso da tanta muta
disperazione, dopo una cos violenta collera.
- Povera piccina! - balbett a voce tanto bassa
che ella sola lo ud.
Ma quelle parole di compassione la sconvolsero.
Capiva forse che il Cielo le mandava un amico,
un difensore?
Le sue mani si congiunsero, si tesero supplichevoli
verso di lui.
- Piet! Salvatemi!  orribile! - ella disse in
un soffio.
Tutta l'umana disperazione era racchiusa in quegli
occhi, e l'uomo rabbrivid.
- Mi occuper di voi, - egli proruppe spontaneamente.
- Io... -
Ma quella gli fece cenno di abbassare la voce, e,
indicandogli col dito la stanza accanto, lo avvert:
- State attento!... Se ella sospettasse la vostra
piet, sareste perduto. -
Savitri fu sul punto di ridere di quella minaccia
di cui la poverina lo avvertiva.
Che cosa poteva fare contro di lui la signora Darteuil?
Ma scrse un tale terrore negli occhi infantili alzati
verso di lui, che trattenne la sua allegria intempestiva.
Dopo tutto, conosceva abbastanza bene la
vedova del suo amico, da esser sicuro di non doverla
temere, se ne contrariava gl'interessi?
Allora, inquieto, volse di nuovo la testa verso la
castellana.
Questa aveva riparato alla meglio al disordine dei
suoi capelli, ed ora si asciugava le mani.
Senza muoversi, col braccio, egli respinse indietro
la fanciulla perch quella donna non li vedesse
insieme.
La strana creatura a piedi nudi si ritrasse e, indietreggiando,
si butt sul giaciglio, come un misero
straccio incapace di uno sforzo.
Savitri la sent allontanare: poi, quando fu sicuro
che la castellana non poteva aver sospettato
di nulla, si volse a guardare la piccola demente.
- Eccola calma, ora, - egli disse ad alta voce.
- Che cosa le  preso di buttarsi cos sopra di
voi? -
Ma la donna si guard bene da tornare l a vederla,
o anche di far udire la sua voce.
Conosceva l'effetto che la sua vista produceva
sulla prigioniera e non aveva nessuna voglia, ora,
di riaccendere la sua collera.
Perci fece cenno a Savitri di seguirla e lasci
la stanza del servitore, mentre il notaro, prima di
allontanarsi, dava un'ultima occhiata a quella povera creatura accoccolata.
La bambina non l'aveva abbandonato un momento
con lo sguardo: ora cap certo che egli stava
per lasciarla, perch da lontano congiunse di
nuovo le mani con ardente preghiera
- Piet! Piet! -
Mentre egli si allontanava con un impercettibile
cenno della testa, ella ricadde sul suo giaciglio, singhiozzando
convulsamente.


Capitolo 3.

La signora Darteuil aveva il viso cos rovinato,
che prefer non andare in sala da pranzo, per non
esporsi alla curiosit della servit che senza dubbio
avrebbe fatto mille supposizioni.
Ella se ne scus con Savitri, che pranz solo al
castello.
Egli aveva accettato con semplicit l'invito, comprendendo
il riserbo della signora Darteuil che,
dopo quell'aggressione selvaggia, era costretta a restare
in camera. In fondo, era contentissimo di esser
solo, perch forse cos avrebbe potuto saper pi
facilmente qualcosa intorno alla sua infelice pupilla.
Infatti, riflettendoci, si sentiva molto turbato:
Mietta era pazza, o soltanto vittima della sua matrigna?
Che cosa pensare di quella crisi di collera spinta
al parossismo?
Si trattava di vendetta o di demenza?
Come conciliare un'aggressione cos fulminea,
cos violenta, con la calma e l'umilt mostrata verso
di lui?
E se la fanciulla aveva tutta la sua ragione, come
poteva essersi lasciata sequestrare cos? Certo, sana
di mente, si sarebbe rifiutata di vivere quasi nuda,
e avrebbe accettato i vestiti che le venivano dati,
invece di ridurli a pezzi!
Bisognava dunque ammettere che la povera ragazza
fosse anormale, probabilmente soggetta a crisi
di follia contro le quali non poteva reagire. Questa
era la cosa pi verosimile, e la pi facile ad essere
ammessa da Savitri, fra tante contraddizioni.
Il pranzo trascorse in silenzio. Un cameriere compitissimo
s'incaric, senza parole, di offrirgli i migliori
bocconi e di riempirgli il bicchiere di vini
eccellenti. Ora, con lo stomaco sazio, davanti a una
tazza di caff per met vuota, Savitri gustava un
grosso sigaro biondo, scelto tra una dozzina di altri
posti davanti a lui, insieme con diverse bottiglie
di liquori.
Non c' cosa migliore di un buon pranzo per
rendere l'uomo ottimista. E il tutore di Mietta, ora,
si sentiva stranamente indulgente per l'ospite che
l'aveva trattato tanto bene.
Credo proprio che quella ragazzina sia una pazza
pericolosa, e che, libera, potrebbe nuocere. Forse
la sua matrigna non  stata la perla delle mamme;
ma non dev'essere stato troppo divertente allevare
una demente!... Queste creature anormali sono insopportabili
e danno del filo da torcere a coloro che
ci vivono insieme.
Era a questo punto delle sue riflessioni, quando
Leonardo entr nella sala da pranzo.
- La signora mi manda a vedere se il signore
ha pranzato bene e se non gli manca niente.
- Il pranzo  stato squisito e vi prego di porgere
alla signora Darteuil i miei ringraziamenti.
Spero che ora si sar rimessa dalla scossa di stamattina.
- La signora si  messa a letto. La scossa, come
dice il signore,  stata un po'rude. L'emozione, la
paura, hanno abbattuto la signora.
- Mordeva e graffiava davvero, quella bricconcella!
Una vera leonessa!
- Eh, s, ci si metteva con tutte le sue forze...
si sfogava!... -
Un lampo di gioia brillava nello sguardo del servitore.
- Ha riacquistato un po' le forze, da quando l'ho
in custodia io, - osserv a voce bassa.
- E prima?
- Prima se ne occupava il fratello della signora
Darteuil... E allora le cose andavano poco bene...
Era diventata tanto debole, poverina!... Ma quell'uomo
mor.
- E prima di allora non avevate mai visto
Mietta?
- S, signore; ero io che facevo la pulizia della
camera.
- E perch allora non mi avete mai scritto? Dovevate
avvertirmi che la piccina era... malata. -
Gli occhi dell'uomo si fissarono nel vuoto.
- A volte volendo far del bene si pu far del
male: un accidente pu accadere con tanta facilit! -
Il tutore trasal.
- Un accidente? Contro chi?
- Oh! Faccio per dire... Il fratello della signora
era un uomo molto esperto ed energico. La sua
morte ha privato la signora di un appoggio prezioso...
Era un uomo risoluto; se fosse stato vivo
lui non ci sarebbe stato bisogno d'incomodare il
signore per decidere dell'avvenire della sua pupilla.
- Forse l'avrebbero fatta internare senza chiedermi
consiglio?
- Credo che il signore veda giusto... Una povera
pazza, faceva comodo a tutti. La signora avrebbe
continuato a gestire il suo patrimonio, molto
maternamente, s'intende, e con lo stesso affetto. -
Quell'uomo aveva parlato con gran calma, senza
fare un gesto n alzare la voce: eppure v'era come
una sfida o del disprezzo nel suo atteggiamento o
nella sua ironia. Savitri lo guard a lungo.
Quel domestico aveva un aspetto burbero e poco
socievole: aveva il viso duro, ossuto, con tratti assai
marcati; gli occhi piccoli, penetranti erano nascosti
da folte sopracciglia che rendevano ancora
pi duro lo sguardo, sebbene a volte, sotto una fuggevole
commozione, questo si addolcisse fino alla
bont.
Savitri pens:
Che bel bruto!...
E a voce alta, per ingraziarselo, fingendo d'interessarsi
a lui, esclam:
- Voi non siete di qui, non  vero? Il vostro
accento  forestiero.
- Oh! L'accento non vuol dir niente. Mi sono
arrabattato a lavorare un po' dappertutto e conosco
molte lingue. Non c' paese d'Europa dove non
abbia trascinato la mia carcassa.
- E perch avete viaggiato tanto?
- Quand'ero giovane avevo il sangue bollente e
la testa calda e m'immaginavo sempre di star meglio
altrove; e cos ne ho visti tanti, di paesi, fino
a che il signor Darteuil m'incontr...
- Ah! Cos avete visto crescere Mietta?
- S.
- E naturalmente vi siete affezionato a lei.
- Il signore fa delle supposizioni abbastanza verosimili.
- Ah! - esclam il tutore perplesso per quella
risposta sottile. - Ma, insomma, che cosa pensate
della scena di stamattina?
- Uhm!... - rispose l'uomo. - Penso... che
dopo la guerra tutto  cambiato. Prima, molte persone
se ne sarebbero stupite, mentre ora non ci si
maraviglia pi che quella povera figliuola protesti
tanto energicamente. -
E Savitri, di nuovo incerto:
- Non chiedo di meglio che di essere informato.
Ditemi voi che la conoscete... -
Ma il cameriere scosse la testa:
- Qui  pericoloso; laggi sarebbe meglio. -
E ad alta voce, soggiunse:
- Il signore pranzer al castello, stasera, e pernotter
qui?
- Oh, no! Bisogna assolutamente che sia a casa
domattina.
- Il signore partir dunque col treno della sera?
- A che ora?
- Alle diciannove e cinquanta... salvo che il
signore non prenda quello delle diciassette.
- Quale mi consigliate, voi?
- Il primo... se per il signore volesse cenare
all'albergo della Blanquette. La cucina  ottima,
e potrebbe darsi che il signore vi trovasse dei piatti
saporiti dimenticati da molto tempo. -
Savitri rest perplesso. Il tono velato d'ironia del
suo interlocutore non gli sfuggiva, ma cercava invano
di capire ci che significava il consiglio di cenare
all'albergo della Blanquette.
- Credete che per quella cena metta conto di
perdere il primo treno?
- Certo! Lo garantisco al signore. Conosco la
cantina; vi sono vini eccellenti, senza contare che
la signora Lucas fa dei filetti a sorpresa addirittura
maravigliosi. Il signore deve presentarsi a nome
mio, sar ricevuto come un principe e sapr che
cos' il filetto a sorpresa.
- Ah! Sapr...
- Tutto, signore, tutto! Arriver a credere che
la signora Lucas sia un diavolo travestito da cuoca:
sa tante cose... inezie... certi fatti... che il signore
farebbe molto male a trascurare. Non c' niente
come un pranzo ben fatto, per rischiarare le idee.
Quando il signore riprender il treno, capir di non
aver perso il suo tempo mangiando all'albergo della
Blanquette, senza contare che il treno delle diciassette
 un accelerato che impiega tredici ore per
giungere a Parigi, mentre quello delle diciannove
e cinquanta  un rapido che divora le stazioni. -
Savitri scoppi in una risata.
- Dovevate dirmelo subito, caro Leonardo! La
cucina della signora Lucas poteva lasciarmi indifferente,
mentre l'idea di passare un'intera notte
in treno non mi piace affatto. Quindi manger all'albergo.
- Benissimo; e il signore non dimentichi il filetto
a sorpresa!
- Ah! Ci tenete proprio?
- Perbacco, a che cosa servirebbe restare, se il
signore dimenticasse la cosa pi importante? Se il
signore crede di dimenticarsene, deve pensare a una
sorpresa... una cosa che non ci si aspetta... che
non s'immagina... a una sorpresa, insomma! -
Alla fine Savitri credette di aver capito.
- Va bene, amico mio, manger il filetto, state
tranquillo. Del resto, la carne mi piace in tutte le
salse; sono di una ghiottoneria incredibile, e non
mi son mai lasciato sfuggire l'occasione di fare un
buon pranzetto.
- Allora, stasera all'albergo della Blanquette. Il
signore ha avuto un'idea ottima di voler pranzare
in quell'albergo e di chiedere il filetto. Un'ottima
idea. La signora Lucas si far in quattro per voi,
caro signore! -
Savitri, sbalordito, guardava Leonardo che rideva
in silenzio, e si sentiva invadere da una irritante
inquietudine.
A un tratto, quel colosso gli faceva paura.
Che luogo era quell'albergo dove aveva promesso
di andare al cadere della notte? Se gli avessero teso
un tranello? Sotto le parole del domestico aveva
creduto d'indovinare la promessa di sapere qualcosa;
ma nell'ironia di quella risata non c'era una
minaccia nascosta?
Savitri, per, si riprese subito: la sua perspicacia
messa all'erta avrebbe saputo prevedere il pericolo,
se ci fosse stato. Nella tasca dei calzoni aveva
una rivoltella carica. E poi, si sentiva forte, ora,
eccitato dal compito romantico che si proponeva,
di difendere Mietta, quella povera orfanella, contro
la potente castellana che la sequestrava.
Questo pensiero era un viatico maraviglioso, che
lo avrebbe sostenuto la sera se ce ne fosse stato
bisogno. Ora non esitava pi. Il contegno del domestico
era strano, quello della castellana, naturale.
Qualunque fosse il vero scopo per il quale lo
attiravano all'albergo della Blanquette, vi sarebbe
andato senza esitare, perch era sicuro di trovarvi
degl'indizi per consolidare il suo giudizio.


Capitolo 4.

Non era ancora buio, quando Savitri entr nella
sala del caff.
Era una stanza lunga, un po'bassa di soffitto, con
le pareti imbiancate a calce. C'erano tavolini di legno
allineati lungo i muri, e sotto questi, disposti
in bell'ordine, degli sgabelli di paglia.
Due contadini, coi gomiti sulla tavola, finivano
di bere un gotto di birra.
Savitri attravers la stanza gi buia per il crepuscolo
ed entr in una sala accanto, che invece era
bene illuminata. Vicino a una lunga tavola piena
di utensili da cucina, una donna con un paniere
sulle ginocchia stava sgranando piselli.
- La signora Lucas? - egli chiese.
- Sono io, signore.
- Vorrei cenare... vorrei prendere il treno delle
diciannove e cinquanta; farete in tempo a prepararmi
la cena?
- Uhm!... C' poco tempo, - disse la donna,
dopo aver consultato un orologio attaccato al muro.
- Leonardo, un domestico del castello, mi aveva
fatto sperare che avrei potuto mangiare qui.
- Ah!  stato Leonardo...
- S... Anzi, mi aveva parlato di un certo filetto
a sorpresa che voi cucinate, dice, a maraviglia.
- Un filetto a sorpresa! Un filetto a sorpresa! -
Savitri, da quando era entrato nell'albergo, stava
all'erta; eppure non si aspettava l'effetto che produsse
quella semplice frase sulla signora Lucas.
- Un filetto a sorpresa!... Siete proprio sicuro,
caro signore, che Leonardo abbia detto cos?
- Ve lo assicuro, - afferm allegramente Savitri che
cominciava a stare in curiosit.
- Ah! Allora. .. venite. Venite... passate di l,
starete meglio. -
Parlando, si era alzata e lo guidava verso un'altra
saletta in fondo alla cucina.
E spiegava:
- Qui starete pi comodo per mangiare... e anche
per parlare, perch di fuori non si pu sentire
ci che si dice dentro. Ieri il signor Leonardo mi
raccomand molto il signore; dunque potete star
tranquillo; far del mio meglio per accontentarvi.
- Ah! Ieri?
- Gi, non pi tardi d'ieri, Leonardo venne qui
e mi disse: Dirai all'amico che mander che mi
aspetti mangiando, perch il mio servizio finisce
tardi e non potr uscire che quando tutti dormiranno.
- Deve venire qui?
- Sicuro! Io, anzi, devo trattarvi bene perch
il tempo non vi sembri lungo.
- Ma io non potr aspettare: il treno parte alle
diciannove e cinquanta e devo prenderlo stasera.
- Il treno delle diciannove e cinquanta non
esiste.
- Ma come?
- No, ce n' uno che arriva a quell'ora, ma che
finisce poi alla stazione vicina.
- E allora che treno prender?
- Per Parigi?
- S.
- Ce n' uno alle ventitr e quarantasette; il
signore arriver a Parigi domattina.
- Ma Leonardo mi aveva assicurato...
- S, s! - ella interruppe. - Leonardo vi avr
detto... e voi avete creduto. Ma bisognava che Leonardo
vi parlasse; me lo disse lui che aveva assolutamente
bisogno di vedervi. Allora vi avr fatto
perdere il treno per non lasciarvi scappare. -
E siccome Savitri pareva seccato di quel contrattempo,
la donna soggiunse maternamente:
- Via, povero signore, non vi fate cattivo sangue
per un treno perduto... se no, non mangerete
di gusto ci che sto per servirvi... senza contare
che sarete a casa alle nove domattina, invece che
alle due stanotte. Dormirete in treno. -
 dubbio se questa semplice consolazione bast
per far ritornare in s Savitri; certo  che egli scacci
il suo malumore e si adatt di buona voglia al
ritardo impostogli.
- E dunque, - disse con pi allegria - assagger
il famoso filetto? Sembra che voi lo cuciniate
in modo squisito. -
La donna scosse la testa sorridente e sprezzante
nello stesso tempo.
- Anche questa  stata un'idea di Leonardo. Mi
disse: Quando il mio amico ti chieder il filetto
a sorpresa, gli risponderai che la sorpresa gliela
porter io con le mie informazioni e spiegazioni.
Il filetto a sorpresa era come chi dicesse la parola
d'ordine perch io riconoscessi il signore e gli facessi
attendere Leonardo. -
Savitri fece una smorfia di dispetto.
- Allora il buon pranzetto  anche questo un
chiapperello?
- Oh, no davvero! Anzi, voglio che vi lecchiate
le dita. La cucina dell'albergo  famosa, e vi prometto,
parola della signora Lucas, che non rimpiangerete
il tempo passato qui. Intanto, mentre vi
preparer una buona cena, vi far portare una bottiglia
di vecchio Porto. -
E svelta, la signora Lucas ritorn ai suoi fornelli.
Non faremo assistere il lettore al colloquio che
Savitri ebbe la sera stessa col domestico della signora
Darteuil. Ci basti dire che il cameriere dette
al tutore di Mietta tutte le informazioni e le spiegazioni
che egli poteva desiderare.
Diremo, anzi, che i due uomini s'intesero a maraviglia:
vuotarono insieme diverse buone bottiglie,
brindarono amichevolmente, parlarono in piena libert,
e l'ora dell'ultimo treno li sorprese senza che
avessero finito di dirsi tutto quello che volevano,
tanto che Leonardo grid al tutore di Mietta, mentre
il treno cominciava a muoversi:
- Soprattutto scrivetemi subito; sar impaziente
di aver lettere da voi. E non dimenticate le sorprese
dell'albergo della Blanquette!
- Me ne ricorder. Arrivederci a presto! -
Gli avvenimenti che seguono ci riveleranno tutto
ci che i due uomini si erano detti quella sera.


Capitolo 5.

Lass, sotto i tetti del castello, la fanciulla scheletrita
non dormiva.
La notte era gi scesa da un pezzo, coprendo la
campagna di un pesante velo scuro che le stelle del
cielo non riuscivano a forare.
E bench l'opacit delle tenebre aumentasse sempre
pi, Mietta restava immobile vicino alla finestra ogivale,
con gli occhi fissi nel buio esterno.
Camera senza luce, notte cupa, pesante silenzio
appena turbato dai vaghi rumori della campagna
addormentata. La fanciulla si confonde con tutto
quello che la circonda, tanto che un occhio prevenuto
riesce appena a distinguere l'essere umano in
quella atmosfera buia.
Piccola statua d'avorio sullo sfondo nero, che
personifica l'attesa, quale misteriosa aspettativa la
tiene fissa a quelle tenebre?
Statua vivente, per, poich le sue labbra invisibili
mormorano un lamento appena percettibile.
Niente, mio Dio! Niente ancora...
E quel sospiro esce senza che la creatura famelica
si stanchi di spiare l'invisibile.
Ecco, dietro a lei una porta si apre: ne ode il
rumore senza che i suoi occhi si distacchino dalle
tenebre.
- Che lunga attesa! - esclama al nuovo venuto.
Una luce si accende.
Leonardo  entrato nella stanza.
- Pazienza! - egli risponde. -  troppo presto
- Ancora troppo presto!... Le ore sono eterne.
- E a me sembrano troppo brevi... perch riassumono
tutto il passato, per me! Sono le ultime...
Domani tutto sar finito!
- Le pi penose a vivere... -
L'orfanella sembra non voler capire.
- Evviva il nuovo giorno che aprir per me una
nuova ra! -
L'uomo scuote la testa, malinconico.
- Prima di voltar la pagina, rileggo gli anni trascorsi.
- Furono crudeli...
- Ebbero la loro parte di dolcezza.
- Sono stata tanto infelice! - ella afferma con
gli occhi pieni d'orrore ai ricordi che si risvegliano
in lei.
E il vecchio ricorda umilmente la sua oscura affezione.
- Vi ho consolata sempre come meglio potevo.
Ho rischiato tutto per sventare i piani della vostra
matrigna.
- Non lo dimenticher.
- Si dice... ma poi...
- Quale pegno darvi, se la mia affermazione non
vi basta?
- La fiducia non s'impone. Non  di voi che io
dubito, ma della vita in s.
- Ho fiducia, io.
- Perch siete ignara di tutto.
- Che cosa importa? -
L'uomo abbassa la testa:
- La speranza vive nonostante tutto, poich io
rinunzio a un patrimonio, per agire.
- Vi dar il doppio di quello che perdete.
- Che promessa atroce!  con queste parole che
mi pagherete in avvenire? -
Con gli occhi sempre fissi nel buio del parco, ella
alza le spalle con stanchezza.
- Che cosa devo dire per convincervi? - ella
si lamenta. - Non ho niente, non possiedo niente!
Tra queste quattro mura non ho neanche avuto l'occasione
di poter mantenere una promessa.
- Oggi acconsentireste a tutto! - egli dice con
amarezza.
- Chiedete e vedrete.
- Ho un solo desiderio, lo sapete.
- Sulla memoria di mio padre, vi giuro che non
dimenticher! - ella dice solennemente.
- Che Dio accolga il vostro giuramento. -
Ella tende verso di lui la manina diafana.
- Povero Leonardo, perch dubitare?
- Ho paura, siete debole, senza esperienza, vi
soggiogheranno. Come resisterete?
- Avr la cocciutaggine dei deboli che non sanno
far altro che ripetere la loro lezione.
- Oh, s, non dimenticate! -
Ella sorrise:
- Nardoelo... Parigi. Ginevra, tre milioni.
- Cinque parole da ricordare.
- Sono incise qui, - ella dice additando la
fronte.
- E poi? - egli insist.
- Dire s, sempre.
- Sempre! -
Ella lo interruppe:
- Guardate, guardate! -
Con un gesto indica fuori.
- Mio Dio! Il lume! -
Laggi, a trecento metri dal castello, sulla strada
che costeggia il parco, un faro di automobile era
stato acceso.
Quale misterioso segnale era dunque per gli abitanti
della camera?
Mietta, sconvolta, si comprimeva con le mani i
battiti del cuore.
Leonardo gir l'interruttore, e la stanza fu immersa
nell'oscurit. Allora anche la luce della strada
si spense.
- Sono loro! - balbett Mietta. - Presto, preparate
tutto. -
Egli si sporse dalla finestra e guard nel buio.
- Per tutti i fulmini!  buio come in un forno.
Avrete il coraggio di scendere?
- Mi butterei di sotto, piuttosto che restar qui, -
ella rispose con energia.
Inquieta, lo guardava di sotto in su. Lo trovava
preoccupato, chiuso, e temeva che all'ultimo minuto
egli cambiasse idea. Aveva durato tanta fatica
a convincerlo...
Con la sua cocciutaggine di vecchio, profondamente
attaccato alla fanciulla, egli desiderava la sua
liberazione, ma non voleva separarsi da lei.
C'era voluta l'imminenza del pericolo che la maggiorit
dell'orfana richiamava, la certezza del suo
internamento in un asilo di pazzi perch egli si
decidesse ad agire. E Mietta si chiedeva con angoscia
se egli avrebbe fino all'ultimo il coraggio di
lasciarla partire, per salvarla.
In silenzio, l'uomo svolgeva la scala di corda, la
lanciava nel vuoto, la fermava saldamente.
- Questa notte buia ha i suoi vantaggi: nessuno
ci vedr. -
La fanciulla aveva afferrato un pacchettino; alcuni
ricordi preziosi per la sua anima di prigioniera
ch'ella aveva riunito in un fazzoletto legato
ai quattro capi.
L'uomo scrse il fagottino.
- Vi terr le mani occupate. -
Volle prenderglielo, ma la fanciulla lo tir a s
con forza.
- Ci sono diciotto metri da scendere nel vuoto, -
egli spieg.
Vide le fragili braccia di Mietta, il viso pallido
dagli occhi febbrili, il suo corpo gracile che piegava.
- L'emozione, la mancanza di moto vi hanno
ridotta un cencio. Non avrete mai la forza di scendere
da quella scala.
- Tutto, pur di andarmene.
- Tutto, ma non la morte.
- Piuttosto la morte che la prigionia. -
Egli alz le spalle ed ebbe un'idea.
Afferr una coperta che si trovava l e ne avvolse
Mietta.
- Vi porter sulle spalle. -
In meno che non si dica, aveva ravvolto la fanciulla
nella coperta e, come un fagotto, l'aveva legata
e se l'era caricata sulle spalle.
Pesava tanto poco, la poverina, eppure non si
sentiva sicuro.
Per far uso della scala di corda, doveva salire sul
davanzale della finestra col suo prezioso fardello,
e nel vuoto, al buio, senza appoggio, cercare il primo
scalino e lasciarsi scivolare.
L'uomo era ancora forte, ma aveva perduto l'elasticit
della giovent, e dovette faticare molto, prima
di riuscire in quella acrobazia.
Alla fine ci riusc e fu per lui un vero sollievo,
quando tocc terra
Sciolta dai legami, ella gli apparve svenuta. Era
stata l'emozione, la paura, oppure la corda aveva
stretto troppo a lungo le sue deboli membra?
La prigioniera aveva perso conoscenza.
Dovette prenderla in braccio come una bambina
e portarla attraverso il giardino fino all'automobile
liberatrice che, prudentemente, aveva spento i fari.
Dopo un quarto d'ora, Mietta, sui cuscini della
vettura, riapr gli occhi e vide due vecchie donne,
chine sopra di lei.
- Respira,  stato soltanto uno svenimento, -
disse una di esse.
Dallo sportello aperto scrsero Leonardo.
- Potete andarvene, ora; non dovete indugiare,
- disse una delle due donne.
Ma il colosso si era attaccato allo sportello.
- Ander via soltanto quando sar ritornata in
s. Voglio consegnarle io stesso il suo fagottino e
rassicurarla ancora una volta. -
Mietta si raddrizz, debole, ma coraggiosa, e tese
le braccia verso il fagottino.
- Ora va bene! - disse l'uomo. - Eccovi in
buone mani. Il vostro tutore  l davanti insieme
con l'autista. Io vi lascio e vado ad occuparmi della
messa in scena. Bisogna stornare i sospetti della vostra
matrigna. Vi auguro buona fortuna, Mietta, e
non dimenticate... non dimenticate... -
La sua voce fu strozzata dalla commozione.
Si chin sulle manine che stringevano le sue.
Il pianto gonfi il petto dell'uomo che aveva posato
le labbra sulle dita magre e, con un singhiozzo,
egli chiuse lo sportello e disparve nella notte.
Il carceriere di Mietta, il colosso, il bruto dalle
mani pelose, era soltanto un pover uomo privato
a un tratto della bambina che aveva visto nascere,
che aveva protetta di nascosto e salvata finalmente
dalle grinfie delittuose dell'avida matrigna.
 
Capitolo 6.

Nell'automobile che filava a fari spenti e tendine
abbassate, Mietta si faceva piccina piccina.
Spaventata ora di trovarsi sola fuori del nido maledetto,
ma abituale, ella si  ora rannicchiata in un
angolo a testa bassa.
La partenza di Leonardo l'aveva lasciata sperduta:
sentiva le lacrime salirle agli occhi. Ma, abituata
da anni a ripiegarsi in se stessa, s'irrigidiva
per non piangere, riunendo tutte le forze della sua
volont per non lasciar trasparire i pensieri tristi
che agitavano la sua animuccia di animaletto strappato
dal nido. Le due donne che l'accompagnavano
non avevano gli stessi motivi per stare zitte.
Una di esse, la pi alta e la pi elegante, nella
quale riconosciamo la contessa d'Armons, non resiste
al bisogno di sfogare un poco le idee che l'assillano
da quando la ragazzina le si  seduta accanto.
-  spaventoso! Questa povera bambina non
ha pi niente di umano.
- Che mostro, quella signora Darteuil! - risponde
l'altra che ha l'aspetto di una cameriera
gi anziana.
Infatti,  Martina Boulin, una vecchia cameriera
della contessa, che  stata balia di Filippo d'Armons, essendo diventata madre nello stesso tempo
che la sua padrona. Aver allevato il giovanotto le
conferisce un posto privilegiato nella famiglia: tutti
hanno dei riguardi per lei, e madre e figlio continuano
a scriverle e ad andare a trovarla, bench
essa abbia lasciato da un pezzo il servizio, per vivere
di una piccola rendita lasciatale dal marito a
Veneux-les-Granit, in Savoia.
Quando si  trattato di liberare Mietta, per istigazione
del notaro Savitri, la contessa d'Armons ha
pensato a Martina Boulin per farsi aiutare in questa
occasione.  lei che deve dare asilo per ora alla
fuggitiva, ed  in casa sua, nel Comune del suo
paese, che avr luogo il matrimonio di Mietta col
conte Filippo d'Armons.
Martina Boulin, bench francese,  cresciuta in
Italia, e la contessa che parla anche lei correntemente
l'italiano, si rivolge in quella lingua alla
vecchia balia per evitare che l'orfana capisca le riflessioni
poco piacevoli che si fanno sul suo fsico.
-  proprio bruttina, - dice la contessa. -
Ho una gran paura che Filippo, quando la vedr,
non voglia sposarla.
- Certo, poverina, non  bella, - risponde la
balia nella stessa lingua. -  un fenomeno di magrezza
e di sudiciume.
- Nonostante ci che dice Savitri, c' da chiedersi
se ha davvero tutti i suoi giorni. -
Le due donne, rabbrividendo all'idea della demenza
di cui forse  vittima la loro compagna, la
guardano con attenzione ancora maggiore.
Il viso aguzzo, la pelle gialla sotto la quale spuntano
gli ossi della fronte e del mento, le membra
scarnite e le mani strette che sembrano lunghe come
quelle di una scimmia, i capelli arruffati che scendono
incolti, le vesti a brandelli che lasciano trasparire
la pelle, tutto, anche la luce incerta del soffitto
della macchina, concorre a rendere la povera
Mietta una creatura disgustosa.
- Povero Filippo! - balbetta la contessa pensando
al sacrificio terribile che rappresenter per
suo figlio una sposa simile.
Per riprender coraggio e fiducia, cerca di ripetersi
che quello scheletrino che ella accompagna
rappresenta dodici milioni. Ma la realt  pi forte
del miraggio di quella cifra.
E inconsciamente ripete:
- Filippo non vorr mai! -
Questo dev'essere anche il parere della nutrice,
perch ella fissa l'intrusa con occhi privi d'indulgenza.
- Non  permesso di esser cos brutti.
- Non bisogna arrivare cos a Veneux-les-Granit,
- decide la contessa. - Bisogna fermarsi in
qualche posto e cercare di ripulire questa disgraziata.
Un buon bagno, della biancheria pulita...
- Ohim!... - interruppe Martina. - Una fermata
per la strada in simile compagnia  pericolosa.
Il signor Savitri non acconsentir mai.
- Che fare allora? Filippo non vorr certo dare
il suo nome a una simile zotica! - esclama la contessa
che gi vede crollare tutto il suo proposito.
- Abbiamo dei vestiti di ricambio con noi; cerchiamo
di ripulirla in automobile... Non sar una
pulizia perfetta, ma meglio che niente... Per l'appunto
stiamo attraversando il paese, e si potrebbe
trovare qualche litro d'acqua. Se la signora contessa
vuol dare gli ordini all'autista, potremmo provare. -
La contessa col portavoce trasmette l'ordine di
fermare la vettura, che, infatti, si ferma vicino al
marciapiede. Il notaro Savitri scende con sveltezza
e viene allo sportello.
La contessa gli spiega ci che desidera; ma l'uomo
d'affari scuote la testa:
- Abbiamo gi commesso un'imprudenza fermandoci
qui in questo paese. Abbiate pazienza; il
necessario sar fatto a suo tempo.
- No, no! - ribatte la contessa preoccupata. -
Bisogna far cambiare aspetto a questa disgraziata
prima che sia giorno. Per noi  pericoloso anche
tenerla cos.
- Era stabilito che la vestireste per la strada,
coi vestiti portati con noi.
- Non vedete che viso ha, e che capelli?
- Sentite: - insiste Savitri - bisogna continuare
la strada; ogni fermata ci pu esser fatale.
Ci sono due bottiglie di spumante nella cassetta
della macchina; ve le dar. Farete come i soldati
della grande guerra durante l'assedio di Reims: la
laverete col vino. -
In fretta, porge le bottiglie alle due donne, e la
vettura riparte nella notte, raddoppiando di velocit
per riacquistare il tempo perduto.
- Martina, dammi la mia valigetta. -
Ed eccole tutt'e due indaffarate, per dare al povero
viso esangue un po'di pulizia e di vita.
La contessa coraggiosamente si leva i guanti, si
tira su le maniche del vestito per aiutare la nutrice:
frega come pu, insaponando e poi risciacquando
con lo spumante versato in un bicchierino d'argento
della valigetta, piena di mille piccoli oggetti.
Hanno un po'alla volta spogliato Mietta. Quel
suo torso nudo, scheletrito, ha fatto mandar loro
grida di piet: ora esse sollevano con cautela le
braccia per insaponarle, col timore quasi di romperne
le ossa. Il ventre cavo, i fianchi aguzzi, le
cosce grosse appena come le braccia di un'adolescente,
le commuovono.
E le loro labbra impietosite ripetono il triste ritornello:
- Povera piccina, com' magra! -
Ora la povera Mietta  coperta di biancheria pulita.
Un vestito scuro ricopre la biancheria che
una mano materna ha scelto per lei con trine e ricami;
ma tutta questa roba le cade di dosso, troppo
larga e lunga, e Mietta sembra sperduta in tutta
quella stoffa sprecata.
- Mi avevano detto che era piccola, - si scusa
la contessa vedendo che niente va bene alla fanciulla.
- Ho preso la misura da donna pi piccola,
ma invece avrei dovuto scegliere nel reparto
dei bambini! Potevo immaginarlo? Questa fanciulla
compie ventun anno domani.
- Certo, sembra che ne abbia piuttosto quattordici
che venti. E anche come forme non ha et! -
Ma che cosa pensa di tutto quel cambiamento la
povera piccina che si cerca di trasformare?
Docilmente, si  prestata a tutto ci che esse hanno
voluto. Come un animale incosciente, ha subito
lavaggi e frizioni, ma  tanto debole, che tutti quei
movimenti l'hanno spossata, e ora che dovrebbe
sentire il beneficio, la gioia di avere della biancheria
pulita sulla pelle, sembra invece sfinita e prossima
a svenire.
Martina per prima se ne accorge.
-  rimasto un po'di vino in fondo alla bottiglia.
Sarebbe bene farglielo bere, perch si sente
male di nuovo.
- S, s! - approva la contessa che osserva pensierosa
la piccina.
Poi conclude, a voce alta, le osservazioni che stava
facendo tra s:
- Dunque non era il sudicio che dava alla sua
pelle un colore cos grigio...  il suo colorito naturale...
Vedete, Martina, non sembra nemmeno
che sia stata lavata! -
Triste certezza che le avvilisce: quel viso non 
bianco, quel pallore ha un grigio verdastro.
- Ci vorranno dei mesi di benessere per rendere
a questo corpo le apparenze della salute.
- La curer meglio che potr, - afferma Martina,
che capisce lo scoraggiamento della madre di
Filippo. - Il padroncino abbia fiducia nell'et e
nelle cure. Questa creatura  troppo giovane per
non rimettersi, e io ho troppo desiderio di curarla
per non riuscire. -
Nel suo angolo, Mietta si  addormentata dolcemente,
mentre le due donne continuano a scambiarsi
in italiano i loro timori e le loro speranze.


Capitolo 7.

Da un'ora  giorno.
L'automobile corre sempre.
Attraversando la Francia da nord a est, dalle Ardenne
alla Savoia, i viaggiatori avevano camminato
Ttutta la notte, e ora erano quasi alla mta, giacch
dietro ad essi Chambry si perdeva ai piedi di una
collina.
Le donne avevano finito con l'assopirsi accanto
a Mietta, sempre immobile.
A un tratto Savitri, battendo con le nocche sul
vetro, le ricondusse alla realt.
- Tra venti minuti saremo arrivati, - egli dice.
- Che ore sono? - domanda la contessa.
- Le sette.
- Bene, saremo puntuali.
- S, arriveremo senza anticipo, ma anche senza
ritardo. -
In pochi minuti le due donne hanno riparato al
disordine dei loro vestiti e si sono rimesse il cappello.
- Sono un po'stanca, - mormora la contessa
che non  abituata a simili gite.
- Glielo avevo detto alla signora che sarebbe
stato uno strapazzo per lei. Potevo venire io sola.
- No, - interrompe l'altra. - Bisognava che
ci fossi anch'io. Se dovessimo venire scoperti, il
mio nome e la mia et proveranno l'onest delle
nostre intenzioni. -
Poi si volge verso l'orfana e l'osserva meglio alla
luce del giorno, con desolazione.
- Mio Dio, ma quest'infelice  proprio ripugnante...,
Che cosa dir Filippo? -
Poi, presa da una nuova inquietudine:
- E come si comporter, questa poveretta, in
Municipio e davanti al prete? -
Martina scuote la testa:
- Basta che obbedisca: le diremo ci che deve
fare.
- Avete osservato che non ha ancora detto una
parola da quando  con noi?
- Che non sappia parlare? Sarebbe il colmo se
non dicesse niente...  stata avvertita?
- Il suo guardiano deve averla informata. Sembra
che ella fosse consenziente.
- Ma sapr firmare? In chiesa e in Municipio
deve fare la sua firma. Che cosa si penserebbe di
una futura contessa che non sapesse scrivere? -
Le due donne si guardano sconfortate. Quante
difficolt ancora, prima che l'avventura sia terminata!
Un rimorso assale la vecchia signora che, ad alta
voce, spiega:
- Ho agito cos proprio per umanit. Noi siamo
gente perbene e non chiediamo altro che di render
felice questa povera creatura. Questo matrimonio
la salva. Senza dubbio, dal lato finanziario, Filippo
ci avr il suo tornaconto; ma che cos' il denaro
in confronto a un tale salvataggio morale?
- Certo! - risponde l'altra. - Ci vuol del coraggio
e della bont per accettare una simile creatura
nella propria famiglia.
- Se Garnier e Savitri non ci avessero pregati
con tanta insistenza, io non avrei mai incoraggiato
una simile unione. -
E quest'affermazione, che ella crede sincera, la
rassicura e fa tacere i suoi scrupoli.
Finalmente l'automobile si ferma davanti a una
casa rustica che un rialzo del terreno mette al riparo
dai vnti e dai curiosi.
L'abitazione sorge su di un promontorio che domina
la vallata.  a fianco di un'alta montagna
fuori del villaggio che si scorge a tre chilometri di
distanza.
Savitri e l'autista sono saltati gi dalla macchina
e si son precipitati verso le viaggiatrici che aiutano
a scendere.
La contessa, appena a terra, esamina i dintorni:
respira, vedendo altre due vetture ferme un po'pi
lontano.
- Il notaro Garnier  gi arrivato, - sussurra
vittoriosamente all'orecchio di Savitri.
- Quell'uomo  la puntualit personificata, -
risponde il tutore di Mietta.
Ma la contessa non lo ascolta: pensa che anche
suo figlio  stato puntuale, e la fiducia rinasce in lei.
Potrebbe forse ritirarsi ora, Filippo?
La nutrice ha aiutato l'orfana a scendere, e la
fanciulla, inquieta, si guarda attorno trasognata.
Abituata al grande castello della Blanquette, ella
trova molto piccola la casa nella quale la fanno entrare.
Le ritornano in mente alcune casupole viste nel
passato, quando accompagnava qualcuno dei suoi
nelle visite di carit. E quel ricordo le fa bene e
la rassicura.
Pu dunque rifiorire la felicit di una volta, per
lei?...
L davanti, lo spazio si estende libero, senza che
nessun muro ne limiti lo sguardo.
E una beatitudine benefica la invade, le stringe
la gola e le inumidisce gli occhi.
Il passato la inonda a un tratto di una grande
luce. Da anni reclusa e silenziosa, murata viva in
una camera che era per lei una vera tomba, la poverina
ritrova la gioia di vivere, di camminare, di
parlare.
Ah! Vivere! Vivere come una volta! Vivere, come
tutti!
E la speranza che la invade  cos intensa, che
ella segue docilmente la donna che la trascina, senza
aver visto niente di ci che la circonda, oltre lo
spazio infinito verso il quale tutto il suo essere
anela.
La cucina dove Martina l'ha condotta  arredata
poveramente, ma brilla di pulizia, e la fanciulla si
siede senza esser turbata dalla mediocrit di quella
stanza.
E poi i saloni, le pareti di legno dorato, i soffitti
scolpiti della Blanquette sono cos lontani dalla sua
memoria! Da anni ne ha dimenticato i contorni,
e quella modesta cucina somiglia molto all'umile
soffitta trasandata nella quale essa  vissuta.
Martina  in casa sua e si sente piena di idee
nuove. Si leva il cappello e il mantello e induce
Mietta a fare altrettanto.
Ella chiama Mietta signorina perch costei
deve sposare il signor Filippo, ma nessuna idea di
rispetto si unisce a quell'appellativo.
Certo, se la fanciulla non dovesse esser tra poche
ore la moglie del giovane conte, Martina non penserebbe
mai a trattarla in modo diverso dai piccoli
vagabondi che incontra tante volte per la strada.
L'orfana si  seduta docilmente accanto alla tavola,
sulla quale appoggia i gomiti.
Nel suo viso impassibile non traspare nessuna
delle impressioni provate, e Martina si preoccupa
di quel silenzio ostinato.
Va verso la poverina, e le domanda:
- Sapete ci che dovete fare?... Vi hanno avvertita? -
La fanciulla fa con la testa un cenno di assenso.
- Dovrete rispondere ad alcune domande, -
insiste la donna. - Vi chiederanno il vostro nome,
la vostra et. Sapete dirlo?
- S, - mormora finalmente Mietta lasciando
cadere con sforzo quel monosillabo.
La nutrice si rasserena a quel primo successo.
- Meno male, sapete dire di s! - esclama con
gioia. -  la cosa pi importante, perch dovrete
risponderlo diverse volte. Soprattutto non dite mai
di no; ve lo avranno detto, senza dubbio: sempre
s, pensateci! -
Per la seconda volta, Mietta articola:
- S. -
La porta si apre, e Savitri compare.
Va verso la fanciulla e si ferma un po'interdetto
guardando i suoi vestiti.
- Che razza di vestito ha mai! Bisognava scorciarglielo!
Chiss come le ha fatto piacere indossarlo!
- Nessuno poteva immaginare che fosse cos piccola,
- risponde la nutrice seccata, comprendendo
che l'osservazione  giusta.
In quel momento, dall'altra parte, si ode una
voce.
- Inutile insistere, mamma. Vi ho promesso di
sposarla, ma non voglio saper altro.
- Ti prego, figlio mio.
- No. Quella signorina mi lascia indifferente e
non ho nessuna voglia di far la sua conoscenza.
Che sia piccola o grande, grassa o magra, bruna o
bionda, non me ne importa proprio nulla. Non la
conosco, e non desidero conoscerla. La sposo, e
questo deve bastarvi.
Savitri, imbarazzato da quella professione di fede,
chiude la porta di comunicazione e torna verso
Mietta, inquieto che possa aver udito e capito.
Ma su quel visino emaciato non traspare nessun
pensiero intimo. Eppure si ricorda di aver visto la
collera, e poi una supplica commovente, su quella
stessa fisonomia. e non si sente tranquillo.
- Mia cara Mietta, devo spiegarvi. Togliervi dalle
mani della signora Darteuil non era la cosa pi
importante: pi che altro era necessario toglierle
ogni diritto su voi. Era lei la vostra tutrice legale...
e scelta da vostro padre! Amministrava lei il vostro
patrimonio, ed io ero soltanto un sottotutore
senza grande autorit, di fronte a lei. C'era tutto
da temere che alla vostra maggiorit vi facesse rinchiudere
come pazza per poter continuare a gestire
il vostro patrimonio; e la cosa pi inquietante era
che aveva dalla sua alcuni medici. Allora abbiamo
dovuto ricorrere all'inganno e cercare quale altra
persona potesse avere su di voi dei diritti superiori
a quelli della vostra matrigna. Consultato il codice,
non c'era che un marito, e ho dovuto faticare per
trovarne uno. In seguito, capirete che non era cosa
facile trovarlo, soprattutto perch non volevo maritarvi
col primo venuto; il caso ci ha serviti benissimo
mettendo sulla mia strada il conte d'Armons,
un onesto gentiluomo che accetta di togliervi dagli
artigli della vostra matrigna. Il vostro guardiano
mi assicur che eravate pronta a sposarvi pur di
riavere la libert: posso dunque contare sul vostro
consenso?
- S, s, - dice la fanciulla. - Qualunque cosa,
chiunque,- pur di non tornare alla Blanquette.
- Ohim! Ora poi non si tratterebbe pi della
Blanquette, ma... di un manicomio! E, una volta
entrata l, chi mai sarebbe capace di farvi uscire?
Ma stasera voi sarete maggiorenne, e abbiamo solo
qualche ora di vantaggio.
- Facciamo presto, - ella supplica smarrita.
- Procederemo subito al vostro matrimonio; le
pubblicazioni sono gi state fatte in questo paese
sperduto. Bisogna che prima di sera siate maritata
e abbiate lasciato la Francia.
- Presto, presto! - ella ripete preoccupata da
tutti quei particolari che le sembrano inutili.
Egli per continua:
- Allora la vostra matrigna e i suoi compiacenti
medici potranno corrervi dietro; ma voi sarete sotto
la protezione di vostro marito, e legalmente la
signora non avr pi alcun diritto sopra di voi.
- Sar la sicurezza, finalmente!
- S. Faccio dunque assegnamento sulla vostra
buona volont, Mietta.
- Far tutto ci che mi consiglierete, - afferma
la poverina.
Savitri si gratta la testa: deve dire ancora qualcosa
che lo mette in imbarazzo.
- L'importante  che siate maritata... Il conte
d'Armons  una bravissima persona,  un bel ragazzo,
ma non vi conosce. Gli riuscirete simpatica?
- Credo di no, - ella balbetta chinando la testa.
- E se non volesse? - Ho la sua parola! Per questo ho pensato:
sposiamoli, e poi vedremo!
-  molto vecchio? - interroga Mietta che ha
un po' paura di quel marito sconosciuto di cui poco
prima ha udito la voce aspra.
- Oh, no davvero! Soltanto temo che vedendovi
cos debole, cos...
- ... brutta!
- Cos denutrita, piuttosto... ho paura che la
scintilla non scocchi. Perci, Mietta, bisogna che
siate molto coraggiosa e abbiate fiducia in me. Anche
in presenza di un marito sconosciuto, alquanto
freddo e riservato, bisogna che siate energica e
diciate coraggiosamente il vostro s, in Comune e in
chiesa.
- Sicuro, poich ho promesso... -
Frase sublime nella sua ingenuit che la fanciulla
dice con slancio. Come potrebbe mancare a una promessa?
Non le passa nemmeno per la mente, e si
maraviglia quasi che il tutore insista.
- Vi do la mia parola di galantuomo che oggi
penso soltanto al vostro bene. Il conte d'Armons
e quelli della sua famiglia sono persone rispettabili.
Siate dunque paziente e in seguito tutto si accomoder.
- Ho fiducia in voi.
- Bisogna che abbiate fiducia anche nella lealt
di vostro marito, nonostante l'indifferenza che pu
dimostrarvi. Ecco, cara Mietta, tutto quello che volevo
dirvi.
- Va bene! - 'risponde Mietta con voce indefinibile.
- Siamo intesi, dunque? - conchiude il notaro
stringendole la mano, e, chinandosi verso di lei, la
bacia paternamente.


Capitolo 8.

Nel piccolo salotto da pranzo, con le pareti imbiancate
a calce, nel quale Savitri l'ha fatta entrare,
Mietta ritrova la contessa d'Armons in compagnia
di due uomini: un vecchio signore con gli occhiali
d'oro che non  altri che il notaro Garnier, e Filippo
d'Armons, un bel giovanotto alto, dal viso
freddo e un po'altero, di cui abbiamo gi fatto conoscenza
al principio di questo racconto.
Lo sguardo dell'orfana si posa con una certa inquietudine
sui due sconosciuti.
La fanciulla cerca d'indovinare: sar quel vecchio
dai gesti lenti, ma con gli occhi penetranti
che sembrano frugarla e soppesarla al giusto valore?
O , invece, quel giovanotto sprezzante che,
con la testa appoggiata ai vetri della finestra, non
si  neanche voltato a guardarla?
E quell'indifferenza, quel disprezzo cos nettamente
ostentato, le fanno capire pi di tutto che
l'uomo a lei destinato  proprio quest'ultimo.
La madre di Filippo, come se volesse impedire
a Mietta di notare lo strano contegno del figlio, si
 alzata subito ed  andata incontro alla ragazzina
immobile e imbarazzata.
Con bont, maternamente, le prende le mani e
l'attira a s.
In quell'istante la vecchia signora sente il bisogno
di accogliere l'orfana con sincera cordialit.
Con la sua voce insinuante mormora alla fanciulla
alcune esortazioni, le fa coraggio:
- Venite, Mietta; facciamo in fretta i preparativi
per il vostro matrimonio. Tra poco indosserete
l'abito bianco. -
Promessa lusinghiera che deve riempire di gioia
la mente infantile della povera fanciulla.
La contessa ha fatto sedere l'orfana su di una sedia
di fronte alla sua, di modo che la vecchia signora
serve da paravento a Filippo, e Mietta, se
volesse esaminare il suo futuro marito, sarebbe costretta
a sporgersi in avanti e a vederlo di sbieco.
Il notaro Garnier conosce il valore del tempo.
Sa che i minuti sono preziosi; perci, va diritto
allo scopo.
- Ecco il contratto di matrimonio redatto da
me e Savitri. Esso stabilisce la comunione di beni
tra i due coniugi e d al marito l'amministrazione
di tutto. Questa soluzione  parsa la pi adatta al
caso, dato che la sposa non ci sembra in grado di
conoscere ci che deve fare o non fare in difesa dei
suoi interessi. -
Mietta ha capito che si sta discutendo una questione
di denaro.
In un lampo, ricorda le ultime parole di Leonardo.
E un violento rossore le inonda il viso.
Oser fare ci che le  stato comandato?
Si sente cos sola in presenza dei tre uomini e
della contessa...
Eppure capisce vagamente che la raccomandazione
del suo vecchio carceriere  importante e che
 giunto il momento di metterla in esecuzione.
Non mette in dubbio l'interessamento di Leonardo
per lei, n sospetta l'inesperienza dell'umile
servitore.
Il notaro Savitri ha un bell'esser vicino a lei e
assicurarla della sua volont di difendere i suoi interessi;
Mietta ha il presentimento che il vecchio
carceriere voglia per lei pi di quanto l'uomo d'affari
pensi di concederle.
Il notaro ha continuato e quasi finito la lettura
degli atti, ed ella non si  ancora decisa a parlare.
Ma ora il notaro le porge la penna:
- Ecco, signorina; mettete la vostra firma, qui.
Scrivete prima: Letto e approvato.
- Scrivete, cara, - insiste incoraggiandola Savitri.
Allora l'umile Mietta si alza, cos fragile, cos piccola
in quei suoi panni troppo ampi, e, tra la maraviglia di tutti,
interroga. Ha una voce acuta, distinta,
ma senza intonazione, e sembra reciti una
lezione imparata a memoria.
- I miei genitori mi lasciarono moltissimi milioni,
non  vero?
- S, moltissimi milioni, - risponde Garnier un
po' stupito da quella domanda.
- Accetto tutte le condizioni che il mio tutore ha
accettato per me...
- Benissimo.
- Ma chiedo che, dei molti milioni della mia
dote, ne vengano lasciati tre a mia completa disposizione,
senza che nessuno possa toccarli.  una
riserva, credo...
- Ma a che scopo, - chiede il notaro Garnier
- se tutto il vostro patrimonio  in comune, e vostro
marito vi passer le somme che vi saranno
necessarie a...
- Scusate, - ella interrompe timidamente, tanto
rossa in viso, che non osa alzarlo - gli altri saranno
in comune, ma tre resteranno di mia propriet
personale e non dovr renderne conto a nessuno.
- Che cosa volete farne?
- Voglio soltanto mettermi al riparo da qualsiasi
evenienza.
- Questa riserva  un'ingiuria per Filippo! -
esclama la contessa soffocata dall'indignazione.
-  una condizione che mio padre avrebbe imposta,
- risponde la fanciulla un po'a caso.
Deve aver detto una cosa giusta, per, perch il
conte d'Armons approva con la testa.
 il primo segno d'interesse che egli manifesta
durante la discussione, poich non ha fatto mai un
movimento mentre parlava la voce acuta della fanciulla.
Non ha neanche voltato la testa, n gettato uno
sguardo verso il mostriciattolo che osa discutere le
condizioni della propria ammissione nella sua famiglia.
Aveva giurato a se stesso che la fidanzata che gli
avrebbero offerto sarebbe stata un'estranea per lui,
e ora la ricopre con la sua indifferenza.
Pure, nonostante il suo dominio su se stesso e il
desiderio di non occuparsi di lei, un tono pi caldo
ha coperto il suo pallore, e con quel suo tamburellare
nervoso con le dita sul vetro, mostra che non
ha perduto una parola del dibattito.
- Questa clausola  inammissibile, - ripete la
contessa.
- Perch? - chiede secco Filippo senza cambiare
posa. - La signorina Darteuil prende le sue
precauzioni contro di me;  nel suo diritto.
- Chiedo soltanto una garanzia contro la vita.
Non sappiamo quale sar l'avvenire. -
Ma Filippo non si degna di discutere con la donna
che egli non ha scelto.
E, con un gesto al notaro Garnier, decide:
- Aggiungete pure questa clausola che  naturalissima. -
Tutto il suo amor proprio  inteso per far capire
che la riserva dell'orfana non l'ha colpito, ma i
suoi occhi guardano il paesaggio con maggior durezza.
- Questa ragazza manca di tatto,  una vera zingara! -
dice la contessa in inglese.
La signora  furibonda, ma  costretta a far buon
viso alla cosa: perci si sfoga con alcune riflessioni
dette a mezza voce in inglese, lingua che Filippo
e Garnier parlano correttamente.
Invitato ad aggiungere la clausola richiesta da
Mietta, il notaro esita, mentre i suoi occhi si posano
sulla fanciulla, stupiti. Poi, interroga con lo
sguardo Savitri, la contessa e finalmente Filippo
che continua a non occuparsi di loro.
Allora si decide, e, nel margine della carta bollata,
aggiunge senza entusiasmo le poche righe necessarie.
Mietta  rimasta in piedi: impassibile, ha fatto
finta di non accorgersi del malumore della contessa.
Durante la discussione,  rimasta immobile e
come estranea a ci che veniva detto intorno a lei.
Ma nei suoi grandi occhi scuri, cos neri in fondo
alle orbite fonde, c' una tristezza indicibile.
Chi sapr mai l'amarezza che gonfiava il cuore
della poverina, durante quel suo contratto di nozze?
Ecco che di sua spontanea volont si avvicina alla
tavola, prende la penna e chiude col suo nome il
contratto.
Savitri si curva sopra la sua spalla e la guarda
scrivere.
Il giorno innanzi si era preoccupato della calligrafia
di Mietta: ma ecco l la sua firma, grande,
decisa, elegante.  rassicurato: che sollievo e che
sorpresa di vedere che la sua pupilla sa scrivere!
Mentre la contessa conduce l'orfana fuori della
stanza, Filippo, a sua volta, mette la sua firma sotto
quella di Mietta.
Si  curvato sul contratto, col viso freddo, impenetrabile;
non una volta i suoi occhi si sono posati
su colei che gli  destinata.
E ora che il suo nome fa bella mostra di s, sotto
a quello della fanciulla, si raddrizza altero, indifferente,
senza mostrare di aver notato la firma ben
fatta, come poco prima, aveva notato la vocina tremante
di Mietta.
Nella camera accanto la madre si affaccenda, ed
esclama:
-  l'ora di prepararsi. Presto, Martina, il vestito
della sposa! -
Frase magica che fa sognare ogni immaginazione
femminile e fa trasalire di commozione ogni cuore
di vent'anni.
Ma in quella mattina piena di sole, in quel cantuccio
maraviglioso della Savoia ove tutti i colori
dell'iride brillano sulle vette, la frase magica non
diventa un'amara derisione quando  rivolta a una
creatura priva di grazia come la povera Mietta?...
quando si riferisce a un matrimonio come quello
che verr celebrato tra poco?...
Ritornata una bambina silenziosa e quasi incosciente,
l'orfana si lascia mettere il vestito di raso
bianco scintillante, cosparso di fiori.
Meno male che usano i vestiti corti, poich, come
gli altri comprati dalla contessa, anche l'abito da
sposa  troppo grande per la fanciulla.
La gonnella che dovrebbe giungerle solo sotto i
ginocchi, le scende fino alle caviglie, e il mantello
da cerimonia gettatole sulle spalle  troppo lungo.
Ma Mietta non  ridicola: porta un vestito lungo
e basta.
Purtroppo la corona di fiori e il velo non armonizzano
affatto coi suoi capelli troppo ispidi.
Invano la contessa cerca di farle una pettinatura
che stia meno orribilmente con quel suo visino
emaciato. Quei tentativi non fanno che imbruttire
o render ridicola quella strana sposina.
- Mio Dio, com' brutta! - ripete la vecchia
signora, alquanto scoraggiata. - Come si pu esser
cos brutti! -
Anche questa volta ha parlato in italiano, perch
 inutile che Mietta capisca ci che dice alla nutrice.
La contessa prova delle impressioni cos penose
su quella che sta per diventare sua nuora, che
 per lei uno sfogo parlarne con la sua umile
amica.
Martina viene a sapere cos, con stupore sdegnoso,
gl'incidenti del contratto di matrimonio.
- Ha osato far questo? - ella esclama scandalizzata.
- Una creatura simile!
- S,  incredibile! Eppure lo ha osato!
- Prendere delle precauzioni contro l'onest di Filippo,
come se il conte d'Armons fosse capace di
finire il denaro di sua moglie!
-  un'offesa!
- Tre milioni! Ha avuto il coraggio di esigere
tre milioni! - insiste la vecchia signora, che quella
cifra sembra eccitare ancora di pi.
- Il signor Filippo  sempre stato generoso...
E poi,  pi forte di lui: ha sempre disprezzato il
denaro.
- Come il suo povero babbo!  il difetto di tutti
gli Armons; anche nella rovina restano gran signori.
Ma tre milioni non si disprezzano cos. Egli
avrebbe dovuto esigere tutto, e questa disgraziata
avrebbe ceduto, piuttosto che rinunziare a lui.
- Senza dubbio. -
E la contessa ripete ancora, accomodando con
gesti bruschi il vestito della sposa:
- Ma guarda com' infagottata!... Sembra una
mosca cascata nel latte! Non  un essere umano,
 una scimmia!
- E tra poco sar contessa! - dice Martina desolata.
- Il signor Filippo farebbe meglio a rinunziarvi...
Un bel giovanotto come lui, pu trovare
cento partiti, invece che uno! -
L'idea del matrimonio andato a monte, rende prudente
la vecchia signora.
- Chi lo sa! Del resto, sai, questa fanciulla  di
buona famiglia, e poi anche se ha tre milioni di
meno, una dote come la sua non si trova tutti i
giorni. Soprattutto che siano stati guadagnati onestamente.
Suo padre era una persona molto perbene.
- Peccato che la figlia sia cos meschina!
- Ohim! Ogni medaglia ha il suo rovescio...
L'importante  che il mio Filippo si levi dagl'impicci.
Le d il suo nome, la salva, ed  giusto che
abbia un compenso. -
Impassibile, con gli occhi velati, Mietta guardava
la sua fragile personcina nello specchio.
L'abito lungo la riveste riccamente. Peccato che
sia cos magra, cos nera, cos brutta, insomma!...
Distolse gli occhi dalla sua immagine, scoraggiata.
Cerc di osservare con interesse il paesaggio
maraviglioso che la finestra inquadrava nelle montagne
della Savoia... Ma un velo le copr gli occhi,
e lente lente le lacrime cominciarono a scorrere sulle
sue guance pallide.
Le sue compagne non si accrsero subito di quel
silenzioso dolore infantile, perch, dopo aver terminato
l'abbigliamento della sposa, stavano riparando
al disordine dei loro vestiti.
Per, quando Savitri si affacci alla porta per
chiedere se erano pronte, Martina si volse verso
l'orfana, sempre immobile e immersa nei suoi pensieri,
e disse:
- La sposa  pronta. -
Ma a un tratto la vecchia si ferm stupita. Come?
Piangeva, ora, quella brutta creatura?
Chiss che non ci siano ancora delle complicazioni
per causa sua, pens di cattivo umore.
Il gesto della nutrice attir lo sguardo della contessa
e del notaro.
Ma mentre la prima faceva un viso spaventato,
il secondo and verso la fanciulla per cercare di consolarla:
- Mietta, mia cara Mietta! -
Quella voce simpatica fece fondere la corazza
nella quale si era avvolta l'infelice; un singhiozzo
le strinse la gola, un altro lo segu, poi un pianto
disperato.
La contessa alz le braccia al cielo.
- Ma che cos'ha? Che cosa le prende?
- Non diceva niente, si lasciava vestire buona
buona e a un tratto ha esploso! - spiegava la nutrice.
Savitri guardava ora l'una ora l'altra, non osando
confessare l'idea che gli era venuta di qualche
apprezzamento detto senza cattiveria da una di loro,
e che Mietta poteva avere interpretato male.
La contessa, che aveva indovinato il pensiero del
tutore, volle spiegare subito la cosa, perch non
fosse possibile nessun equivoco.
- Martina ed io abbiamo parlato in italiano...
una vecchia abitudine presa con la nutrice di Filippo.
Non capisco davvero il carattere di questa
ragazza...
- Dopo che la signora ha faticato tanto per renderla
presentabile, - aggiunse Martina.
Savitri abbracci l'orfanella:
- Ebbene, piccina mia, che cosa c'?... Avete
qualche dispiacere? Via, Mietta, siate ragionevole...
Ricordate la vostra condizione. Perch piangete?...
Siete pentita?... Questo matrimonio non vi piace
pi?... -
Mietta, nervosamente, si asciug gli occhi, e col
fazzoletto sulla bocca cerc di soffocare i singhiozzi
convulsi che la scotevano.
- Non  niente... niente!
- Allora, se non  niente, perch questa crisi?
Che cosa penseranno queste signore... o le persone
che vi vedranno? Non bisogna andare in Comune
con le lacrime agli occhi.
- Passer... - ella balbettava tra i singhiozzi.
- Voi sapete bene, cara Mietta, che io non vi
forzo, - disse Savitri, turbato dal pianto della sua
pupilla. - Ho creduto che questo matrimonio fosse
la soluzione migliore, ma, se preferite tentare qualche
altra via...
- No, no! Tutto va bene cos! - ella afferm.
- Allora, perch queste lacrime?
- La stanchezza, l'attesa... tanti cambiamenti
per lei... - disse la contessa infastidita dall'insistenza
di Savitri nel dar la colpa al matrimonio.
Il notaro si grattava la testa.
In quel momento capiva che la povera Mietta andava
al sacrificio.
- Preferireste rimandare la cerimonia a pi tardi?
- le chiese. - Spiegher io al signor d'Armons che avete
bisogno di qualche ora di riflessione...
- Perch ricada sotto le grinfie della sua matrigna! -
esclam la contessa inquieta sul serio.
Ma Mietta si asciug gli occhi.
- Ho promesso di accettare oggi per sposo il
signor d'Armons, e ho una parola sola. Perdonatemi
questo momento di sconforto che non ho saputo
nascondere.
- Davvero? Non volete che parli al vostro fidanzato?
-  inutile. Lui ha mantenuto le sue promesse,
e io manterr le mie, - disse con fermezza. - Se
volete dirgli qualcosa, ditegli soltanto che manterr
lealmente ci che ho promesso.
- Bene! - esclam la vecchia signora. - Questa
bambina  una brava figliuola nella quale si pu
aver fiducia. -
And verso la fanciulla e si chin per baciarla.
Mietta per non not il suo gesto. Si era voltata
verso un altro punto della stanza e sembrava intenta
a togliere dal suo viso ogni traccia di lacrime.
Savitri usc, e la madre di Filippo non rinnov
il suo gesto.
- Rompere il matrimonio! - ella esclam in
italiano. - Ho avuto una bella paura. Che idee ha
quel notaro! Crede dunque che Filippo sarebbe disposto
a dire di s un altro giorno? Abbiamo durato
tanta fatica per condurlo qui, oggi! -
La nutrice scosse la testa.
- Basta che tutto finisca bene...
- Che cosa vuoi che accada, una volta celebrato
il matrimonio? -
La donna guard Mietta che, ritta accanto alla
finestra, sembrava immersa nella contemplazione del
paesaggio.
- E chi pu saperlo? - ella mormor. - Ho
come il presentimento che il mio padroncino dovr
lottare con quella li.
- Ohim, povera Martina mia! Tu dimentichi
l'implacabile volont di Filippo. Egli ha giurato
che non considerer mai quella donna come moglie.
Se Mietta si opporr alla sua volont, sar peggio
per lei.
- Speriamo che la vittima non sia invece il signor
Filippo.
- Che idea, mia buona Martina! Conosco mio
figlio e sono tranquillissima.
- S, ma non conoscete lei! -
La conversazione non prosegu perch il notaro
Garnier venne a prenderle.
Tutti salirono in automobile e, nonostante l'ora
mattutina, trovarono il sindaco in Comune e il prete
in chiesa, per celebrare il matrimonio di Filippo
e di Mietta.


Capitolo 9.

Il notaro Garnier, che s'era occupato di tutto, del
contratto, delle pubblicazioni e della cerimonia, dovette
esser soddisfatto, perch nessun ostacolo sopravvenne,
e tutto proced all'ora stabilita e in gran
segretezza. Mai lavoro teatrale fu meglio preparato
e recitato; tutti si trovarono al loro posto e tutti
recitarono la loro parte a maraviglia.
L'orfana, sotto al suo velo, fu impeccabile. Il suo
silenzio pass per timidezza, la sua passiva indifferenza,
per pudore. E tutti si rallegrarono di quel
contegno corretto come se, dentro di loro, i testimoni di
quella commedia fossero davvero persuasi
che la ragazza fosse pazza come la sua matrigna
diceva.
Filippo d'Armons, dal canto suo, col viso buio,
l'occhio duro, la bocca serrata, mantenne un'espressione
amara durante tutta la cerimonia. Egli rievocava
un altro matrimonio, in un'altra chiesa, con
un'altra fidanzata, e, per non urlare di dolore dinanzi
al sacrifcio che faceva, dando a un'altra quel
titolo di sposa che aveva giurato di conservare alla
prima, stringeva i pugni con forza.
Eppure quando il sindaco e poi il prete gli chiesero
se voleva Mietta per sposa, egli pronunzi con
sicurezza il s tradizionale. Ma quell'affermazione
fu lanciata rabbiosamente e quasi con odio, tanto
che il sacerdote lev su lui e su Mietta gli occhi
interrogatori.
La maschia bellezza del giovane conte in contrasto
con la strana figurina della futura sposa dovettero
far sorgere nell'anima del prete dei pensieri
molto penosi, poich la sua voce si fece pi grave,
quasi solenne, nel pronunziare le frasi rituali, come
se volesse far risaltare l'importanza cristiana del
Sacramento.
Il momento pi penoso per Filippo d'Armons fu
quando il prete, prendendo la manina di Mietta, la
pose in quella dello sposo.
Era la manina di una bimba di dodici anni, e
cos scarna, che il conte si chiese se si trattava di
una mano umana.
La guard con orrore, e istintivamente i suoi occhi
si alzarono verso quel polso scheletrito, poi su
su verso quel visino angoloso.
Attraverso le fitte pieghe del velo ricamato, poteva
distinguer male i tratti del viso, ma credette
di scorgere delle ossa salienti, una pelle color della
cartapecora, delle ombre paurose.
Quale visione allucinante creavano tutte quelle
vetrate colorate sulle fattezze della sua compagna?
Ne dette la colpa alla luce falsa che pioveva dalle
alte finestre ogivali, ma cap che quei lineamenti
dovevano essere anormali... come la mano di cui
sentiva le ossa sotto le dita.
Uno sgomento atroce lo invase: ebbe l'impressione
di una perfidia, di un delitto, anzi!
A quale prezzo vendeva il suo nome?
Quale strana compagna gli avevano scelta? Oh,
che bassezza quel suo matrimonio d'interesse!
Eppure aveva creduto di compiere una buona
azione: sua madre gli aveva detto che salvava una
giovane orfana, martirizzata dai parenti!...
Ma forse, invece di essere un eroe, era soltanto
il miserabile complice di un delitto.
Fu sul punto di guardare Mietta, di alzarle quel
velo, di approfondire le cose, di dire forte a tutti
il suo disgusto per un simile matrimonio.
Ma un sussulto della sua volont vacillante gli
mostr lo scandalo di una simile condotta.
Chiuse gli occhi per non veder pi quell'orribile
mano, per riflettere e decidere. Le sue dita si contrassero
con tanta forza su quelle di Mietta, che la
povera piccina sobbalz dal dolore.
Quando egli riapr gli occhi e rallent la stretta,
il prete aveva finito le sue preghiere, la benedizione
era stata impartita, e il matrimonio celebrato.
Come in un brutto sogno, Filippo cap che era
ormai tardi per agire; vide un movimento negli
astanti, sent che una mano leggera si appoggiava
sul suo braccio, che un piccolo passo risonava al
suo fianco.
Gli fu stretta la mano da molte persone; piovvero
gli augurii. Il prete, commosso da un generoso obolo
per i suoi poveri, venne a rallegrarsi con lui.
Tutto questo accadde nell'umile sagrestia di un
villaggio. Gli parve di vedere un ammasso bianco
vicino a s; sua madre gli sorrideva, seduta di faccia. Egli
restava incosciente; una sola impressione
rimaneva in lui: quella di una manina scarna nella
quale aveva posto un anello d'oro.
Ora si sentiva tutto preso dalla smania di arrivare
a casa, di esser fra quattro mura, lontano dagli
sguardi di tutti, di sapere.
Oh, sapere, sapere fino a che punto egli si era
abbassato in quel brutto affare...
Poich ora egli non aveva pi dubbi: il suo matrimonio
era stato un'infamia.
Perch non se ne era occupato? Perch aveva rifiutato
di sapere, non volendo neanche conoscere
la moglie che gli veniva imposta?
Sentiva dei colpi sordi martellargli la testa: la
sua angoscia era orribile.
Appena l'automobile si ferm, salt a terra, e
quando Mietta entr nella cucina di Martina, egli
la prese per le spalle e la tenne ferma davanti a s.
Le tolse il velo, la guard.
In una sola occhiata la vide tutta come era.
I suoi occhi si erano spalancati d'orrore. Che
baratro!
- Questo mostro!... Questo avete osato?... Oh,
madre mia!... -
Brutalmente respinse la fanciulla e si volt verso
la contessa, con gli occhi folli, il viso stravolto.
- Avete osato questo! - egli ripet fuori di s.
- Non avete neanche avuto il pudore della vostra
stirpe!
- Calmati, Filippo, te ne prego. Ti spiegher.
Questa fanciulla  innocente... la cureremo.
- Avete osato questo! - egli ripeteva ancora
come un pazzo.
Garnier e Savitri si erano slanciati verso di lui
e lo calmavano.
- Via, conte, siate gentiluomo, siate galante!...
Prima di andare in collera riflettete: la faccenda
era disperata... -
E il bravo notaro cercava di fargli comprendere
in quali difficolt si era trovato per i debiti accumulati
da tanti anni.
- Noi vi abbiamo salvati entrambi, - spiegava
Savitri, il quale trovava che il denaro della sua pupilla
meritava una certa considerazione.
- Dacci un po' di tempo, figliuolo mio! - supplicava
la madre angosciata dalla ribellione del giovanotto,
temendo che egli potesse prendere qualche
grave decisione in un simile momento di rivolta.
Poi aggiunse a bassa voce:
- Stavamo per crollare, il nostro nome poteva
esser trascinato nel fango...
- Sarebbe stato meglio!
- La miseria non mi spaventava, ma, la vergogna,
il disonore! Avresti preferito davvero un simile
scandalo intorno al nostro nome?
- Ma questo matrimonio? Un matrimonio simile!
Quella ragazza  un mostro! -
Egli era fuori di s, con una luce di follia negli
occhi, ma anche lui, senza accorgersene, parlava
con un tono di voce bassissimo, come la madre.
Questo fu un sollievo per sua madre che intravide
la possibilit di un accomodamento.
- Ascolta, caro, questa ragazza ti salva... Ci
salva tutti! E noi la cureremo, cercheremo di renderla
presentabile;  giovane, e ritorner normale.
-  impossibile! Non l'avete vista?  un vero
spauracchio.
- Tra qualche mese non la riconoscerai pi.
- Ma intanto devo sopportarla... vivere con lei.
- Niente affatto. Martina ander in Svizzera con
lei. Poverina, ha bisogno di molte cure, perch 
vissuta prigioniera per molti anni. Sii generoso,
non maltrattarla.
- Ora pi che mai, non voglio conoscerla; non
voglio pi vederla.
-  inteso: partir.
- Parto anch'io! - egli decise bruscamente.
- Parti?
- S, per le Indie, per l'Egitto, per non so dove.
Lo avevo gi deciso fin da principio; volevo soltanto
aspettare il momento propizio per non essere
scorretto con quella donna. Ma ora non aspetto pi:
parto, parto! Sento che impazzirei se restassi qui.
- S, andate via! Partite subito! - intervenne
il notaro Garnier. - Non fareste che delle sciocchezze
restando in Francia.
- Al vostro ritorno ci saranno dei cambiamenti,
- disse Savitri che guardava la sua pupilla a cui
nessuno faceva pi attenzione.
E per la prima volta, da anni, un uomo pens
di lei:
 anormale, s,  vero;  di una magrezza spaventosa,
ma ha i lineamenti regolari, e capelli abbondanti.
Se si potesse riempire quella sua pelle
avvizzita, arrotondarle gli angoli, render pi sicuro
quello sguardo spaurito, ammorbidire quei suoi capelli
ispidi, vestire quel suo corpiciattolo gracile,
forse la povera piccina sarebbe come tante altre.
Ah, no, Savitri non la trovava davvero bella! Ma
insomma capiva... Un uomo le indovina certe cose!
Capiva che in seguito potrebbe anche piacere, quella
povera orfanella; ci sarebbe voluto del tempo,
ma non sarebbe stata cosa impossibile!
E i suoi occhietti brillarono di malizia. Si stropicci
le mani.
- Andatevene, - ripet battendo sulla spalla di
Filippo. - Tra qualche tempo vedrete... ci saranno
delle novit che non vi sognate nemmeno. -
Il conte e sua madre credettero che fosse impazzito.
Alzarono le spalle, non cercando neanche di
capire il motivo della sua esuberanza.
E Savitri, prudentemente, prefer di non spiegarsi
di pi.


Capitolo 10.

Trascorse un'ora, durante la quale la vecchia nutrice
serv una colazione fredda che i diversi personaggi
di quella piccola commedia gustarono con
piacere.
- Le emozioni mettono appetito, - aveva detto
il notaro Garnier sedendosi a tavola; e tutti, escluso
il conte d'Armons il cui umore era rimasto burrascoso,
sembrarono dello stesso parere.
Soltanto Mietta non comparve a tavola.
Martina l'aveva condotta in camera sua.
- Ora spogliatevi, signora, - consigli alla giovane.
- Verr pi tardi a prendervi. Intanto sarebbe
bene che cercaste di dormire un pochino. Dovremo
viaggiare tutta la notte ed  bene che vi riposiate. -
Dopo queste raccomandazioni, la vecchia si ritir,
chiudendo a chiave la novella sposa.
Che dorma e che non si senta pi parlare di
lei! mormor la vecchia con sorda ostilit. In
questo momento  la cosa migliore che io possa
fare; il signor Filippo l'ha vista abbastanza, per
oggi!
E, senza intenerirsi sull'orfanella, la nutrice and
a occuparsi della colazione dei suoi ospiti.
Nella camera, Mietta rimase per un pezzo immobile.
Tutti gli avvenimenti della notte e della mattina
sfilavano di nuovo davanti alla sua mente sovreccitata.
La cerimonia religiosa, coi canti, le preghiere, e
soprattutto il piccolo sermone del sacerdote, l'avevano
turbata pi di tutto il resto.
Diverse volte ella mormor;
Maritata!... Sono maritata!... Il mio matrimonio
 stato benedetto dinanzi a Dio!...
Povera creatura debole, senza volont e senza forza
di resistenza, pareva che stentasse a capire il susseguirsi
degli avvenimenti delle ultime ore.
Maritata!... Sono maritata!... ella ripet.
Poi altre cose le vennero alla mente:
Era necessario! La signora Darteuil ora non ha
pi nessun diritto sopra di me... No, ella non pu
pi niente... Ma lui?... Il conte d'Armons? Sono
sempre prigioniera! Oh, che strano matrimonio!
Che terribile marito!
Un lungo brivido la scosse al ricordo della collera
di Filippo:
Questo! Questo avete osato!...
E quelle parole pareva la trafiggessero, poich
ogni volta che le ritornavano macchinalmente alle
labbra, un sussulto accompagnava l'atroce ricordo
del disgusto di Filippo d'Armons.
Seduta su una seggiola bassa, ai piedi del letto,
con la testa appoggiata alla spalliera di legno lucido,
l'orfana rimase immersa nella sua meditazione,
senza pensare al tempo che passava.
Quando la vecchia contessa, inquieta di non vederla
e di non sentirla, apr la porta della camera,
trov la sposa sempre avvolta nei suoi veli bianchi,
con gli occhi fssi, ignara dell'ora e del luogo.
- Bisognerebbe farle cambiare vestito, - disse
a Martina.
- Come? Non si  spogliata? - esclam la donna,
stizzita. - Eppure le avevo raccomandato di
mettersi l'altro vestito.
- Forse sarebbe bene anche di darle da mangiare,
- interruppe pacato Savitri. - Ni ci siamo
rifocillati, ma quella poverina deve aver fame.
- Credo che sia avvezza ai pasti irregolari. Deve
aver digiunato pi di una volta.
- Spero bene che questa disgraziata non ricever
pi simili trattamenti! - esclam il tutore.
E, siccome la contessa si era allontanata, si rivolse
alla nutrice e se la prese con lei.
- Esigo, - egli dichiar con fermezza - esigo,
avete capito?, che questa fanciulla sia curata scrupolosamente
e che non le manchi nulla.
- Certo! - rispose la donna in tono aspro. -
Veglier su di lei come su un oggetto prezioso.
- Lo spero bene! -
E il brav'uomo aggiunse in tono burbero:
- Non bisogna dimenticare che la mia pupilla
paga abbastanza caro il diritto di esser trattata bene.
In lei potete disprezzare la persona, se credete, ma
non dovete disprezzare il denaro che essa rappresenta. -
E dopo questa battuta, tirata come un calcio a
un cane ringhioso, l'uomo d'affari volt la schiena
alla nutrice annichilita.
Mietta si era mostrata estranea a quella scena,
e non una parola le era sfuggita.
E quando Martina le and vicina per spogliarla,
ebbe un pallido sorriso:
- Il mio tutore  un brav'uomo, non  vero, signora?
- osserv con dolcezza.
La vecchia fece un balzo, non perch la riflessione
di Mietta l'avesse colpita, ma perch l'orfana
aveva pronunziato quelle parole in italiano.
La nutrice, stupefatta, si ricordava le osservazioni
scambiate la mattina tra lei e la contessa.
- Parlate italiano? - le chiese con voce soffocata.
- S, lo parlo e lo capisco, - rispose la fanciulla
con semplicit.
Martina tacque, impacciata e molto seccata di
quella storia.
In quel momento si ud il rombo di un motore
d'automobile messo in moto, e dalla cucina risonarono
alcune voci.
- Arrivederci, caro Filippo, - diceva la madre
del giovanotto, abbracciandolo. - La tua decisione
mi addolora molto; potevamo vivere cos tranquilli,
ora! -
Mietta alz la testa: quali pensieri passarono a
un tratto nella sua mente?
Si slanci nella stanza vicina con tutta la vivacit
che la sua debolezza le permetteva, e arriv
proprio nell'istante in cui Filippo, dopo avere abbracciato
la madre, stringeva la mano dei presenti.
- Stasera a Parigi! E fra tre giorni, al massimo,
filo in Egitto! -
La sua voce era quasi gaia.
- Uff! Non sapete che liberazione sar per me
questo viaggio. Da qualche giorno mi sembra di
avere una cappa di piombo sulle spalle! -
La contessa si era messa a piangere.
Filippo torn presso di lei e, circondandole le
fragili spalle scosse dai singhiozzi, le disse:
- Via, mamma, siate ragionevole: farei qualche
pazzia se fossi costretto a rimanere qui.
- Mio povero figliuolo! Ero cos felice di poterti
togliere dall'imbarazzo! E ora tu mi fuggi, e
per quanto tempo?
- Non  voi, mamma, che io fuggo, ma un ricordo
troppo caro, quello della mia sposa adorata,
dopo un'atroce realt, quella del mostro che ho dovuto
sposare.
- Ma quando ti rivedr?
- Da lontano, la mia mente si abituer... Ritorner
quando mi sar fatta una ragione. Di qui
ad allora, mio fratello si occuper dei nostri affari;
io per un pezzo non me ne sento capace.
- Quando ritornerai tutto sar in ordine.
- Dunque questa volta vado via davvero, - disse
abbracciandola un'ultima volta.
Ella sorrise tra le lacrime per dargli un ultimo
incoraggiamento.
- Sii prudente; non dimenticare che la vecchia
mamma aspetta il tuo ritorno. Scrivimi pi spesso
possibile. -
Con un ultimo gesto d'addio a tutti, egli salt
in automobile.
- Dimenticate di salutare la contessa d'Armons, -
fece osservare Savitri avvicinandosi alla vettura.
Filippo volse la testa verso di lui.
- Me ne manca il coraggio, - rispose in tono
leggero. - Incaricatevene voi per me, se ne avete
voglia! -
E, dopo questa impertinenza, mise in moto la
macchina.
Un silenzio imbarazzante segu la sua partenza.
La fronte di Savitri si era rabbuiata, e amari pensieri
cominciavano ad agitarsi nella sua mente.
Se la rifece col notaro Garnier:
- Perbacco! Avreste dovuto avvertirmi: mi parlaste
di una famiglia onorata, piena di tatto e di
compassione, e trovo qui, invece, una freddezza e
un disprezzo incomprensibili. Povera bambina! Capite
in quale condizione l'avete messa? -
Ma la contessa si avvicin all'uomo d'affari:
- Non temete niente, Savitri; la vostra pupilla
non  caduta tanto male quanto credete... Soltanto
nessuno di noi si aspettava di trovarla foggiata in
cos strano modo: e non abbiamo saputo nascondere
la nostra delusione.
- Insomma, ora ella appartiene alla vostra famiglia;
sarei pi tranquillo se mi assicuraste che
sar trattata bene.
- Su questo punto non c' bisogno che tranquillizzi
nessuno. Colei che porta il nome di mio
figlio avr tutte le cure che le spettano. -
Savitri si raddolc.
- Meno male! Sono contento di sentirvi parlare
cos. Quel diavolo di vostro figlio e quella maledetta
nutrice cominciavano a farmi arrabbiare.
- Mio figlio si  allontanato per non far subire
a un'innocente il dispetto che egli prova per questo
matrimonio conchiuso per forza. Riguardo a
Martina, baster dirle che la felicit di Filippo 
nelle sue mani perch si affezioni alla nuova contessa
e si sforzi di farla diventare uguale a tutte. -
Il tono dignitoso della vecchia signora colp Savitri.
Per di pi, il notaro Garnier gli assicur che
tutto era gi predisposto affinch l'orfana vivesse
felice e tranquilla.
- Date qualche mese di tempo a Martina e non
riconoscerete pi la vostra pupilla. Entrer in una
casa di salute in Svizzera, dove le saranno prodigate
tutte le cure e concessi tutti gli svaghi. -
Durante questo lungo colloquio, Mietta si era
inoltrata fino nella corte.
Quando aveva visto Filippo salire in vettura, la
povera abbandonata aveva voluto slanciarsi per seguirlo.
Gesto commovente in quel povero corpo
sgraziato nel quale un'anima viveva ancora!
Capiva forse che la partenza di colui che era suo
marito da qualche ora, non era una cosa normale?
Nessuno avrebbe potuto dirlo, tanto quel visetto
malinconico sembrava inebetito.
Ella rest come colpita da stupore, in mezzo alla
corte, seguendo con gli occhi l'automobile che si
allontanava.
La contessa le and vicino e la prese per la mano
per ricondurla in casa.
- Non restate qui, bambina mia.
-  partito, - mormor Mietta.
- S, si  allontanato... Capite bene, ci vuol
prudenza. Savitri e Garnier vanno via anche loro.
Ora tutti dobbiamo dividerci. Io ritorno a casa, e
anche voi partirete tra poco, quando l'automobile
che accompagna quei signori alla stazione sar di
ritorno. -
Ma forse Mietta non ud le spiegazioni della vecchia
signora: continu a fissare la strada come smarrita,
poi si lasci facilmente ricondurre in casa.
Soltanto quando si ritrov dentro e vide la porta
richiudersi dietro di lei, nei suoi occhi pass un
lampo di terrore.
Come una bestia inseguita, si guard intorno, e
non vedendo che le due donne, gett un grido di
disperazione e si slanci alla finestra, cercando ancora
con ansia di scrutare la strada dalla quale era
scomparsa l'automobile di Filippo.
Savitri, prima di partire, venne ad abbracciarla
paternamente.
- Su, Mietta, abbiate pazienza e pensate che da
ora in avanti ogni giorno la vostra sorte migliorer.
Quando vi rivedr, voglio trovarvi forte e robusta
pi che  possibile! Curatevi e abbiate fiducia;
anche da lontano io veglier su voi. -
Ella lo ringrazi con poche parole di riconoscenza
espresse con difficolt; si capiva che il suo
pensiero era altrove; sent appena le raccomandazioni
che egli fece alla nutrice, e la promessa di
una forte ricompensa se fosse riuscita a rimettere
Mietta in buone condizioni.


Capitolo 11.

Quando i due uomini si furono allontanati, la
contessa cominci a camuffare l'orfana.
Le fece indossare un ampio mantello da viaggio,
le mise un grosso paio di occhiali e un casco da
automobilista.
- Bisogna che la signora Darteuil non possa ritrovarvi.
Se, per un miracolo, riuscisse a seguire le
vostre tracce fin qui, non potrebbe andare pi lontano.
Cos travestita, siete simile a mille altri automobilisti. -
Quando la sospinse verso la vettura, la giovane
sposa usc dal suo mutismo, e, indicando la strada,
disse:
- Andiamo da quella parte... con lui? -
La contessa cap che ella alludeva a Filippo.
- S, - spieg. - Ma poi prenderemo un'altra
strada. In seguito, quando ogni pericolo sar scomparso
e voi vi sarete curata, egli ritorner, non temete.
- Perch curarmi? Non sono malata.
- Forse, infatti, non siete malata; ma siete cos
pallida, cos magra che tutti vedrebbero in voi un
essere anormale, e la vostra matrigna avrebbe ragione
di pretendere che siete pazza. Bisogna dunque
che ricuperiate le forze, che vi rimettiate in
carne, che ritorniate colorita.
- E allora, dove mi conducete?
- In Svizzera... L vivrete in mezzo a dei veri
malati, e tra essi passerete inosservata. Via via che
vi ritorneranno le forze, cambierete di residenza,
finch, del tutto guarita, potrete vivere liberamente
e raggiungere vostro marito.
- E quando star bene, andr con vostro figlio?
- Naturalmente.
- Ne siete certa? - ella insist.
- Certissima!
- Ah! -
Mietta scosse la testa pensierosamente e non parl
pi. Per, quando l'automobile attravers il villaggio
ed ella rivide la chiesa dove la mattina il
prete aveva benedetto il suo matrimonio con Filippo,
fu scossa da un lungo brivido.
E, mentre grosse lacrime le inondavano improvvisamente
gli occhi tristi, balbett:
- Questo... questo mostro m'avete fatto sposare!... -
La contessa trasal. Guard l'orfana con stupore,
poi scambi un'occhiata afflitta con Martina.
Mietta comprese quello sguardo; allora, semplicemente,
rivolgendosi alla nutrice, spieg:
- Perch ... devo dirvi che... capisco e parlo
anche l'inglese! -
La vecchia signora sussult e il viso le si copr
di rossore.
- Capite?... - ella balbett imbarazzata.
- S, e anche l'italiano, signora! - la prevenne
a bassa voce la nutrice.
- Oh!... Allora... -
La contessa non riusciva pi a spiccicar parola,
comprendendo in quale strana condizione si era
messa di fronte a sua nuora, in poche ore.
A voce bassa sussurr:
- Con quell'aria di santarellina ci ha giocati
tutti! -
Lo stesso pensiero doveva esser venuto in mente
a Martina che replic sempre a voce bassa:
- L'avevo detto io, alla signora... Io non avevo
fiducia. Povero signor Filippo, in che ginepraio si
 messo! -
Ma questa volta, prudentemente, la contessa fece
tacere Martina, perch quella misera sposina era
meno idiota di quanto dimostrava.
Con un sospirone, ricordando tutte le sgarberie
di cui si era resa colpevole la mattina, pens tra
s che era quasi un peccato che Mietta non fosse
davvero pazza, come la signora Darteuil pretendeva.
L'automobile giunse a Evian verso la fine del pomeriggio.
Un altro mantello e un altro casco furono
gettati sulle spalle e sulla testa di Mietta, trasformandola
un'altra volta.
Le stesse precauzioni erano state prese per la nutrice,
vestita come una vecchia signora danarosa,
con gioielli d'oro sul vestito scuro, come ne portavano
una volta le nostre madri e come ne portano
ancora molte straniere di una certa et.
Poich Martina doveva passare per zia dell'orfana,
durante la cura di montagna che ella doveva
seguire sul principio.
Due valige spedite direttamente da Parigi furono
ritirate alla stazione di Evian: contenevano la biancheria
delle due viaggiatrici. La contessa d'Armons
aveva fatto bene le cose; non era stato dimenticato
niente, n gli oggetti da toelette, n le vestaglie,
n le scarpe diverse per citt e per montagna.
Martina, poi, aveva ricevuto ordine di comprare
tutto quello che poteva esser necessario al benessere
della giovane. E un deposito alla Banca permetteva
alle due viaggiatrici di vivere largamente
e senza meschinit in qualunque luogo desiderassero
andare.
Al momento di separarsi da Mietta, la madre di
Filippo le fece mille raccomandazioni:
- Le vostre carte sono in regola, bambina mia.
Potete partire. Ecco il battello che vi condurr a
Montreux. Curatevi, fortificatevi e non vi private
di nulla; dovete letteralmente rinascere alla vita.
Quando sarete abbastanza forte per sopportare la
fatica dei viaggi, visiterete la Germania, l'Austria
e l'Italia. -
Qui s'interruppe, abbracci l'orfana; poi prosegu:
- Arrivederci, cara Mietta. Non dimenticate che
siete sposata e che dovete fare l'impossibile per cercare
di conquistarvi l'affetto di vostro marito. Per
cominciare, dovete curarvi per diventare normale...
come le altre! Obbedite a Martina. Desidero sinceramente
di potervi un giorno trattare come figliuola:
conquistate la stima di Filippo e il mio cuore
di madre vi sar aperto senza restrizioni. -
Mietta fece un gesto evasivo e non rispose.
Che cosa avrebbe potuto promettere in quell'occasione?
Diventare bella o brutta dipendeva forse
da lei?
Questo... questo mostro mi avete fatto sposare!
aveva gridato Filippo.
La povera infelice capiva bene che, salvo un miracolo,
sarebbe restata sempre per suo marito un
mostro, quell'essere disgustoso e orribile che egli
aveva appena intravisto, ma del quale avrebbe serbato
sempre un ricordo atroce.
Le viaggiatrici salirono sul battello che doveva
condurle a Montreux
Qualcuno agita un fazzoletto, una mano si alza
ancora per un ultimo saluto, alcuni lumi si spengono...
Poi la riva francese sparisce nella nebbia,
mentre sull'altra sponda del lago le mille luci delle
citt svizzere si fanno sempre pi distinte.
Quella notte le due donne dormirono a Montreux,
ma la mattina dopo subito, un treno le trasport
sulle rive del lago di Thoune.


Capitolo 12.

Lettera di Martina Boulin
alla contessa d'Armons.
Come la signora contessa mi fece promettere,
vengo a darle notizia della persona da lei affidatami.
Ella ha sopportato bene il cambiamento di clima
e di abitudini.
I primi giorni si mostrava debolissima e molto
stanca, tanto che potevamo fare appena qualche passeggiatina
nel parco della Villa. Ma a poco a poco
abbiamo potuto allungare le nostre gite, e ora arriviamo
fino in citt all'ora del t; e questa  la
nostra sola distrazione.
D'altra parte, il dottore che ha visitato la nostra
malata dice che tutto va benissimo, e che tra
qualche settimana non la riconosceremo pi.
Devo anche dire alla signora contessa che io non
trascuro niente perch la cura di rieducazione (come
dicono qui) sia totalmente efficace.
La signorina Mietta  docile e si presta a tutte
le esigenze della cura: nutrimento, esercizi, riposo
e sonno.
Disgraziatamente, per, c' in lei una vera apatia
per tutto ci che la concerne, e il dottore dice
che  peccato, perch la sua guarigione sarebbe pi
rapida se volesse guarire.
Le diciamo:
- Mangiate, camminate, riposatevi. -
E lei, docile, mangia, cammina o si riposa.
Ma questi atti sembrano eseguiti senza coscienza,
e se non le dicessimo di compierli, resterebbe
immobile e indifferente.
Sono dunque obbligata a esercitare su lei una
continua sorveglianza, perch, sebbene il regime
qui sia ogni giorno uguale, la signorina non lo seguirebbe
da s sola.
Per mancanza d'intelligenza o per pigrizia?
Io credo piuttosto che sia il risultato di tanti
anni d'immobilit e di concentrazione in se stessa.
Il dottore dice:
- Bisogna ottenere una rieducazione completa;
ridarle il gusto della vita, del movimento, dello
sforzo... Ci vorranno dei mesi per ottenere questo
risultato, ma esso  sicuro, perch non c' niente
che vi si opponga: non esiste in lei nessuna lesione
psichica. -
Sembra, anzi, che, eccettuata la sua magrezza
e la sua costituzione minuta, la signorina Mietta sia
benissimo conformata e senza alcuna tara fisica.
Il regime di superalimentazione comincia gi a
mostrare i suoi benefici effetti: ella  meno magra,
ha le guance un po'pi piene e le mani meno scarne.
Ci che maggiormente colpisce in lei, ora,  la
carnagione pi fresca e pi naturale. Ha ancora il
viso pallido, ma ha perduto quel colore livido e
giallastro che aveva prima.
Moralmente, il cambiamento  meno visibile.
Per la maggior parte del tempo, la signorina
Mietta resta immobile, con gli occhi fssi, in contemplazione
di qualche angolo di cielo o di montagna.
La mattina quando si alza, le do io la biancheria
e i vestiti che deve indossare, senza che mai
ella abbia manifestato il desiderio di mettersi un
altro vestito o un altro mantello.
Sembra priva del tutto di ambizione: appena
pronta, si d una rapida occhiata nello specchio, e
subito distoglie gli occhi come se ci le riuscisse
spiacevole e faticoso.
Spesso l'ho spiata per cercare di scorgere nei
suoi occhi un lampo d'interesse o di piacere, ma
vi ho sempre trovato soltanto stanchezza e noia.
No, purtroppo la signorina Mietta non  ambiziosa:
per abbellirla o soltanto renderla presentabile, bisogner
contare su noi.
A tavola, la stessa indifferenza. Prende quasi
sempre ci che le viene presentato, senza mai chiedere
una pietanza o una ghiottoneria a parte. In
citt, quando andiamo a far merenda in qualche
pasticceria,  la stessa cosa: niente l'attrae, niente
la tenta.
Una cosa sola ha avuto la prerogativa di farla
uscire dalla sua apatia.
La signora contessa mi aveva raccomandato di
presentare la signorina Mietta come mia nipote. La
pregai dunque di volermi chiamare zia quando
si rivolgeva a me.
- E perch mai devo chiamarvi zia?... - mi
chiese.
Quando le spiegai le ragioni che la signora contessa
aveva creduto bene di farmi conoscere, la signorina
scosse la testa:
- Mi dispiace molto, ma voi non siete mia zia
e non vi dar mai questo titolo.
- Eppure...
-  inutile, non insistete. Vi chiamer signora,
o Tina invece di Martina, poich siete la
balia di Filippo; ma oltre questi due nomi, non
vi dar nessun altro appellativo -
E la sentii cos risoluta in quella decisione, che
non insistei pi e dovetti accettare il titolo di Tina
che ella mi proponeva.
Un altro incidente accadde per il suo anello matrimoniale.
Qui alla Villa la iscrissi sotto il nome di Gaby
Merienne, sempre secondo gli ordini della signora
contessa che mi aveva fornito i fogli di Stato Civile
necessari.
In questi fogli, risulta che la fanciulla che io
accompagno ha quindici anni.
Ora, la signorina Mietta  cos gracile, cos piccola,
che le si danno pi facilmente quindici anni
che la sua vera et.
C' per quel suo famoso anello che non va per
una fanciulla cos giovane. La pregai dunque di
volersi togliere la fede.
Ma neppure su questo punto fummo d'accordo:
ella rifiut di togliersi l'anello dicendo che era una
questione di principio sulla quale era inutile insistessi.
E siccome, nonostante tutto, io insistevo, cercando
di farle capire quanti commenti poteva far
nascere la vista di quell'anello simbolico al dito
di una bambina di quindici anni, ella mi rispose:
- Spiegherete ci come vorrete. Posso anche
essere affezionata a quest'anello perch venutomi
da una parente... o per qualsiasi altro motivo. Poich
siete in vena di mentire, una bugia di pi non
vi coster fatica! -
Confesso alla signora contessa che quella risposta
spavalda non mi fece piacere.
Per fortuna, fino a ora nessuno si  accorto della
famosa fede.
Per quel che riguarda in lei l'et, la magrezza,
la mancanza di sviluppo, nessuno se ne maraviglia.
Qui ci sono tanti malati scarni quasi quanto lei...
specialmente tra le fanciulle.
Cos, i suoi quindici anni sono accettati da tutti,
e molte madri s'interessano alla mia piccola malata.
Qualche anima buona, mossa a compassione
dalla triste sorte di questa bambina cos malinconica,
ha cercato di attaccar discorso con lei. Fatica
inutile!
La signorina Mietta si mostra molto scontrosa
e non le piace discorrere. Per ora,  meglio cos,
credo.
Una cosa sola la interessa: i libri.
Si ferma alle vetrine di tutti i librai che incontriamo,
e non passa giorno senza che acquisti qualche
nuovo volume.
Devo confessare alla signora contessa che questa,
anzi,  una grande preoccupazione per me.
Posso lasciarle leggere tutti i libri che vuole?
Un giorno, siccome il libro che ella sfogliava
conteneva alcune figure vestite un po'sommariamente,
le feci osservare che forse non era adattato
per una ragazza perbene.
La signorina mi guard quasi sbalordita.
- Ma se  un manuale di ginnastica! - mi
rispose poi, scoppiando in una risata.
Non ho capito che cosa ci fosse di tanto comico
nella mia osservazione.


Capitolo 13.

Estratto di diverse lettere
che Martina Boulin scrisse alla contessa d'Armons.
Dal suo arrivo qui, la signorina Mietta  aumentata
di due chili, e il dottore  molto soddisfatto
del risultato della cura.
Egli  sicuro che la signora contessa sarebbe
felice se vedesse i progressi ottenuti.
Ora, possiamo fare delle lunghe passeggiate a
piedi su in montagna, perch la signorina Mietta
non si lamenta tanto presto della stanchezza e, di
ritorno dalle nostre escursioni, mangia di buon appetito,
senza che ci sia bisogno d'insistere a ogni
boccone, come prima.
La signorina ora acconsente a prender parte alla
vita che ci circonda: non che faccia amicizia con
qualcuno degli abitanti di qui, ma, insomma, accetta
di andare al cinematografo, di assistere alla
Messa e ai concerti nel parco.
La vita con lei sarebbe anche piacevole se non
si mostrasse cos scontrosa!
Ella sfugge ( proprio la vera parola) ogni relazione
e anche ogni conversazione estranea.
Con me, ha abbandonato un poco il silenzio dei
primi giorni; ma, per lo pi, scambiamo soltanto
le parole strettamente necessarie a questo contatto
continuo.
Devo dire anche che la nostra povera bambina
 sempre l'oggetto della curiosit di tutti, perch
ha sempre lo stesso viso angoloso, gli stessi capelli
ispidi e lisci, lo stesso personale magro e sgraziato
che la signora contessa non deve aver dimenticato.
Il dottore le fa fare per due ore al giorno una
quantit di movimenti in posizioni buffe... Egli
chiama ci: educazione fsica.
Ma io non ho gran fiducia in tutti quegli stiramenti:
nessuna persona sensata ha mai avuto l'idea
di far tutte quelle mosse!... Per, siccome questo
tiene occupata la signorina Mietta due ore al giorno,
e siccome, d'altra parte, questi esercizi sono fatti
insieme con altri malati, non ho creduto necessario
proibirli.
Insisto presso la signora contessa per farle capire
che ho accettato questa strana cura soltanto
perch ho avuto assicurazione dal dottore che egli
non cercava di rendere ridicola la nostra ammalata.
Qui ci sono pi di cento persone, uomini, donne
e bambini, che muovono le braccia e le gambe insieme
con la signorina, e tutti trovano la cosa naturalissima.
La signora contessa ricorder certamente la scoperta
che facemmo nel pomeriggio che segu il matrimonio
di Filippo: la sposa parlava italiano e inglese.
Eppure questo mi sembra un po' diabolico poich
non credo che un buon cristiano possa parlare
una lingua che non ha mai sentito. E alla Blanquette la
signorina non pu certo avere imparato
le lingue.
Ma ritorno a quel che dicevo alla signora contessa:
la sua nuora parla anche il tedesco.
Sono sicura che anche la signora trover che ci
non  naturale e che deve esserci sotto qualche stregoneria.
Del resto, nessuno aveva avvertito la signora contessa
di questa calamit, perch probabilmente nessuno
immaginava tanto ingegno in una donna cos
giovane. Ed  probabile che neppure ora lo sapremmo
se il caso non ci avesse aiutate.
Ieri l'altro, mentre passeggiavamo in montagna,
la signorina Mietta e io fummo attirati dalle grida
di un ragazzo che piangeva.
Quel bambino poteva avere sette od otto anni,
e siccome era solo e sembrava disperato, volli parlargli.
Dapprima il suo pianto aument ed egli non rispose:
io insistei. Alla fine pronunzi alcune parole,
ma in una lingua sconosciuta, incomprensibile
per me. Ripetei la domanda in italiano, ma si
vedeva che non mi capiva.
Mi voltai verso la signorina Mietta.
Come sempre, ella era tra le nuvole. Se ne stava
a pochi passi da me, rivolta verso la profondit della
valle, e sembrava immersa nei suoi pensieri. Faceva
finta di non occuparsi di noi, ma non era vero (come
mi permetto rispettosamente di fare osservare alla
signora contessa), perch appena le dissi:
- Voi che parlate inglese, interrogate questo
ometto.
- Non  un bambino inglese,  tedesco, - mi
disse.
- Come fare a spiegarsi, allora?... - dissi io
dispiacente.
E lei, senza scomporsi, mi rispose:
 Dice che la sua governante stava parlando
con un signore, e lui si  allontanato correndo e
ora non sa pi da che parte andare per ritrovarla. -
Confesso, signora contessa, che credei che la
signorina mi prendesse in giro.
- Come avete fatto a capire tutto questo, se
dite che non parla inglese?
- Vi ho detto che  un bambino tedesco: dunque
parla la lingua del suo paese.
- E voi la capite?
- Sicuro! -
Rimasi... atterrita dallo stupore.
E la signorina si trattenne a lungo col bambino
come se ella avesse sempre parlato quella lingua.
Racconto tutto questo alla signora contessa per
farle ben conoscere la mentalit di colei che mi 
stata affidata.
Sotto la sua aria addormentata e cortese, ogni
giorno scopro qualcosa di nuovo e d'inatteso. Se
almeno fossi alla fine delle mie scoperte! Ma sto
sempre con la paura, e non ho nessuna fiducia.
Ieri sorpresi la signorina Mietta mentre stava
scrivendo al suo antico carceriere. Ho preso la lettera
e l'ho strappata.
Era una lunga lettera, nella quale gli dava dei
particolari sulla sua nuova vita e sulla noia che mi
divora in questa solitudine morale nella quale sono
immersa. Parlando di me, mi chiamava a volte il
mio cerbero, altre la vecchia, oppure il mio mentore.
Tutti titoli irriverenti che mi dispiacque vedere
sotto la penna di una signorina, e glielo feci osservare.
- Era una lettera intima della quale non avevate
il diritto d'impadronirvi, - ella mi rispose.
- Parlavo con lui liberamente.
- In termini sconvenienti, per.
- Gli dicevo il mio pensiero intimo. E voi,
siete ben sicura di non adoperare parole poco gentili
a mio riguardo, quando scrivete alla contessa
d'Armons?
- Non  la stessa cosa: io faccio il mio servizio
e il mio dovere di fronte a una padrona che mi
paga e alla quale sono obbligata a render conto di
tutto.
- Ebbene, anch'io compio un dovere verso un
vecchio servitore, che diverse volte mi salv la vita
e al quale devo di esser ci che sono.
- Vi ha reso un bel servizio, facendovi quella
che siete!
- Avrei potuto esser peggio. A ogni modo, il
conte d'Armons mi trov buona per portargli la
ricchezza. Dunque il vecchio Leonardo mi ha servito
a qualcosa. -
Preferii di non continuare su quel tono, perch
sentivo che mi avrebbe detto soltanto delle cose spiacevoli.
Quella ragazza ha un brutto carattere e non
si pu farle un'osservazione senza ricevere subito
delle punture di spillo.
Stavo per terminare senza avvertire la signora
che quella lettera scritta a Leonardo, era in realt
indirizzata a un certo signor Nardoelo dimorante a
Ginevra (Fermo Posta)
Quando ho interrogato vostra nuora su quel signor
Nardoelo, ella ha preso un'aria allegra e mi
ha detto che era un'intesa tra Leonardo e lei.
Nardoelo  l'anagramma di Leonardo.
Ripeto testualmente la frase alla signora contessa,
poich io non ho ben capito che cosa volesse
dire.
Dev'essere certamente un'altra diavoleria.


Capitolo 14.

Ancora una lettera.
Sono passati soltanto tre giorni da quando detti
nostre notizie alla signora contessa, ma gli avvenimenti
mi costringono oggi a non differire per informarla
dei fatti che succedono qui.
La signorina Mietta ha suscitato un vero scandalo,
e dopo questo non ci resta che lasciare al pi
presto le rive deliziose del lago di Thoune.
Ma prima di raccontare come sono andate le
cose, voglio mettere al riparo la mia responsabilit:
la signorina Mietta ha agito da sola e senza
consultarmi; anzi, ha fatto tutto di nascosto a me,
e quando mi son trovata di fronte alla realt, il male
era irreparabile.
Sono desolata di dover fare una simile confessione
alla signora contessa: sua nuora si  fatta
tagliare i capelli.
E lo ha fatto cos di soppiatto, e in modo tanto
sconveniente, che non posso neanche spiegarlo alla
signora come si deve.
Il fatto avvenne ieri.
Al mio risveglio, corsi, come al solito, per aiutare
la signorina Mietta a vestirsi.
Entrai in camera; era vuota.
Interrogai la cameriera addetta alle nostre camere,
e mi disse che la signorina era uscita presto,
cio verso le otto.
Non potei dir niente di fronte a questa rivelazione:
non pensando a nulla di male, supposi che
fosse per qualche esercizio fisico. Perci andai alla
palestra del parco: ma con mia grande maraviglia
non vi trovai nessuno!
A mezzogiorno, all'ora di mettersi a tavola, il
maggiordomo mi avvert con discrezione che la signorina
Gaby Merienne aveva telefonato pregandomi
di mangiare senza di lei e di non attenderla,
perch credeva di non poter essere di ritorno prima
del tramonto.
La signora contessa pu immaginare il mio malumore!
Come se ci non bastasse, per tutto il pomeriggio
fu un viavai di fornitori che portavano pacchi,
e, naturalmente, nessuno di essi era stato pagato!
Finch dopo averne accettati diversi e aver saldate
le fatture, uscii per fare una passeggiata, allo scopo
di sottrarmi ad altri invii.
Alle cinque ritornai alla Villa e seppi che erano
giunti per la signorina altri pacchi e che alla cassa
li avevano pagati per evitarci ogni noia.
Dovei ringraziare di quella sollecitudine, ma la
signora contessa pu capire con quali pensieri!
Ero nel vestibolo da un quarto d'ora, quando
una signorina vestita di bianco, con una gonnella
attillatissima e le gambe inguainate di seta, mi pass
davanti. Somigliava a quelle giovani signore che
si vedono la sera a ballare al Casino, che parlano
ad alta voce e hanno il viso tutto infarinato. Un
gran cappello bianco un po'inclinato su un orecchio
lasciava vedere la nuca rasata e i capelli corti
e duri come uno spazzolino di scopa...
Non mi sarebbe mai venuto in mente che quella
donna cos moderna potesse essere la signorina
Mietta: eppure, mi vergogno a dirlo alla signora
contessa, era proprio lei!
Cinque minuti dopo mi avvertivano che la signorina
Merienne chiedeva di me... allora, coi miei
occhi, e con vero orrore, fui costretta a verificare
il fatto!
Non che la nuora della signora adesso sia pi
brutta di prima: del resto, sarebbe difficile, perch
la povera figliuola non  mai stata bella... Ma che
cambiamento!...
Quella sera tutti gli occhi furono fissi su lei:
tutti erano abituati a quei suoi capelli lisci ben ravviati,
divisi in due trecce arrotolate sugli orecchi.
Ora invece, senza cappello, la sua testa appariva
tonda e tutta ricciuta: perch, non soltanto si era
tagliata i capelli, ma se li era fatti arricciare dal
parrucchiere, lucidare e non so che cosa ancora!
Il fatto sta che brillavano come seta.
Non contenta di quella sua nuova acconciatura,
la signorina indoss per l'ora di pranzo un vestito
color di rosa senza maniche, molto aderente.
Mi fu impossibile mangiare, quella sera, davanti
a quelle centinaia di occhi che ci osservavano. Perch
la signora contessa immagina che tutti qui ormai
conoscevano la povera ragazza che io accompagno;
e da tre mesi qui ci sono sempre le stesse
persone, sempre le stesse che seguono la cura. Ieri,
tutti vollero venire a parlarci e a rallegrarsi con la
signorina del suo felice cambiamento.
Ella restava indifferente, un po' fredda e riservata
come sempre, ma la sua risoluzione doveva essere
stata presa da un pezzo, poich non sembrava
affatto seccata di essere il punto di mira di tutta
quella gente.
La sera, rientrando nelle nostre camere, mi permisi
di chiedere alla mia compagna se aveva dei
fondi speciali per tutti gli acquisti fatti.
- Perch? Non siete incaricata voi di saldare
i nostri conti?
- Le spese che avete fatto oggi sono cos stravaganti,
che non so se devo saldarle.
- E chi pagher, allora? - ella disse ridendo.
- Voi, - risposi. - Non avete voluto una riserva
a parte? -
A questa semplice riflessione la signorina Mietta
scatt:
-  stato il conte d'Armons a suggerirvi simili
osservazioni?
- Il signor Filippo  troppo lontano per occuparsi
di simili inezie a vostro riguardo.
- Sua madre, allora?
- No. Sono io...
- Ah, voi! Ebbene, tata, mi farete il piacere
di tener per voi le vostre osservazioni. Credo che
mio marito potr pagare le mie spese di nutrimento
e di vestiario, e che io non dovr limitare queste
ultime ai modesti acquisti fatti oggi. -
E questo fu detto in tono cos perentorio, che
preferii non insistere bench mi piangesse il cuore
davanti a un simile sperpero.
Ora che ho raccontato tutto, del mio meglio.
signora contessa, la prego di volermi dare istruzioni.
Dobbiamo lasciare il lago? O dobbiamo restare
qui oggetto della curiosit di tutti?

Risposta della contessa d'Armons
a Martina Boulin.
Sono felice delle buone notizie che mi date.
Mietta si  fatta tagliare i capelli! Mietta diventa
ambiziosa! Mietta sa tenere un contegno corretto
sotto gli sguardi indiscreti dei curiosi! Non potevate
dirmi niente che mi facesse pi piacere, mia
buona Martina.
Cambiate paese, se volete. Andate dove vuole
Mietta, se preferisce un luogo piuttosto che un
altro.
E, soprattutto, non lesinate il denaro per i suoi
libri, i suoi vestiti e i suoi divertimenti.
Ho fiducia nella vostra fedelt, cara Martina.
Possibile che mia nuora sia una donna come
le altre? Mietta finalmente ambiziosa! Sono pazza
di gioia a questo solo pensiero.


Capitolo 15.

Ci resta ora da spiegare come era avvenuto in
Mietta il miracolo di una trasformazione cos totale.
La giovane donna, che nelle prime settimane aveva
rifiutato ogni distrazione pubblica, aveva improvvisamente
preso gusto agli spettacoli dati da Compagnie
di passaggio nel grazioso palcoscenico del
Casino.
Perci volle assistere a tutte le rappresentazioni
liriche, classiche, mondane o drammatiche.
Da qualche giorno per l'appunto una Compagnia
di comici parigini recitava alcune commedie fini e
spiritose lanciate l'inverno precedente nei grandi
teatri di Parigi.
E Mietta, pendendo dalle labbra degli attori, si
sent piena di entusiasmo alla magia di quelle parole,
a quelle spiritose battute, a quelle scene leggiere nelle
quali il riso si confonde col pianto, e lo
spirito si riveste di tenerezza o d'ironia.
Era una cosa tanto nuova per lei, che ella confondeva
il fittizio con la realt. Le risate limpide,
le parole tenere, i giuramenti scambiati, l'avventura
che va sempre a finir bene rappresentavano per
lei un attraente escursione in un mondo nuovo,
ignorato da lei, ma reale.
I vestiti maravigliosi, le scollature sapienti, le
pose audaci, tutto le appariva normale.
Rimasta rinchiusa per molti anni, ella era di una
ingenuit incredibile.
Come avrebbe potuto imparare a discernere l'esagerazione
delle parole leggiere, degli atteggiamenti
equivoci, di baci convenzionali?
Un libro, di solito, non  la pittura fedele della
vita? Per lei il teatro ne era la rappresentazione
esatta.
Pens con rammarico alla sua giovent sciupata
fra quattro mura, alla sua mancanza di esperienza
che definiva ridicola, al ristretto rigorismo di Martina
che la teneva in un centro antiquato.
Rimpianse la tristezza della sua esistenza, senza
capire che non si pu trapiantare il teatro nella
vita quotidiana.
Finch una sera, una commedia senza pretese la
sconvolse come nessun'altra fino a quel giorno.
L'intreccio era puerile; ma spesso i soggetti pi
semplici sono quelli meglio accolti.
Si trattava di un'eroina che, maritata senz'amore
a un vero Don Giovanni, si trovava abbandonata
e offesa subito il giorno dopo le nozze. La sposa allora
usava il classico giuoco: civetteria, eleganza,
gelosia, tutto l'arsenale femminile messo in azione.
E, siccome le commedie migliori sono quelle che
finiscono bene, il Don Giovanni rinsavito tornava
alla moglie, e la tela calava su una scena commovente
nella quale gli sposi finivano col cadere l'uno
nelle braccia dell'altro.
Questa commedia sconvolse del tutto Mietta che
fece subito un ravvicinamento tra il suo matrimonio
precipitato e quello dell'eroina della commedia.
Ella ne sogn tutta la notte, paragonando alla
sua l'avventura del teatro; e cos nell'anima ingenua
dell'abbandonata spunt una speranza e sorse
un'idea.
Appena giorno, fu in piedi e, senza neanche accorgersi
dell'ora troppo mattutina per mettere ad
effetto il suo proposito, s'incammin verso il teatro.
Lo trov vuoto e triste. Una donna che spazzava,
sollevava fra le poltrone una nuvola di polvere che
dava un grigiore a tutte le cose.
Mietta ebbe allora l'intuizione che le apparenze
splendenti avessero un rovescio ben misero e che
le principesse del teatro fossero donne come le altre...
delle povere donne umili e sole come lei.
Un grosso sospiro le sal dall'anima alle labbra.
Forse correva dietro a una chimera...
Fu per tornare indietro, ma pens che se si lasciava abbattere
dalla prima delusione non sarebbe
mai arrivata a scuotere la vita monotona che conduceva.
Prese informazioni dalla servente del teatro, scopr
in un albergo modesto le attrici della Compagnia
che aveva tanto applaudite la sera prima: erano
delle buone ragazze dai modi un po'liberi ed
eccentrici senza dubbio, ma dal cuore compassionevole.
Mietta si sent subito in confidenza con esse:
espose la sua idea, contando sulla buona volont
delle artiste per guidarla e aiutarla a metterla in
pratica.
Ma quando smise di parlare, quelle signore scossero
la testa.
La sua richiesta le sbalordiva e quasi le faceva
ridere.
Era nuova davvero!... Sul teatro, avevano delle
parti da recitare; ma nella vita nessuno aveva mai
pensato a loro come maestre di eleganza e di contegno!
Per guardarono Mietta con commiserazione, e
la videro cos giovane, cos dolce, cos debole, che
nella loro anima femminile sorse un sentimento
di solidariet.
- Vediamo... cerchiamo... questa poverina non
 attraente, ma  tanto giovane! E poi gli uomini...
Ah, questi uomini! Questi mostri di uomini! -
Tutte furono d'accordo per aiutare la giovane
donna, per darle dei consigli, e fu un fuoco di fila
di parole, d'idee, di suggerimenti. L'orfana le ascoltava
attenta, senza parlare.
Ma quando si parl dei vestiti, le interruppe:
- I vestiti me li comprerete voi!
- Costeranno cari.
- Non importa. -
Esse si voltarono a guardarla.
- Questo significa che avete del denaro?
- S.
- Molto?
- Molto. -
Quelle si guardarono tra loro, poi squadrarono
Mietta dalla testa ai piedi.
E piano piano scossero la testa.
- Ma, povera bambina, voi non sapete quanto
costi un bel vestito... Un vestito bello davvero!
Anche noi...
- Ebbene?
- I nostri abiti fanno effetto, la sera, con la luce:
ma di giorno, per uscire abbiamo appena il necessario.
Ci sono delle attrici che dormono durante il
giorno perch non osano mostrare alla luce del sole
il loro vestituccio di pochi soldi. -
Mietta guard attentamente la giovane che aveva
parlato cos. Costei era assai graziosa, bionda, snella,
e faceva le parti di prima amorosa nella Compagnia.
- Siete Rosa Trianon? - chiese piano Mietta.
- S. Mi avete riconosciuta?
- Per prima cosa ho riconosciuto la vostra voce.
Poi, guardandovi meglio, ho ritrovato in voi quella
che ieri sera recitava la parte della donna abbandonata
dal marito. Voi recitate molto bene, con molta
naturalezza. Ne fui commossa fino alle lacrime. E
non ero la sola, del resto; vidi altri spettatori che
piangevano ascoltandovi. -
Un lampo d'orgoglio brill negli occhi di colei
che rispondeva al nome di Rosa Trianon. Il complimento
di Mietta era stato fatto con troppa semplicit
e naturalezza per non esser sincero. E la giovane
artista si sent subito piena d'indulgenza per
l'orfana.
- Allora, - ella disse - siccome, nella commedia,
io uso la civetteria e i bei vestiti e cos riesco
a riconquistare il mio sposo incostante, anche voi
avete pensato di fare lo stesso?
- S, e ho sperato che voi mi aiutereste... Voi
sapete vestirvi, farvi bella; portate gli abiti tanto
bene. Perch dunque non vorreste provare a fare
qualcosa per me? Sar un'allieva docile che seguir
ciecamente i vostri consigli... e poi, siccome ogni
fatica merita una ricompensa, mi permetterete... -
S'interruppe un po'imbarazzata, vedendo tutti
gli occhi fissi sopra di lei.
Allora, con un gesto un po'goffo, apr la borsa
e ne trasse un piccolo fascio di biglietti di Banca...
Ecco perch due ore dopo Mietta fu vista girare
per i magazzini in compagnia di una signora un
po'eccentrica che, senza curarsi dell'imbarazzo della
sua compagna, sceglieva arditamente dei vestiti
a colori vivaci, delle calze trasparenti e delle scarpette
minuscole che, a poco per volta, trasformavano
l'orfana in una fanciulla moderna.
- Ora non ci restano pi che i capelli. Come
vestiti, avete da scegliere, in attesa che dei veri vestiti
e dei veri mantelli prendano il posto di tutta
questa roba gi fatta che ho dovuto scegliere oggi
per voi. -
E Rosa Trianon, poich era lei che si era incaricata
di equipaggiare Mietta, trascin questa davanti
a uno specchio.
- Guardatevi, ora. Vedete, i vestiti vi stanno bene
come alle altre. Certo, questa  tutta roba ordinaria
e non vale le belle stoffe che avevate prima; ma
con quei vestiti scuri e quelle gonnelle larghe eravate
proprio antiquata e ridicola.
- Ora vedo che nella figura somiglio a tante ragazze
che incontro per la strada. Ma questa testa,
questo mio povero viso! Oh, mio Dio, come sono
brutta! -
Rosa Trianon guard a lungo la povera Mietta.
- Ebbene, no! Non siete brutta... Se mai, mancate
d'armonia e di grazia. Ma a poco per volta vi
abituerete a portare questi vestiti moderni.
- E il mio viso?
- Il viso? Trasformeremo anche quello. Venite
all'istituto di Bellezza. Quando avrete i capelli corti,
non vi si riconoscer pi. -
Mietta chin il capo, pensierosa.
Le faceva un certo effetto separarsi dall'abbondante
chioma che le guarniva la testa... ma se ci
doveva servire a renderla meno brutta, era meglio
non esitare.
Cos entrarono negli splendidi saloni di un parrucchiere
di moda.
Rosa Trianon parl per diversi minuti con un
parrucchiere importante che venne a squadrare la
fanciulla, e la guard e la esamin tanto a lungo
e con tanta attenzione, che Mietta non sapeva pi
dove guardare.
Alla fine egli decise:
- Non c' nessun dubbio che i capelli corti le
staranno meglio, ma per non devono esser tagliati
n alla maschietta n alla Giovanna d'Arco;
e devono essere sempre ondulati, non  vero, signorina?
Bisogna che mi promettiate di venir qui tutti
i giorni per qualche tempo, altrimenti non rispondo
di nulla. -
Mietta, un po'sbalordita, promise.
Allora il parrucchiere chiam uno dei garzoni e
gli dette alcune istruzioni.
- Lavare i capelli, tagliarli, ondularli. Poi, condurre
la cliente dalla signora Enrichetta che le far
il viso. -
E cos, due ore dopo, Mietta e la sua compagna
uscirono dall'istituto di Bellezza. La fanciulla aveva
fatto conoscenza, per la prima volta in vita sua, con
le creme, i neri, i rossi, i rossetti e tutto l'arsenale
in uso per ornare e aumentare la bellezza femminile.
Un'ultima visita a una modista, e Mietta, trasformata
dalla testa ai piedi, veramente rimbellita, lasci
la sua nuova amica prendendo appuntamento
con lei per il giorno dopo.
E fu allora che, ritornata alla Villa, scandalizz
Martina Boulin che non credeva ai propri occhi
dinanzi a una simile emancipazione.


Capitolo 16.

Mietta ritorn tutti i giorni dalle umili amiche
che si era fatte all'insaputa di Martina.
Bench costei avesse deciso di lasciar subito la
citt dove l'orfana si era trasformata cos presto,
Mietta riusc a restarvi ancora tre settimane.
Durante questo tempo continu a girare per i
magazzini e gli istituti di bellezza, abituandosi un
po'per volta a portare un vestito e a farsi la testa,
come diceva Rosa Trianon che l'accompagnava.
E a poco a poco Mietta si trasformava davvero.
Non soltanto i vestiti la rivestivano con gusto e facevano
risaltare la freschezza dei suoi venti anni,
ma, a contatto con la piccola attrice, i suoi gesti
acquistavano armonia. Mietta ora sapeva sorridere
a proposito, camminare con grazia, entrare con disinvoltura
in una sala da t, soffiarsi il naso con
discrezione, prendere delle pose languide quando
si sprofondava in una poltrona, gettare indietro la
testa con un'impercettibile aria di disprezzo, quando
uno sguardo maschile troppo ardito si fissava
su di lei con insistenza.
Senza saperlo, Rosa Trianon era un'insegnante
veramente maravigliosa. Trasportando fuori le maniere
civettuole del teatro, costrinse Mietta agli
stessi gesti e alle stesse espressioni. Tanto che, in
poco tempo, la goffa orfanella si abitu a calcolare
i movimenti, le parole e gli sguardi, come se un'intera
folla fosse sempre l, intenta a contemplarla.
La perpetua sorveglianza di s che Rosa Trianon
impose alla sua docile allieva, trasform questa pi
ancora dei vestiti e dei mantelli di prezzo che giunsero
ben presto da Parigi e rivestirono suntuosamente la piccola sposa di Filippo d'Armons.
- Vi mancano dei gioielli di valore, - osserv
un giorno l'artista.
Mietta chin la testa pensierosa.
Da una quindicina di giorni c'erano state tante
fatture da pagare, che la sua borsa cominciava ad
esser leggera in modo preoccupante.
- Non si potrebbe comprare qualche gioiello di
fantasia...
- Oh, no! - interruppe Rosa Trianon. - Non
portate mai roba falsa, anche se fosse una bella imitazione.
Vi prenderebbero per un'avventuriera.
- Ma mi avete detto che anche voi... nel teatro...
- Purtroppo! Mi ci vorrebbero dei milioni per
possedere i gioielli che le mie parti richiedono, e
per forza devo ricorrere alle imitazioni. Ma nella
scena tutto  convenzionale, e lo spettatore lo sa. -
Mietta mand un profondo sospiro.
- Allora dovr attendere... salvo che non scriva
al mio tutore. Non so ancora quale sia la mia rendita
annuale... fino a ora si  occupata di ogni cosa
Martina... ma da qualche giorno ho dovuto pagare
io tutte le mie fatture e mi fa sempre dei rimproveri.
- Forse siete meno ricca di quanto credete, -
osserv piano Rosa Trianon alla quale l'orfana aveva
raccontato tutta la sua vita, passo passo, durante le
passeggiate fatte insieme.
Ma Mietta conferm:
- No, non mi sbaglio. Sono certa di essermi riserbata
personalmente la somma di tre milioni sul
patrimonio lasciatomi dai miei genitori. Ma quel che
non so  se questa questione sia poi stata regolata
con la seconda moglie di mio padre. Una sola cosa
 certa: Martina non vuol pi darmi un soldo, e
sar costretta a provvedermi altrove.
- Mio Dio! Non vorrete mica far debiti?... -
grid l'artista che interpret male le parole della
sua compagna.
- Debiti?... Ma no! E non ricorrer certamente
neanche agli strozzini. Ma il resto del mio patrimonio
 in comune con mio marito. Dunque ho diritto
anch'io alla rendita di questo patrimonio. Da
sei mesi che sono sposata non me ne sono mai interessata,
ma oggi me ne preoccupo e, o dal tutore
o dal notaro, oppure da mia suocera o da mio marito,
avr informazioni.
- Tenete informata anche me, cara amica.
- Sicuro! Vi dir tutto subito, e voi mi aiuterete
a scegliere i gioielli che mi ci vogliono. -
Tanta ingenua fiducia fece sorridere Rosa Trianon.
Ella pens che molte altre al suo posto avrebbero
approfittato dell' ingenuit dell'orfana; ma per
una fortuna insperata, quella poverina era caduta
nelle mani di una brava figliuola che si era fatta
uno scrupolo di non abusare della sua inesperienza.
Rosa Trianon aveva accettato, s, qualche regalino
da Mietta: un cappello, un mantello, una borsa
o altro... ma questi diversi acquisti avevano rappresentato
una somma minima, in confronto a ci
che avrebbe potuto prendersi.
A un tratto, Mietta lanci un 'esclamazione di
gioia:
- Ma io ho i gioielli di mia madre! Fuggendo
dalla Blanquette li portai via rinvoltati in un fazzoletto.
Per me hanno un valore incalcolabile, perch
rappresentano ci che mi resta di mia madre:
voi chiss che cosa ne penserete. Venite con me alla
Villa: sono in camera mia, e ve li mostrer. -
Mietta quel giorno trascin la giovane artista in
quel grande albergo nel quale lei e Martina erano
alloggiate.
Il caso le fece incontrare a faccia a faccia con
questa, mentre attraversavano il vestibolo.
La vecchia riconobbe l'artista che aveva visto recitare
diverse volte: fece un salto dalla sorpresa
vedendo Mietta in compagnia di quella donna e segu
con occhio corrucciato le due giovani che sparivano
nell'ascensore.
- No! Questa poi  troppo grossa! Quella donna
osa parlare con Mietta e seguirla qui. Ma la piccola
selvaggia diventa davvero troppo indipendente. Ora
non mi maraviglio pi che il denaro fili cos presto
tra le dita della nuora della signora... non mi
stupisco pi dei vestiti eccentrici che porta adesso,
perch so chi li sceglie! Ma questo non pu durare.
Avvertir la signora, e, se questa  troppo
buona, avvertir il signor Filippo.
Mentre la vecchia donna continuava il suo monologo
indignato, le due giovani erano giunte nella
camera dell'orfana. E questa con sacro rispetto mostr
i gioielli materni, che aveva conservati con
tanta cura.
- Sono roba antiquata, non  vero? - domand
timidamente vedendo che l'artista li toccava in silenzio.
- No, sono magnifici, - fece l'altra con voce
tremante. - Sono tanto belli, che ne sono turbata;
 la prima volta che tocco gioielli simili.
- Davvero? - grid Mietta con gli occhi scintillanti
dal piacere.
- Voi possedete una vera ricchezza e non potreste
mai comprarne dei pi preziosi.
- Ah, che piacere mi fate dicendo cos!
- Ma come avete potuto conservarli senza che
la vostra matrigna lo sapesse e se ne impadronisse?
- Fu Leonardo... Non dimenticate il mio vecchio
Leonardo che mi trattava male in presenza
della matrigna, ma che mi proteggeva e m'istruiva
di nascosto a lei.
 merito suo se parlo diverse lingue e soprattutto
se ho conservato la mia ragione. Mentre la
mia matrigna mi costringeva a una reclusione spaventosa,
senza un libro, senza una parola, senza
uno specchio, allo scopo di annientare in me ogni
barlume d'intelligenza, lui, di nascosto, manteneva
in esercizio la mia memoria e mi obbligava a imparare
intere pagine di testi che capivo appena, ma
che a poco per volta s'infiltravano nel mio cervello
e vi rimanevano.
Sotto la sua rude scorza di carceriere, Leonardo
nascondeva un'anima di cane fedele e si sarebbe
fatto uccidere per me. Lo vidi piangere di dolore
quando l'anemia mi consumava e non accettavo pi
nessun cibo. Per mesi e mesi vissi soltanto di cibi
generosi che egli mi portava di nascosto per sostenermi.
E fu lui che riusc anche a sottrarre a tutti gli
sguardi queste collane, questi anelli, questi finimenti.
Quando avevo recitato bene qualche lezione,
o fatto bene qualche compito, per ricompensa toglieva
questi gioielli dal loro nascondiglio e me li
dava, permettendomi di mettermeli, di saziarmene
la vista, perch, diceva, mi abituassi alla ricchezza
e alle cose belle. L'attrazione di tutte queste pietre
preziose era tale, che per me era davvero una ricompensa
tenere quei monili sul petto!... Quando
fuggii dalla Blanquette, Leonardo mi consegn questi
gioielli che mi appartenevano e che egli non si
credeva pi in diritto di serbare. E voi dite che sono
belli?
- Magnifici.
- Quali dovrei mettermi?
- Oh, i pi semplici, i pi modesti! Gli altri
sono tanto preziosi, che esigono la ricchezza di abiti
da sera o da cerimonia.
- E tra questi anelli quale devo scegliere? -
Mietta stava gi infilandosene uno per ciascun
dito.
- Oh, basta uno! Ogni tanto potrete cambiarlo.
Soprattutto non ve li mettete mai insieme con altri
gioielli pi ordinari.
- Ah! Uno solo? - disse Mietta un po'delusa.
- Credete che uno solo...
- Ma certo, alla vostra et e senza il marito vicino.
- Bisogna dunque pensare a questo anche per
gli anelli? Posso mettermi al collo uno di questi
ciondoli?
- S, forse... questa grossa perla circondata da
brillanti... Anche questa collana di piccole perle
 molto carina e adatta per voi. Ma credete a me,
riponete gli altri e aspettate il ritorno di vostro marito
per mostrarli in pubblico. -
Mietta dov ricordarsi per un pezzo quella lezione
di tatto che le veniva data da una povera ragazza
di teatro.
- Siete stata cos carina con me, che vorrei potervi
offrire uno di questi gioielli, - le disse piano.
- Ma vengono da mia madre e non potrei decidermi
a separarmene; dovete per promettermi che,
quando ci saremo lasciate e sarete ritornata a Parigi,
ne sceglierete uno di vostro gusto e manderete
a me la fattura. -
Un lampo di gioia illumin gli occhi dell'artista.
- Davvero? Siete proprio una buona ragazza e
meritate di esser felice.
- Allora me lo promettete?
- Oh, s! Ve lo giuro e vi ringrazio. -
Una lacrima bagn gli occhi di Rosa Trianon.
- Sar il primo gioiello guadagnato onestamente,
facendo del bene. -
E, siccome Mietta la guardava maravigliata, quella
concluse in fretta asciugandosi gli occhi nervosamente:
- Voi non potete capire, piccola amica... In seguito,
ricorderete la mia commozione, e ci v'impedir
di disprezzare l'umile artista di teatro che vi
ha guidata durante questi giorni.
- Ma io non vi disprezzer mai e voglio che
restiate mia amica, - protest Mietta con calore.
- Quando saremo separate vi scriver, e voi mi risponderete:
anche a Parigi sarete voi a scegliere i
miei vestiti. -
L'attrice dovette promettere all'orfana tutto ci
che essa volle, ma dentro di s Rosa Trianon pensava
alla sua ortografa capricciosa, alla sua calligrafia
stentata e soprattutto ai suoi continui viaggi,
ai suoi legami!


Capitolo 17.

Mietta e Martina Boulin lasciarono le rive del lago
Thoune verso il principio dell'inverno.
Erano trascorsi dieci mesi da quando l'orfana era
fuggita dalla Blanquette per sposare Filippo d'Armons, dieci
mesi di transizione fra la prigionia e
la libert di cui ora godeva ogni giorno pi; dieci
mesi di trasformazione fisica e morale! Dieci mesi,
infine, che la sposa bambina, senza un focolare,
senza un marito, senza una famiglia conduceva la
vita convenzionale delle stazioni climatiche e dei
grandi alberghi internazionali.
La vecchia donna e la strana fanciulla percorsero
via via la Svizzera tedesca, l'Italia settentrionale e
le pi importanti citt austriache.
Dappertutto al Loro passaggio lasciarono il ricordo
di una donna semplicissima, che indossava sempre
abiti scuri, che accompagnava una fanciulla misteriosa,
vestita in modo eccentrico, con gioielli di valore,
un portamento da regina ed alla quale la delicata
ma sapiente truccatura del viso, il modo di pettinarsi,
di parlare, davano un aspetto conturbante di
incantevole esotismo.
La minuscola Sposa di Filippo d'Armons passava
chiusa e lontana, in mezzo ai desiderii degli uomini,
all'invidia delle donne, agli sguardi curiosi degl'indifferenti.
Distratta e malinconica, i suoi occhi sognanti ricordavano
i paesi pi lontani e favolosi di ricchezze,
di splendori. Ognuno vedeva in lei ci che pi gli
piaceva di trovarvi.
A seconda degli ospiti dei diversi alberghi, ella
fu la principessa russa in esilio, la figlia di qualche
rajah o la favorita di un miliardario innamorato.
Il nome di Gaby Merienne, che Martina Boulin
si ostinava a dare alla segreteria degli alberghi, non
ingannava nessuno: tutti lo credevano lo pseudonimo
di un'eccentrica.
Per tutti erano costretti a riconoscere il suo impeccabile
contegno e la sua altera indifferenza. E,
quando qualche audace si permetteva di sfiorarla
troppo da vicino o di fissarla con troppa insistenza,
lo sguardo glaciale della fanciulla o la piega sprezzante
delle sue labbra lo tenevano a distanza come
uno schiaffo.
Fu cos che una bella mattina la vecchia nutrice
di Filippo d'Armons ritorn con Mietta a fissare il
quartiere d'inverno a Montreux, la citt pi francese
di quell'angolo svizzero.
Lo sport invernale era in pieno fervore sulle discese
di Caux e le rocce di Nay.
L'Albergo Imperiale, nel quale Mietta e Martina
avevano preso alloggio, risonava di allegre voci, di
danze e di musica.
Divertita da tutto quel movimento, da quella indiavolata
giovent che non si lasciava scoraggiare
dalla neve e dal freddo, Mietta seguiva i numerosi
passatempi dei suoi compagni di tavola.
Tra questi aveva notato una vecchia signora molto
distinta, sempre vestita di nero, sempre accompagnata
da un bel giovanotto biondo di diciotto o
venti anni.
Ogni volta che quest'ultimo partiva in escursione
o semplicemente per una corsa in slitta o sugli sci,
egli si accomiatava dalla vecchia signora, sua nonna
probabilmente, con tanta raffinatezza di educazione
che Mietta ne rimaneva incantata.
Soprattutto le piaceva di vederlo baciar la mano
alla signora: avrebbe voluto sentire le labbra di un
uomo ben educato posarsi sulle sue dita con quel
rispetto e quella tenerezza.
Quando il giovane si era allontanato, gli occhi
della fanciulla che lo avevano seguito, erano tornati
a fissarsi quasi con estasi sulle mani fini e bianche
dell'avola, per poi salire verso il viso sereno e dolce
di lei, cos aristocratico.
Anche i domestici della signora, un uomo dai
capelli bianchi e una donna anziana, destavano l'ammirazione
di Mietta per le infinite attenzioni di cui
la circondavano. Quelle loro premure come le facevano
sentire la freddezza di Martina!
Allora nella mente dell'orfana sorgeva un desiderio:
scrivere a Leonardo che la raggiungesse a
Montreux.
Ormai i suoi affari di famiglia dovevano esser
regolati: dopo pi di dieci mesi di matrimonio
aveva forse qualcosa da temere?
Tutti i giorni questo pensiero ritornava a ossessionarla,
ed ella si riprometteva di risolversi presto
per poter avere anche lei un viso affezionato al
suo fianco.
Un giorno, mentre la fanciulla, seria e pensierosa
come al solito, stava guardando un gruppo di giovanotti
e ragazze che si allontanavano per andare a
pattinare, una voce maschile, vicino a lei, la fece
sussultare:
- Perch non venite con noi, signorina? -
Ella alz gli occhi verso colui che aveva parlato
e un violento rossore le copr il viso.
Aveva riconosciuto il giovanotto biondo che la
incuriosiva tanto ogni mattina.
- Non conosco nessuno, qui, - ella balbett
impacciata.
- Pattinando, farete conoscenza con tutti. -
A qualche metro da loro, la nonna del giovanotto
sorrideva con indulgenza.
Mietta cap che doveva essere stata lei a spingerlo
a quella domanda.
Allora una gran gioia la invase.
- Oh, s, con piacere, signore! - disse. - Mi
piace tanto di pattinare.
- Permettete allora che mi presenti, - egli disse
con naturalezza.
E inchinandosi:
- Roberto di Montavel,; duca di Corante. -
Ella inchin la testa.
- Gaby Merienne... - disse a sua volta.
Poi, dopo una leggera esitazione:
- Alias, Mietta Darteuil, contessa d'Armons. -
Vi fu un leggero stupore negli occhi maschili;
la fanciulla sembrava troppo giovane per ostentare
il titolo di contessa. Ma bench questa anomalia gli
riuscisse sgradevole, il giovanotto si limit a tendere
la mano in una cordiale stretta.
E tutti e due si avviarono verso la pista di pattinaggio
ove Mietta, felice di quell'inatteso divertimento,
mostr per la prima volta tutto l'ardore e
la foga dei suoi vent'anni.
Per quindici giorni fu un vero incanto per l'orfana.
Senza preconcetti, godendo sinceramente della
buona amicizia che si stabiliva ogni giorno pi
tra lei e il giovane Roberto, Mietta si lasci andare
tutta alla gioia di esser giovane, di vivere finalmente
in modo normale come tutte le altre fanciulle dell'albergo.
Per, se Mietta nella sua gioia ingenua non si sentiva
pi diversa e sola tra i villeggianti di Montreux,
questi continuavano le loro supposizioni riguardo
a quella strana fanciulla sola, senza nessuna
persona di famiglia.
La baronessa di Montavel
fu la prima a maravigliarsene col nipote.
- La tua nuova amica mi sembra piena di ardore
per i vostri svaghi.
-  straordinaria:  proprio un ragazzaccio.
- S... un ragazzo mancato, credo; anche un
po' troppo, mi sembra!
- Oh! Che cosa vi viene in mente? Gaby  la
fanciulla pi innocente della terra.
- Davvero?
- Ve lo assicuro... Tanto, che in certi momenti
la sua ingenuit  perfino seccante. -
Egli arross un poco.
- Intendo dire... Ho diciotto anni. Alla mia et
piace moltissimo scherzare... E si prova anche uno
strano gusto a provocare un rossore femminile. Specialmente
io che con la mia statura e il mio personale
sembro meno giovane di quel che sono... Da
qualche tempo, modestia a parte, sono accolto piuttosto
bene dall'elemento femminile... Ebbene, con
Gaby niente... proprio niente.  di legno, quella
bambina! -
La vecchia signora non seppe reprimere un sorriso.
- Salvo che non sia molto onesta.
- Ecco: l'ho pensato anch'io!
- E allora?
- Allora per convincermene mi sono permesso
qualche confidenza. -
E, siccome la nonna faceva un gesto di protesta,
egli la prevenne e le spieg:
- Oh, inezie insignificanti, rassicuratevi!... Ho
dovuto convincermi cos che Gaby restava indifferente;
la sua fronte si mantiene serena, e i suoi
grandi occhi tristi hanno la stessa profondit d'abisso
nella quale sembrano specchiarsi i riflessi del
cielo.
- Tu mi stai diventando lirico! - disse la signora
con un po' d'ironia.
Egli arross tutto.
- Eppure vi assicuro che perderei il mio tempo!
- rispose un po'imbarazzato.
La baronessa guard seria il nipote.
- Insomma, - ella disse - tu hai un'opinione
su lei: com' dunque quella ragazza?
-  una ragazza semplicissima e impulsiva.
- Sembra tutto il contrario.
- S, sembra un frutto esotico dal sapore sconosciuto;
una pianta dei tropici dal misterioso profumo;
un ninnolo raro di cui non si pu definire
l'origine; un gioiello indiano iridiscente... Cara
nonna, conosco per averle sentite tutte queste riflessioni,
da quando Gaby  mia amica. In ultimo
mi domanderanno in quale categoria classificare il
mio uccello esotico.
- Davvero? Ella eccita cos la curiosit di tutti?
- Ci sarebbe da perder la testa dalla gelosia, se
ne fossi innamorato.
- Ma, fortunatamente, la testa del mio ragazzo
 solida.
- Mi contento di essere il buon compagno di
una piccola sfinge indecifrabile.
- Perch dici indecifrabile? Se  cos ingenua
e semplice, devi esser bene informato delle sue origini.
- L'ho interrogata... per caso, si capisce, senza
insistere.
- E allora?
- I suoi occhioni si sono oscurati, il suo visino
gi pallido si  scolorito e, senza che ella aprisse
le labbra, un profondo sospiro mi ha fatto capire
tutta la sua tristezza. Per chiudere quelle labbra e
confortare quell 'animuccia che si ripiega in se stessa,
ci vorrebbe una mano materna e non un ragazzaccio
della mia specie.
- Per, tu sai almeno il suo nome.
- Ne ha diversi.
- Oh! Ci non la mette davvero in buona luce.
- Forse, se si giudica dalle apparenze.
- Allora? Questi nomi?
- In albergo  iscritta sotto il nome di Gaby
Merienne.
- Un nome di battaglia?
- Lo credo anch'io.
- E in citt?
- Ella si  presentata a me con questi nomi:
Mietta Darteuil, contessa d'Armons.
- Strano! Contessa?... Ma che et pu avere?
- Dimostra quindici anni. Ne ha dodici come
ingenuit, e quaranta come istruzione.  un vero
pozzo di scienza.
- Davvero?
- Non saprei neanche spiegarvelo: parla tre lingue
e conosce a memoria la maggior parte dei filosofi
del mondo.
- Strana istruzione che prova soltanto la sua
memoria.
- In ogni modo, le ci deve esser voluto del tempo,
per leggere tutta quella roba!
- Che cosa strana! Ma ritorniamo al suo nome.
Ha detto Mietta Darteuil?
- S, ma quando volli chiamarla cos, mi parve
molto agitata e, tutta tremante, mi supplic di non
ripeterlo.
-  contessa d'Armons?
- Questo nome sembra divertirla e nello stesso
tempo renderla triste:
- Perch non mi chiamate Gaby Merienne? -
ella mi chiese.
- Perch questo nome mi ripugna; mi fa pensare
a un'artista o a un'avventuriera. -
Ella parve colpita; poi rispose:
- Chiamatemi allora Gaby e basta.
- E tu accettasti?
- No, perch io sono testardo; ora la chiamo
soltanto contessina.
- Tutto ci che mi dici di quella ragazza mi fa
venire un vivo desiderio di conoscerla meglio.
Conducimela qui una di queste sere.
- Oh, nonna, che piacere mi fate! Non osavo
chiedervi di accoglierla...  sempre tanto sola e
guarda con commozione i ragazzi che vengono baciati
dai genitori. L'ho sorpresa diverse volte con
gli occhi velati di lacrime, alla vista di una madre
che accarezzava la sua bambina. Non so nulla del
suo passato; lei non vi ha mai fatto allusione, ma
credo di non sbagliarmi affermando che deve essere
stata molto disgraziata.
- Ebbene, se la tua protetta  come la descrivi,
noi le faremo un posto accanto a noi e la riscalderemo
col nostro affetto.
- Nonna cara, come siete buona e quanto bene
vi voglio! - grid con slancio il giovanotto.
- Zitto, adulatore... Mi ringrazierai pi tardi;
quando conoscer meglio la tua piccola amica.
- Ve la conduco stasera.
- Se vuoi e se  libera.
- Lo sar certo.  sempre sola.
- Dunque, a stasera.
- A stasera. -
 
Capitolo 18.

Come Roberto di Montavel aveva previsto, Mietta
accett con gioia di passare la serata con la nonna
del giovanotto.
Era cos felice di quella circostanza, che ringrazi
subito la vecchia signora.
-  la prima volta che una simpatia estranea
mi procura la gioia di una serata familiare.
- Siete sempre sola con vostra zia?
- Martina non  mia zia.
- Ah! Credevo...
- No...  una semplice dama di compagnia incaricata
di sorvegliarmi durante la lunga cura che
devo fare in Svizzera.
- I vostri genitori furono costretti a separarsi
da voi?
- Non ho genitori: sono orfana.
- Siete sola al mondo?
- Quasi... -
Mietta esit; poi, decidendosi a un tratto:
- Non voglio abusare della vostra fiducia, signora,
ed esser ricevuta da voi sotto una falsa personalit.
Non mi chiamo Gaby Merienne; questo
nome  destinato soltanto a nascondere il mio vero
nome.
- E qual ...? Sono indiscreta, forse?
- Non so se il mio vero nome vi sia noto. Sono
la figlia di Giovanni Darteuil direttore di ferriere,
molto conosciuto una quindicina d'anni fa.
- Ricordo questo nome, infatti. Cos voi siete
sua figlia?
- S, signora. Una figlia molto vezzeggiata e felice
fino al giorno in cui visse mio padre. Disgraziatamente
mia madre mor, e mio padre si rispos.
- Era una matrigna poco affettuosa, forse?
- Fu una cosa orribile! -
E Mietta raccont a lungo alla baronessa di Montavel
tutti gli avvenimenti che noi gi conosciamo.
Quando l'orfana giunse a parlare del suo strano
matrimonio, la nonna di Roberto manifest uno
stupore molto vicino all'incredulit.
- Maritata! Siete maritata? -
Anche il nipote osservava la fanciulla sbalordito
La sua piccola compagna di giuochi era una donna
sottoposta all'autorit di un marito!
Quando vedeva levarsi verso di lui quei grandi
occhi ingenui che parevano rispecchiare il cielo,
dubitava perfino delle parole da lei pronunziate.
S, sono maritata; - ella afferm con tristezza
- ma che strana sposa sono io! Ho un marito
che non mi conosce, che io ignoro quasi; siamo
stati insieme soltanto pochi minuti, in una mattinata
cos burrascosa... Mio marito non mi aveva
mai vista... Mi guard soltanto dopo, tanto da vedere
la mia miseria e la mia magrezza. -
Grosse lacrime cominciarono a scorrere sulle sue
guance improvvisamente scolorite.
- Ah! Se sapeste l'atroce ricordo di quella mattina!... Se conosceste l'amarezza di cui  pieno il
mio cuore quando ripenso a quel matrimonio... -
E con le mani congiunte, la voce soffocata dai
singhiozzi, ella narr il doloroso calvario dalla Blanquette
a Evian: le riflessioni della contessa d'Armons,
l'indifferenza del fidanzato, le parole ingiuriose
di Martina, poi la collera del marito.
- Questo... questo mostro mi avete fatto sposare! -
Ella disse dello sforzo doloroso che aveva dovuto
fare su se stessa per ascoltare tutto, senza protestare,
senza neanche rispondere. E confess, infine,
il disgusto di vivere che da allora provava.
- Per giorni e settimane vissi una vita vegetativa,
non desiderando niente altro che l'oblio. C'era
come una molla rotta in me. Durante gli otto anni
di prigionia soffrii tanto, ma credo che nessuna di
quelle ore pi nere sia paragonabile alle altre che
passai dopo il mio matrimonio. Avevo lasciato la
Blanquette affranta dalla debolezza fisica, ma con
l'anima piena di fede e d'illusioni. Il conte d'Armons
e sua madre distrussero tutto in me. Conobbi
la disperazione fino all'ultimo limite... -
Siccome ella taceva, con gli occhi bassi fissi su
qualche visione recondita, la vecchia signora le
prese una mano.
- Siete giovane, bambina mia, e la vita vi deve
dei compensi. Fatevi coraggio, verranno giorni migliori. -
L'orfana alz lentamente le ciglia sul dolce viso
dell'ava.
- Sono venuti, signora, poich vostro nipote ha
voluto considerarmi come un essere normale e mi
ha fatto prender parte ai suoi svaghi. E anche voi,
signora, che senza conoscermi avete accettato di
parlarmi con tanta benevola simpatia... S, i giorni
migliori sono venuti, poich ora posso vivere la
vita di tutti. -
Una commozione sincera faceva tremare la sua
voce.
- Mi siete molto simpatica, bambina mia. Ci
che mi dite sulla vostra strana condizione di moglie
senza marito, mi fa capire in quale terribile
isolamento vi lascino coloro che hanno il dovere
di vegliare sopra di voi e di proteggervi. Sento anche
che nella vostra educazione vi sono delle lacune...
E la vostra istruzione?
- La mia istruzione  solida, per fortuna. Per
sfuggire al terrore dell'isolamento, per impedire
alla mia mente di precipitare nella follia, studiavo
con accanimento, costringendo il mio cervello a
empirsi di elementi sempre nuovi.
-  maraviglioso.
- No.  stato un bbrutimento. Studiavo venti
ore al giorno. Sono un pozzo di scienza forse, ma
sono pi ignorante di una contadinella illetterata,
poich questa ha conosciuto la dolcezza di voci amiche
intorno a s, e io non so neanche riconoscere
la sincerit di un sorriso.
- La sincerit di un sorriso? - ripet senza capire
la nonna di Roberto.
- S, che cosa so, io? Le persone ridono... Di
che? Di chi? Delle loro gioie? Dei loro scherzi?
Di me? Delle mie stranezze? Esse ridono; questo
soltanto io vedo. La sfumatura della loro allegria
mi sfugge; son vissuta sola e non so leggere nei visi
altrui;  uno studio che si fa incoscientemente, col
tempo. La vita, insomma,  costituita da quegli stessi
fatti quotidiani che tutti comprendono e subiscono.
Per me essi sono nuovi; io stessa sono come
nuova in mezzo alla folla; lealt, simpatia, affetto,
disperazione o odio, hanno un'espressione che io
non so riconoscere.
- Quello che dice  vero! - esclam Roberto
impressionato. - Ella non sa... Sta in mezzo a noi
come un animaletto incosciente che non capisce il
linguaggio di nessuno. -
La signora di Montavel scosse la testa pensierosa.
- Ebbene, cara piccina, voglio fare qualcosa per
voi. Il Cielo ci crea dei doveri verso coloro che incontriamo
sulla nostra strada, e io ho la convinzione
che non vi abbia fatta conoscere a me soltanto
perch vi guardi con occhio indifferente proseguire
nella vostra strana via.
- Oh, non chiedo di meglio che affezionarmi a
voi, signora!
- Ne sono persuasa, bambina mia, come pure
credo che nella vostra pura ignoranza della vita, il
vostro cuore anderebbe verso il primo che vi dicesse
delle belle parole. Contro questa ingenuit,
voglio fare di voi, dal lato mondano, una donna
compita, degna del nome datovi dal conte Filippo
d'Armons.
- Non parliamo di costui, nonna, ve ne prego!
- E perch no? Conosco di nome questa famiglia:
sono persone onoratissime e di antica, rispettabile
prosapia. La tua compagna di giuochi non
deve arrossire di essere unita a uno di loro.
- No, senza dubbio! Ma potete ammettere che
un uomo si comporti verso una donna come ha
fatto codesto marito con la povera Mietta? -
Quest'ultima intervenne per prendere le difese dell'assente.
- Non giudicate mio marito con troppa severit.
Se mi aveste conosciuta allora, sparuta e mal
vestita, coi capelli lunghi, senza cipria e senza rossetto,
sareste scappato anche voi, come davanti a un
fenomeno poco comune. -
La baronessa rise di cuore.
- Credete dunque, bambina mia, che una donna
debba per forza mettersi dei colori sul viso?
- Certo! - rispose l'orfana. - Rosa Trianon
me lo assicur e credo che non avesse del tutto
torto, poich, da quando m'insegn a vestirmi e
a farmi il viso, la gente mi guarda con meno
curiosit. Prima, invece, se devo giudicare dagli occhi
che convergevano su di me, dovevo avere l'aspetto
di uno spaventapasseri. -
Mietta parlava in tono gaio, e la vecchia signora
si compiaceva della sua semplicit e spontaneit.
Strinse con affetto la manina della fanciulla
- Quando non sapevo niente di voi, vi guardavo
con stupore. Il vostro visetto cos serio, il vostro
assoluto isolamento, poich eravate sempre sola prima
che mio nipote v'invitasse a prender parte ai
suoi giuochi, tutto concorreva ad attrarre la mia
attenzione su di voi. Ma quel che mi sorprendeva
di pi era la vostra aria di perfetta ingenuit in
confronto ai vestiti vistosi e al vostro modo di tin-
gervi un po'audace. Ci stonava esageratamente.
Non riuscivo per a sorprendere in voi un gesto
equivoco n uno sguardo ardito e, senza avervi mai
parlato, dentro di me vi avevo definita cos: Una
giovane donna seria, probabilmente forestiera, poich
usa tutto il lusso delle nostre vecchie europee,
senza sapersene servire. E vedete che avevo indovinato
abbastanza bene, perch in realt, se non
venite da un paese lontano, uscite ugualmente da
un luogo (una camera) nel quale la nostra civilt
e i suoi precetti non penetrarono mai.
- Nonna, dovete insegnare a Mietta a esser proprio
come voi.
- D'accordo... se, per, la tua giovane amica
accetta che io la guidi e se la sua nuova famiglia
acconsente che io compia questa parte presso di lei.
- E perch quelli l si dovrebbero preoccupare
di Mietta? Da tanti mesi non si curano di lei! -
Nel tono del giovane c'era una certa ostilit.
Egli temeva che la nonna, per scrupolo, scrivesse
ai d'Armons e che questi, per paura di esser minacciati
nei loro interssi dall'intervento disinteressato
della baronessa, allontanassero l'orfana.
La signora di Montavel doveva avere la stessa idea,
perch chiese alla ragazza:
- Vostra suocera vi scrive qualche volta?
- No, scrive soltanto a Martina.
- Non pare possibile.
- Forse crede che non sappia n leggere n scrivere.
- E vostro marito?
- Vi ho spiegato... - disse l'orfana con tristezza.
- Sono troppo brutta!
- Ma insomma, vi scrive?
- Non mi  neanche venuto l'idea che potesse
farlo.
- Per, avete sue notizie?
- Ne ho chieste spesso a Martina che mi ha sempre
detto di non aver ricevuto niente.
-  in Siria?
- Credo... veramente ho sentito per caso questo
nome, ma non so se sia proprio l. -
La vecchia signora riflett per qualche istante.
-  la vostra nuova famiglia che decide della
vostra villeggiatura, o siete libera di scegliere i luoghi
che volete?
- Oh, s, sono libera assolutamente! -
Di nuovo ci fu una pausa.
Poi, con dolcezza affettuosa, la baronessa chiese
alla fanciulla:
- Mietta, volete venire con noi? Mio nipote ed
io abbiamo deciso di andare in Tunisia, quest'inverno.
- Oh, signora!... Come sarei felice di non lasciarvi.
- Ma la vostra accompagnatrice acconsentir a
venire con voi laggi?
- Glielo domander e, se non vorr, far senza
di lei.
- Allora dovrete trovarne un'altra.
- Non mi  necessaria un'altra donna. Ho scritto
al mio vecchio Leonardo che mi raggiunga qui.
- Allora  deciso: verrete con noi! - esclam
Roberto di Montavel.
-  inteso.
- Come sono contento! Ora, eccoci amici per
un pezzo; qua la mano, compagna di viaggio. -
Egli tendeva la mano largamente aperta per una
stretta cordiale.
Mietta vi mise la sua sorridendo.
- Anch'io son contenta. Voi avete trovato un
compagno, ma io ho trovato una famiglia. .. -
Una lacrima brill nei suoi occhi.
La baronessa l'attir a s e la strinse al cuore.
- Sarete mia figlia e spero che arriverete a considerarmi
un po' come una seconda mamma.
- Oh, signora! Sar facile per me; siete tanto
buona! -
E l'orfana, di solito cos fredda, circond con le
braccia il collo della baronessa e la baci.
 
PARTE SECONDA.
IL DIARIO DI MIETTA.


Capitolo 1.

Le persone felici non hanno storia, dice un
vecchio proverbio, e io dunque non ho niente da
raccontare.
Eppure sento il bisogno di fermare su questo quaderno
alcuni dei mille fatti giornalieri che riempiono
la mia vita cos felice da qualche giorno.
Questo bisogno di annotare dei fatti quasi insignificanti,
proviene forse semplicemente da una
oscura mania di classificazione, di ordine, come se
il mio istinto sentisse la necessit di coordinare i
miei pensieri e i miei atti cos nuovi, a un tratto.
Ora non vivo pi sola! Ho degli amici, una famiglia!
Ma riassumiamo prima la mia condizione.
Sono sempre a Montreux nello stesso appartamento
dello stesso albergo. Eppure che cambiamento!
Da otto giorni partecipo alla vita di famiglia della
baronessa di Montavel.
La mattina vado da lei a prendere sue notizie,
affettuosamente, come farei con una parente.
Durante i pasti, mangio alla sua tavola, seduta
di faccia a lei, mentre tra noi  suo nipote, sempre
pieno di premure per l'una e per l'altra.
Durante la giornata, l'accompagno nelle sue passeggiate,
salvo che non mi unisca ai giuochi o alle
escursioni del giovane.
E la sera, quando non usciamo, che belle serate
intime passiamo tutti e tre, nell'appartamento della
vecchia signora! Sono questi i momenti pi belli
della giornata.


Capitolo 2.

Il mio vecchio Leonardo  arrivato.
Che sorpresa ha provato quando mi ha vista! Mi
ha guardata da tutte le parti, non credendo ai suoi
occhi.
- Voi, signorina! Voi! Oh, Mietta,  proprio
vero che vi ritrovo cos bella e in cos buona salute? -
Il buon vecchio piangeva dalla commozione.
I miei capelli corti lo maravigliavano pi di tutto.
- Sembrate una bambina, un angelo disceso dal
cielo.
- Sei uno sciocco, mio caro Leonardo. Guarda,
tutte le altre ragazze sono uguali a me.
- S, ma voi non eravate come loro, prima! E
ora non c' pi differenza. Come dev'essere orgoglioso
vostro marito, di avere una mogliettina cos
graziosa! -
La mia fronte si era rabbuiata a un tratto.
Egli se ne accrse.
- Dio mio! Forse vostro marito non apprezza
il tesoro che possiede? -
Feci un gesto evasivo e non risposi, ma abbozzai
un pallido sorriso.
Questo... questo mostro... mormorai, ricordando
la frase lapidaria che il conte d'Armons aveva
pronunziato vedendomi il giorno del nostro sposalizio.
- Sai, - risposi coraggiosamente dopo qualche
istante - un marito, quando fa un matrimonio
d'interesse come il nostro, non apprezza mai molto
la moglie.
- Per tutti i fulmini! Vi rende dunque infelice? -
egli grid stringendo i pugni.
- Ma no! - protestai io. - Il conte  troppo
gentile per rendere infelice una donna. Lui ed io
c'intendiamo benissimo: lui  in Egitto e io sto
per andare in Tunisia.
- Ma come?
- S, ti spiegher. Vedrai che  questo un accomodamento
maraviglioso per andare d'accordo; se
tutte le persone sposate male usassero questa ricetta,
non si vedrebbero nella societ moderna tanti dissensi
coniugali, che sono cos antipatici. Il conte
non mi ha mai imposto la sua volont, come non
ha dovuto subire il mio malumore o la mia indifferenza.
Ti spiegher pi tardi, vedrai:  una cosa
straordinaria. -
Leonardo parve soddisfatto delle mie spiegazioni,
non immaginando l'ironia che esse racchiudevano
e non indovinando, sotto la mia fittizia allegria,
l'amarezza delle mie parole.
Martina non si mostr entusiasta della presenza
di Leonardo; anzi, mi avvert che la madre di mio
marito non avrebbe permesso certo che il mio antico
carceriere vivesse al mio fianco, poich la sua
presenza poteva facilitare le ricerche della mia matrigna
e condurla fino a me.
- Dopo dodici mesi di matrimonio non credo
che la signora Darteuil possa rivendicare dei diritti
sopra di me. Suppongo, anzi, che tale questione
debba essere ormai definita.
- Non ancora. La vostra matrigna si fa pregare
per rendere i conti di tutela.
- Vedo che vi tengono informata e che ne sapete
molto pi di me in proposito. Sapete forse
anche se mio marito  sempre in Egitto?
- Il conte d'Armons risal le sorgenti del Nilo,
un mese fa.
- Grazioso viaggio di nozze. Non sar solo laggi,
suppongo.
- E con chi, Signore Iddio, volete che sia?
- Forse con una donna... una moglie legittima,
senza dubbio.
- Ma come legittima?
- S, una mia sostituta. Come io son qui sotto
un falso nome, un'altra pu vivere col conte sotto
il mio vero nome.
- Che belle teorie avete! - ella grid indignata.
- Se  la compagnia della signora di Montavel che
ve le suggerisce, credo che...
- Tacete! Non mescolate il nome di una signora
rispettabile con le mie recriminazioni di sposa abbandonata. -
Martina alz le braccia al cielo.
- Questa poi non me l'aspettavo davvero... una
sposa abbandonata!... Credete dunque che il conte
d'Armons potesse restare al fianco di una donna
come voi? -
Il tono era cos sprezzante, cos ironico, che mi
sentii arrossire come sotto un affronto. All'improvviso,
mi manc la forza per sostenere una discussione
cos scortese.
- Vi ho chiesto l'indirizzo di mio marito, -
ripetei. - Datemelo.
- Per farne che?
- Desidero di scrivergli. -
Il viso di Martina espresse l'imbarazzo.
- Ma... forse il padrone non sar contento. Sar
meglio che domandi...
- Come? Mi ci vuole un permesso per scrivere
a mio marito?
- Scrivete, e io gli far recapitare la lettera, -
ella disse, felice di aver trovato una soluzione.
- Voi siete matta! Credete che io possa accettare
che una cameriera serva da intermediaria tra
mio marito e me?
- Ma io non ho ricevuto ordini in proposito.
- Benissimo. Vi avverto che informer subito il
mio avvocato di questo incidente e lo pregher di
preparare una domanda di divorzio. -
Ella trasal.
-  incredibile! Volete divorziare perch io non
vi do l'indirizzo del signor Filippo!
- Questo rifiuto costituisce un'ingiuria grave e,
siccome il suo allontanamento equivale all'abbandono,
avr facilmente ragione.
- Via, signorina Gaby, non vi stizzite cos.
- Prima di tutto non sono n signorina n
Gaby, sono la signora contessa Mietta d'Armons
e vi prego di non dimenticarlo. -
Martina mi guard con occhi cos sbalorditi, che
fui sul punto di farle una risata in faccia. Era annientata;
il mio tono risoluto l'aveva vinta.
Comprendendo a un tratto che nei nostri rapporti
reciproci c'era qualcosa di cambiato, ella chin la
testa e dichiar quasi con umilt:
- Poich lo esigete, vi dar l'indirizzo del signor
Filippo. Non sar detto che il mio silenzio vi
abbia fornito un'arma contro il padroncino. Egli
non mi ha mai dato ordini contro di voi; del resto,
non fa mai allusione a voi...  come se non
esisteste! -
Un rancore soddisfatto traspariva sotto queste ultime
parole; ma io non me ne curai, troppo felice
in quel momento di aver ottenuto l'indirizzo del
mio lontano marito e di pensare che avrei potuto,
una volta almeno, scrivendogli, usare dei miei diritti
di sposa.
Cosicch corsi subito a rinchiudermi in camera
per buttar gi in fretta le seguenti righe:

Signore,
Mi dispiace di esser costretta a turbare il vostro
caro esilio rammentandomi a voi, ma l'ignoranza
dei nostri affari nella quale mi lasciaste dal
giorno del nostro matrimonio mi procura delle
noie.
Martina  certamente molto affezionata a voi e
son persuasa che non inganna la vostra fiducia nei
suoi rapporti con me; ma, in ogni modo, io desidero
ottenere pi direttamente da voi alcuni schiarimenti
a proposito delle mie rendite.
Volete indicarmi il nome del vostro uomo d'affari?
Parlo di colui che  incaricato di rendermi
conto delle mie rendite personali e della somma
mensile che voi mettete a mia disposizione per assicurare
l'andamento di vita che la contessa d'Armons deve condurre.
Fino a ora son dovuta ricorrere a Martina per
le mie spese giornaliere, ma questo non pu durare.
Desidero trattare da me questa questione personale
senza aver l'umiliazione di rendere dei conti
a una persona pagata.
Riassumo quanto sopra, pregandovi di mettermi
in condizione, con dati pi precisi, di trattare direttamente
tale questione col vostro rappresentante.
A questa richiesta imperiosa, aggiungo una preghiera:
la contessa d'Armons va sola per il mondo,
senza nessun legame familiare che le crei d'intorno
un'atmosfera di rispettabilit.
 una donna abbandonata che non sa niente
n del marito n della famiglia di lui. E, bench
una cameriera di questa sia con lei, dico con lei e
non ai suoi ordini, ci non toglie che si facciano
commenti d'ogni genere.
Sono dunque a pregarvi, signore, di non volermi
tenere del tutto estranea alla vostra vita. Non
potreste, per esempio, informarmi dei vostri cambiamenti
di residenza? Certo, non voglio che ci
sia per voi una seccatura, n esigo una precisione
imbarazzante! Mi basta di sapere se il conte d'Armons
 alle Indie, o a Nuova York, o al Polo Nord,
o semplicemente a Parigi.  molto noioso di non
poter neanche stabilire la presenza del proprio marito
in uno dei due emisferi.
Aggiungo, e questa  un'umile preghiera, che,
se voleste farmi avere una delle vostre fotografie, mi
fareste gran piacere; il conte d'Armons non sar
pi un mito se avr un suo ritratto fra le mani!
Mi scuso di nuovo di aver turbato la vostra tranquillit
ricordandovi la sposa lontana, dimenticata
in un villaggio svizzero. E vogliate credere, signore,
ai miei sentimenti, ecc.
Scritta la lettera, andai a mostrarla alla baronessa
di Montavel che l'approv in tutti i termini.
- Sotto un'estrema correttezza ci sono, per, alcune
frecciate, cara Mietta. Vostro marito ne sentir
pi di una volta la punta.
- E nondimeno, voi approvate questa mia lettera?
- S, e son d'accordo perch gli sia mandata. Il
conte d'Armons avrebbe dovuto ricevere da un pezzo
questa missiva. C' un punto solo che mi resta un
po'oscuro, ed  la vostra richiesta...
- Quale?
- Voi chiedete un ritratto...; quale motivo vi
spinge a ci?
- L'ho spiegato.
- Certo, e la ragione data  buona. Ma il vero
motivo di questa richiesta? Sarebbe forse un tenero
ricordo... coniugale? -
La mia fronte si copr di rossore.
- Oh, no, non credo!
- E allora?
- Ho tanto desiderio di mostrarvi il ritratto, o
meglio, l'espressione del conte d'Armons. Quante
supposizioni dovete fare voi, e quante ne deve fare
vostro nipote! Forse allora voi potreste meglio di
me, che probabilmente ho serbato un ricordo falso
di colui che mi spos, giudicare dall'immagine il
suo carattere. Per conto mio, poi, sar molto orgogliosa
di poter mostrare il ritratto dell'uomo di cui
porto il nome, quando parler di lui.  veramente
penoso non aver che il misero atto di matrimonio,
poich non ho neanche il libretto di famiglia, rimasto
a mia suocera. -
La vecchia signora scosse la testa, pensierosa. Poi,
attirandomi a s, mi baci maternamente sulla
fronte.
- Andate a mettervi il cappello, Mietta. Andremo
insieme a impostare questa lettera. E staremo
a vedere: dalla sua risposta, pi che dal suo viso,
giudicher il conte d'Armons per quello che vale. -


Capitolo 3.

Passarono diverse settimane prima che ricevessi
notizie del conte d'Armons.
A forza di pensare alla risposta che egli avrebbe
data alla mia lettera, avevo finito con lo sperare
che egli si sarebbe mostrato buono e cordiale con
me. Dopo tutto ero sua moglie! Portavo il suo nome!
Il benessere di cui egli godeva ora, non lo doveva
forse tutto a me? Insomma, mi pareva che anche
senza mostrarsi molto premuroso, avrebbe dato soddisfazione
alle mie pretese di sposa, inviandomi uno
dei suoi ritratti. Del resto,  giusto che un uomo
rifiuti alla moglie la sua fotografia?
Attendevo quindi con vera impazienza la risposta
del -conte d'Armons.
Mi fu consegnata all'albergo una sera in cui ritornavo,
con la baronessa e Roberto, da una lunga
gita sulle rocce di Nay.
Quando ebbi la busta tra le mani e riconobbi i
francobolli e i timbri egiziani, un'espressione di
gioia illumin la mia fisonomia.
- Una sua lettera, finalmente! -
La mia vecchia amica sorrise a lungo a quel grido
di soddisfazione, mentre Roberto dava un'occhiata
piuttosto malevola alla lettera.
- Ho l'impressione che dal conte d'Armons non
vi possa venir nulla di buono, - egli disse.
- Perch?... Vedete? Mi ha risposto.
- Certo, ma che cosa dice?
- Lo sapremo subito. -
Con la lettera stretta al petto, ebbi il coraggio di
prender l'ascensore e di giungere al nostro appartamento
senza aprirla.
Del resto, ero tanto persuasa di una buona risposta,
che avevo seguito la baronessa in camera sua,
per informarla subito, insieme con Roberto.
Strappata la busta, scrsi una piccola fotografia
e una lettera brevissima di poche righe:
Signora,
Ricevo oggi la vostra pregiata lettera; il signor
Garnier, notaro a Orfay, possiede tutti gli atti che
concernono voi e me. Vogliate dunque mettervi in
comunicazione con lui per poter trattare direttamente
la questione come desiderate.
Rispettosi saluti.
Filippo d'Abmons.
Era tutto.
Non un'allusione n al suo viaggio n al suo ritorno,
e nemmeno all'itinerario fissato, come io
gli avevo chiesto.
Educatamente, ma in maniera netta, mi mandava
dal suo notaro.
Sul mio viso apparve una tale delusione, che la
baronessa ebbe un gesto verso di me.
- Mietta, che cosa c'? -
Intanto Roberto, alzando le spalle, mormorava
tra i denti:
- Ne ero certo! -
Senza dire una parola, porsi loro la lettera.
Avevo sperato qualcosa di diverso; un'accoglienza
meno gelida, o una frase di simpatia...
I miei amici, leggendo, avrebbero capito, senza
che ci fosse bisogno di spiegar loro la mia sconfitta.
Lentamente, caduto il mio entusiasmo, mentre
essi leggevano, presi la fotografia per esaminarla.
E subito, a un tratto, il sangue mi sal al viso.
Era una fotografia fatta da un dilettante e rappresentava
la testa di Un grosso scimmione, barbuto,
peloso, ghignante, orribile a vedersi...
Senza capire rivoltai l'orrenda immagine.
Sul retro, queste semplici parole:
Per creare l'atmosfera di rispettabilit.
Dovetti rileggere tre volte la frase lapidaria per
capirne il significato.
- Che burlone!... - balbettai smarrita, mentre
grosse lacrime mi salivano agli occhi.
E abbattuta, umiliata, fuor di me dalla vergogna,
scappai in camera mia, e l mi gettai distesa sul
letto, singhiozzando disperatamente.
La baronessa e Roberto mi seguirono.
- Che cos' accaduto? Perch questa disperazione?
Via, Mietta, perch prendervela cos? -
Non avevo lasciato il ritratto scimmiesco; lo tesi,
alzando una mano verso di loro.
- Tenete! Ecco qui il ritratto del conte d'Armons.
 somigliantissimo, se non nel fisico, almeno,
nel morale! Ah, che omaccio! Che birbante!
Che persona odiosa! Rispondere cos a una donna!
Ma di che fango  dunque fatta la sua anima? -
Balbettavo queste parole in mezzo ai singhiozzi.
Avrei voluto che mio marito fosse presente per
gettargli tutto il mio disprezzo sul viso.
Che sollievo avrei provato nel poterlo schiaffeggiare!
La baronessa aveva preso la fotografia e la esaminava
attentamente insieme col nipote.
Sul suo viso apparve un'espressione di doloroso
stupore: neppure lei poteva ammettere l'ironia mostruosa
della dedica.
- Va bene! Questo dipinge quell'uomo meglio
del racconto di tutta la sua vita! - grid Roberto.
La voce dell'adolescente tremava dalla collera.
Ma la vecchia signora scosse la testa.
-  una cosa tanto inverosimile, che son permessi
dei dubbi... e mi chiedo quale sia il vero
pensiero nascosto dietro a questo invio.
- Il piacere d'insultare una donna, semplicemente!
- Ma io non credo che il conte d'Armons possa
provar piacere a insultare una donna.
- Bisognerebbe ammettere che fosse pazzo...
- Ma poich non lo , vuol dire che fu costretto
a questo matrimonio di cui non riconosce la validit.
- Un uomo di trent'anni non si sposa per forza!
- Gli avvenimenti possono forzare la volont di
un uomo.
- E allora si fa buon viso a cattiva sorte!
- O ci si vendica sulla donna sposata per forza!
- Non quando questa ha solo il torto di avervi
portato un patrimonio.
- Resta a sapere se egli gode di questo patrimonio. -
Avevo ascoltato tutto questo dialogo senza prendervi
parte.
Alle ultime parole della baronessa, mi rizzai di
scatto.
- Martina mi disse che la mia matrigna si faceva
pregare per rendere i conti di tutela.
- Questo confermerebbe la mia ipotesi.
- Cos, nonna, - interruppe Roberto - voi credete
che il conte d'Armons sia scusabile se agisce
in questo modo, perch la dote di Mietta non gli
 stata versata?
- Egli potrebbe considerarsi derubato due volte:
come marito e come banchiere.
- E voi trovate naturale questo grazioso calcolo?
- No, cerco soltanto di spiegarmi il suo strano
contegno. Alla mia et si desidera essere indulgenti:
perch supporre il conte d'Armons capace delle peggiori
cose? La pi elementare educazione esige che,
in mancanza d'amore, d'amicizia, di stima, e anche
di condiscendenza, un galantuomo si mostri almeno
cortese verso una donna, qualunque essa sia. Preferisco
ammettere che non sia vero che il conte d'Armons tratti sua
moglie cos, pur restando suo debitore. -
Roberto ebbe un gesto di collera.
- Siete magnanima nella vostra indulgenza, nonna!
Speriamo che gli avvenimenti non distruggano
le vostre illusioni.
- Amen! - ella disse sorridendo sempre.
Io intanto, seduta senza complimenti sul letto,
giravo e rigiravo la fotografia ghignante della scimmia...
A un tratto dissi con gravit:
- No, non avrei mai paragonato il conte d'Armons a questa
orribile bestia; ma poich lui stesso
stima giusto mandar questo ritratto al posto suo,
farei male a non trattarlo come tale. Quello scimmione
di mio marito o il mio marito scimmiesco,
come vorrete, avr d'ora in poi gli onori che si merita. -
Sul mio viso c'era un'espressione risoluta che
preoccup la baronessa.
- Di quali onori volete parlare, bambina mia?
- Del pi grande che una sposa affezionata possa
rendere allo sposo lontano; far montare questo
ritratto in un medaglione e lo porter al collo in
modo che si veda bene.
- Che strana idea!... Uno scimmione non sar
molto bello!
- Sar magnifico, signora. E che idea commovente:
il ritratto di mio marito! Tutti potranno ammirare
la fotografia del conte d'Armons al collo di
sua moglie! Voglio... -
Il mio tono esaltato rattrist la vecchia signora.
- Vi farete notare per nulla, piccina mia. E temo
che Filippo d'Armons poi non vi perdonerebbe mai
il ridicolo di cui, per ripicco, lo coprireste.
- Cosa m'importa ormai di ci che potr pensare
quel gorilla di mio marito!
- Mietta, come siete eccitata!
- Ah, signora, non capite l'ingiuria che mi fa?
Vi assicuro che se fossi sicura di fargli dispetto con
qualcosa di peggio, la farei subito.
- Bene! Mietta ha ragione! - grid Roberto.
- No, tu non la incitare alla rivolta. Io faccio
appello al suo buon senso perch non commetta
sciocchezze. Voglio saperla irreprensibile e tanto
superiore alla condotta di suo marito che costui
un giorno debba arrossire della sua mancanza di
riguardo. -
Ma quella sera, anche se la mia vecchia amica
avesse continuato a lungo su quel tono, non l'avrei
ascoltata.
Ero fuori di me e, siccome Roberto mi sosteneva
nei miei propositi pi stravaganti, non pensavo a
moderarmi come la baronessa desiderava.


Capitolo 4.

La mattina dopo, mentre col cappello in testa mi
preparavo ad andare in citt per alcune commissioni,
Roberto si present davanti a me.
- Cuc, piccola signora!
- Buon giorno.
- Uscite?
- S... devo fare delle compere.
- Posso accompagnarvi?
- Non sar divertente, ma se volete... -
Il suo viso s'illumin.
- Dove andiamo?
- Dal parrucchiere per un profumo, poi a comprare
delle calze e poi alla Posta per i francobolli.
Vi va?
- Ci poteva esser qualcosa di meglio.
- Che cosa vi aspettavate, dunque? -
Egli esit; poi, guardandomi:
- Una fermata dal gioielliere, - disse.
Non capii il suo pensiero.
- Dovete scegliere un gioiello?... Per la nonna?
- Per voi, signora, se lo permettete. -
Mi misi a ridere, incredula.
- Volete offrirmi un gioiello?
- S... a condizione che lo scelga io. -
Lo guardai stupita, poi scossi la testa:
- Non mi fido dei vostri gusti, Roberto.
- Prima di criticare, guardate.
- Certo! Bisogna vedere...
- Allora va bene?
- Uhm! Non ho affatto bisogno di gioielli.
- Una donna ne accetta sempre dei nuovi.
- Ma appunto, io non sento il bisogno di aumentare
il numero dei miei astucci.
- Cosicch ora vi ritirate? -
Il suo tono mi urt.
- Ritirarmi? Perch? Non ho fatto nessun passo
avanti, n indietro. Perch dunque chiamate ritirata
la mia esitazione nell'accettare un gioiello da
un giovanotto della vostra et?
- Siete cattiva a ricordarmi sempre che siete pi
vecchia di me.
- Stamattina avete voglia di bisticciare, caro
Roberto. Appunto perch vi tratto come un uomo,
invece, rifiuto il vostro regalo.
- Poco fa esitavate; ora rifiutate.
- Naturalmente! La vostra insistenza mi mostra
i pericoli che correrei accettando quest'offerta.
- Va bene! - egli disse con amarezza. - Non
rigirate il coltello nella piaga. Ho capito subito che
non v'importa niente di farmi piacere. -
Mi piantai di fronte a lui e lo presi per i risvolti
della giacca.
Era cos alto, cos grande in confronto a me, tanto
piccina, che dovevo tirar la testa indietro per vederlo
bene.
Aveva lo sguardo cupo, e ostentava un dispiacere
che in verit non poteva provare.
Sorrisi con indulgenza.
- Che compagno insopportabile siete, Roberto!
Ma io non ho mai avuto l'idea di farvi dispiacere.
- Lo dite...
- No, lo provo.
- Allora provatemelo.
- Sicuro: permetto al fratello maggiore che vedo
in voi di regalarmi, in occasione di una festa qualunque,
il gioiello che vorr, in presenza a sua
nonna.
- Quante precauzioni per restare nei limiti della
correttezza!
- Mi pare che sia giusto.
- E quando  la vostra festa?
- Santa Mietta!... Non lo so.
Bisognerebbe cercare nel calendario.
- Ho paura che non sia mai esistita! -
Ci mettemmo a ridere allegramente tutti e due.
- Si potrebbe festeggiarla oggi, non vi pare?
- Ci tenete dunque tanto? Che cosa , oggi? -
Mi misi a pensare:
Non  n un anniversario, n una festa, u...
n... Non vedo niente. Allora perch questa insistenza?
Egli sorrise:
- Chiedetemi piuttosto quale gioiello desidero
offrirvi.
- Quale gioiello? Ebbene s, infatti, che cosa
volete offrirmi?
- Un medaglione.
- Per che farne? -
Ma subito, colpita da un'idea:
- Ah! Per questo?
- S.
- Per il ritratto del mio... scimmione?
- S. -
Feci un passo indietro per esaminare meglio il
giovanotto.
- Perbacco, voi non avete davvero simpatia per
il conte d'Armons.
- No, lo odio.
- Perch? Eppure non vi ha fatto niente di male.
- S,  vostro marito.
- Bella ragione! Potrebbe esserci un altro al
posto suo.
- E io detesterei ugualmente l'altro.
- Allora  un partito preso. -
Il tono di Roberto mi dispiacque e mi venne la
voglia di farglielo capire. Poi, pensai che era meglio
prender la cosa ridendo. Quel ragazzone era
nell'et in cui si esagerano tutti i sentimenti, e dentro
di me ero cos contenta della sua calda amicizia!
Risposi dunque in tono scherzoso:
- Voi, Roberto, siete ammalato di ipocondria
acuta; oscillate tra l'idea fissa e la mania di persecuzione...
Fortunatamente, il conte d'Armons 
nell'altro emisfero, altrimenti non sarei punto tranquilla.
- Ci non toglie che proverei un certo piacere
nel potergli dire in faccia il mio modo di pensare.
- Basta! Non ne parlate pi, altrimenti vi far
gli occhiacci.
- Ma ieri diceste...
- Che disapprovavo la risposta di mio marito.
- E oggi, invece?
- Non ho cambiato idea. -
Nei miei occhi brill un lampo di gaiezza.
- E questo medaglione?
- Corro a cercarlo.
- Non credo che ce ne sia pi bisogno.
- Perch? -
Lo guardai un momento in silenzio. Poi replicai
piena di allegria, ritornata a un tratto birichina e
pronta a godere della sua sorpresa:
- Il vostro regalo sarebbe un doppione, caro signore.
Vi siete alzato troppo tardi.
- Ma come? - egli fece, stupito.
- Gi da un'ora il ritratto adorato del mio sposo
diletto  appeso al mio collo. -
E trionfalmente, estraendolo dalle pieghe del mio
vestito ove sembrava nascosto, gli mostrai un bellissimo
medaglione incorniciato di brillanti.
In mezzo alle pietre preziose, il muso dello scimmione
ghignava.
- Come vedete, Roberto, gli astucci di mia madre
contengono abbastanza gioielli perch io possa
scegliere, e non c' bisogno che me ne vengano
offerti dei nuovi. -
Dapprima egli parve deluso.
-  un quarto d'ora che mi fate cantare, - disse
un po'ridente e un po'stizzito. - Mi rallegravo
tanto di offrirvi questo piccolo ricordo; ma l'importante
 che non abbiate dimenticato il vostro
rancore d'ieri. Ci sono cose che non si devono mai
perdonare... Quell'uomo si  condotto con voi in
modo indegno! -
Un breve sorriso err sulle mie labbra.
- Quanto calore nella vostra antipatia! Roberto,
voi siete un ragazzo ed esaltate tutti i vostri sentimenti.
Anzi, a questo proposito volete farmi una
promessa?
- Eccome! Sono ai vostri ordini.
- Ebbene, non mi parlate pi del conte d'Armons, perch mi 
penoso sentire il suo nome sulle
vostre labbra, e tutte le allusioni che fate su di lui
mi danno noia.
- Sono dunque troppo ironico? - egli chiese,
offeso.
- Forse, - risposi. Comunque sia, non parliamo
pi di mio marito. Tra qualche giorno partiremo
per la Tunisia; lasciatemi godere in pace
questo splendido viaggio. Fino allora, permettetemi
di essere una ragazzina spensierata e viziata come
le altre. La vostra amicizia mi far dimenticare la
mia vera condizione. Roberto, promettetemi di non
ricordarmi mai ci che desidero tanto di dimenticare. -
Egli mi prese una mano e la port alle labbra.
- Come siete esigente, sorellina! Vi prometto
tutto quel che volete per farvi piacere.
- Allora siamo intesi? Non pi una parola...
- Il conte d'Armons  sepolto. -
Egli mi lasci e and da sua nonna, certamente
per raccontarle la storia del medaglione e sfogarsi
con lei di tutto quello che aveva dovuto trattenere
in mia presenza.
Sorrisi vedendolo allontanare.
Quel buon Roberto, bench pi giovane di me,
si atteggiava un poco a mio protettore. Era lui che
mi aveva scoperta!
E, da bravo eroe diciottenne, avrebbe voluto battersi
per la donna dei suoi pensieri, che in quel
momento era personificata in me.
Il suo odio per mio marito proveniva di certo
dalla sua generosit a mio riguardo, ma bench ingenua
e ignara della vita, capivo confusamente che
ai suoi sentimenti cavallereschi si univa un po' di
gelosia.
Ed era questo forse il solo motivo per cui mi sentivo
imbarazzata, quando egli parlava di mio marito.


Capitolo 5.

Passarono giorni, settimane e mesi durante i quali,
con la baronessa e Roberto, visitai la Tunisia, l'Algeria
e il Marocco.
Davanti ai nostri occhi, le strane citt dell'interno
succedevano a quelle quasi europee della costa, le
pianure alle montagne, le colline alle valli, le sabbie
alle rocce, le notti piovose alle giornate torride, le
popolazioni negre alle trib arabe.
Tutti i giorni qualcosa di nuovo, di sempre nuovo.
I miei due amici approfittavano di quel viaggio
magnifico in contrade quasi prive di civilt per rifare
la mia educazione e sviluppare tutte le disposizioni
incolte che sonnecchiavano in me. Imparai
cos ad andare a cavallo, a guidare un'automobile,
a muovere i remi e a tenere la racchetta. Imparai
inoltre a tirar di scherma con Roberto, a ricamare
con la baronessa, e studiai il pianoforte con una
musicista appositamente scelta per seguirci nei nostri
cambiamenti di domicilio.
Quando mancava il pianoforte, in alcune regioni
troppo lontane dalle coste, tenevo in esercizio le dita
sopra un tremulo mandolino, e la voce con alcune
melodie cromatiche.
Non un minuto perso con un tale programma
da svolgere. Ci alzavamo presto, io e Roberto, per
le nostre svariate occupazioni, ci che non c'impediva
la sera di fare spesso tardi, per qualche serata
danzante, letteraria o musicale.
Sette mesi di questo regime mi trasformarono
del tutto. Al termine di questo tempo, Martina Boulin,
che aveva rifiutato di seguirci in Affrica, avrebbe
appena riconosciuto nella petulante signora che
ero diventata, la pallida e taciturna orfanella che
ella aveva accompagnata l'anno precedente in Svizzera.
Infatti una vera evoluzione era avvenuta in me,
tanto fisicamente quanto moralmente.
Conoscevo ora la dolcezza di un affetto sincero.
Per meritare un sorriso d'approvazione della baronessa,
avrei voluto raggiungere la perfezione in
ogni minimo gesto, come pure mettevo tutto il mio
ardore nelle diverse pratiche sportive alle quali Roberto
mi iniziava, per far piacere a quest'ultimo.
E credo di non aver deluso n l'una n l'altro
nella loro aspettativa. Il mio carattere uniforme mi
permetteva di piegarmi docilmente alle loro esigenze
o alle loro osservazioni: e, siccome capivo
che quei cari amici facevano tutto per il mio bene,
non me lo facevo dire due volte per conformarmi
ai loro desiderii.
Quando, all'approssimarsi dell'estate, il caldo non
ci permise pi di vagabondare in terra d'Affrica, la
baronessa decise di ritornare in Francia.
Facevo parte della famiglia, ormai. Perci, quando,
per discrezione, mi scusai di non poterli seguire
nel loro possesso del Picco di Montavel, la vecchia
signora e Roberto protestarono con tutte le forze,
non ammettendo che io potessi lasciarli, proprio
quando avrei avuto maggior bisogno di una protezione
materna.
- In viaggio, potevate ancora andare da un albergo
a un altro; ma ora che cosa pensate di fare
se ci lasciate?
- Continuare la mia vita errante finch non mi
stabilisca in qualche posto che mi sembri pi simpatico
di un altro.
- E quest'idea vi attrae?
- Non molto, lo confesso.
- Allora perch non venite con noi al Picco di
Montavel?
- Non vorrei abusare della vostra generosit...
- Dite della nostra amicizia.
- Ah! Se non ascoltassi che il mio desiderio...
- E chi ve lo proibisce?
- Sicuro, vorrei... Voglio tutto quello che vorrete
voi, purch non vi disturbi... purch la vostra
famiglia non pensi che io abuso della vostra squisita
bont.
- Peggio per chi ci trover da ridire... In ogni
caso non sar certo Roberto. E, siccome ci che
conta  la sua opinione, non mi preoccupo di quel
che potranno pensare gli altri. -
Cos il destino mi ricondusse in Francia servendosi
della baronessa per compiere i suoi disegni.
Appena stabilita definitivamente al castello del
Picco di Montavel, la baronessa scrisse a mia suocera
per avvertirla che abitavo sotto il suo tetto.
La buona signora non mi aveva parlato dell'invio
di questa lettera per non turbarmi; ma, non
conoscendo il carattere della famiglia d'Armons e
volendo mettere se stessa e me al riparo di ogni
cattiva interpretazione, aveva voluto scrivere.
La contessa d'Armons rispose subito, come seppi
dopo, in termini gentilissimi, ringraziando la mia
ospite di essersi interessata a sua nuora e sperando
(ella aggiungeva) che il lungo soggiorno in Svizzera
avesse migliorato la mia salute. Alludeva poi
alle inquietudini che la mia indipendenza le aveva
procurate, quando, di mia volont, mi ero separata
da Martina Beulin per andarmene senza avvertirla
verso lontani lidi.
La sua lettera era correttissima, ma pure impensier
la baronessa per il tono altero e nello stesso
tempo prudente col quale era stata scritta.
Non una parola che svelasse un sentimento affettuoso,
ma nemmeno una riga che mostrasse l'indifferenza
o il biasimo.
Io ero la nuora che, in assenza del marito, ha creduto
di dovere emanciparsi e adottare un genere di
vita diverso da quello che le era stato tracciato. Mia
suocera non mi approvava, ma nemmeno mi criticava:
dal principio alla fine della lettera si manteneva
sempre una gran dama piena di correttezza e
una tipica madre indulgente.
Si capiva che s'inchinava dinanzi a suo figlio.
Costui solo contava, nei miei confronti, per esprimere
un giudizio, mentre ella non doveva servire
ad altro che a mantenere il contatto.
Del resto, non si content di questa lettera sola:
ne scrisse una anche a me, chiedendomi che ora
non la lasciassi pi tanto tempo priva di notizie.
Aggiungeva che, dovendo fare un viaggetto tra qualche
tempo, sarebbe stata una gioia per lei allungare
un po'la gita e venire a trovarmi.
Quella probabilit rabbui i miei pensieri: provavo
un vero terrore per quella futura visita, e la
baronessa dovette pi di una volta farmi coraggio
convincendomi che mia suocera non poteva niente
contro di me finch la mia vita fosse irreprensibile
in tutto e per tutto.
Nonostante ci, tale riavvicinamento mi pareva
una minaccia. La contessa d'Armons, ora che mi
ero sbarazzata della matrigna, non si sarebbe valsa
dei miei precedenti per farmi internare?
Chiss che le mie due madri non si unissero
per togliermi di mezzo e dividersi le mie ricchezze?
Tutte queste supposizioni che esprimevo alla nonna
di Roberto, la facevano ridere; ma io non mi
tranquillizzavo. Capivo troppo bene quale sca rappresentassi
per delle persone avide e prive di scrupoli.
E in questo avevo torto, perch la famiglia
d'Armons fino a quel momento non si era mai mostrata
troppo invadente; nessuno, dopo il mio matrimonio,
aveva cercato di accerchiarmi e d'isolarmi.
Fin dal primo giorno ero stata libera delle mie
azioni, e Martina Boulin era stata messa al mio
fianco e mi aveva guidata soltanto perch io non
ero in condizioni di fare a meno delle sue cure.
Tale stato d'inquietudine fu, del resto, di breve
durata.
La contessa giunse prima di quanto avessi supposto.
Le sue lettere l'avevano preceduta di qualche
giorno.

 Capitolo 6.

Quella mattina ero uscita a cavallo con Roberto
e alcuni villeggianti dei dintorni. Dovevamo ritornare
prima che il gran caldo si facesse sentire.
Potevano dunque essere le undici, quando le nostre
cavalcature si fermarono ai piedi della scalinata
di Montavel.
I nostri amici ci avevano gi lasciati e ritornavamo
soli, Roberto ed io.
Il mio compagno stava appunto per aiutarmi a
scendere da cavallo, quando un cameriere ci venne
incontro.
- La signora baronessa fa avvertire la signora
che la signora contessa d'Armons  in salotto. -
Ricevetti quest'annunzio come uno schiaffo in
pieno viso.
Diventai pallidissima, e Roberto, che stava ancora
tenendomi per un braccio, dovette sostenermi
perch vacillavo.
- Via, Mietta, coraggio! Di che cosa avete paura
tra la nonna e me?
- Ho paura, Roberto!... Ho paura;  pi forte
di me.
- Che bambina! Credete dunque che i d'Armons
siano persone da compromettersi in un cattivo affare?
Andate senza timore, Mietta; finch ci sar
io, essi dovranno agire lealmente; vi giuro che qualunque
cosa abbiano preparato, li costringer a restare
nei limiti della correttezza verso di voi. -
Che bravo e cavalleresco ragazzo! Non immagin
certo quanta forza mi dette la sua affermazione.
Salii la scalinata di corsa e di lass gettai ancora
a Roberto un triste sorriso forzato.
Poi, senza furia, senza premura, mi diressi verso
il salotto.
Al mio ingresso ricevetti in pieno gli sguardi della
baronessa e di mia suocera.
Questa alz l'occhialetto nella mia direzione: certo
non mi riconosceva, e la sua esitazione mi permise
di riprender fiato e di riacquistare la calma.
- Mi scuserete, signora, se mi presento a voi in
abito da amazzone, ma non ho voluto attendere un
minuto per venire a salutarvi. -
Dopo la commozione di poco prima, quella frase
era piena di spavalderia, e piacque alla baronessa
che mi rivolse un sorriso d'approvazione.
La contessa d'Armons non si era ancora rimessa
dallo stupore.
- Mietta?  mai possibile? Siete proprio voi,
Mietta Darteuil?
- In persona, signora, e vi presento tutti i miei
rispetti.
- Cara figliuola, come sono felice di ritrovarvi
in cos buona salute!
- State certa, signora, che il piacere  reciproco, -
dissi io, impeccabile, nonostante il doppio senso
che le mie parole potevano avere.
E rivolgendomi alla baronessa:
- Permettete, mamma, che ora mi ritiri per
andare a cambiarmi? Sono cos confusa di trovarmi
qui in quest'abito!
- Va', bambina mia, e ritorna subito. La contessa
d'Armons dev'essere ansiosa di rifare conoscenza
con te. Del resto, ella ha accettato di passare
la giornata qui, e sono proprio felice di fare
pi ampia conoscenza con la madre di colui di cui
tu porti il nome. -
Rivolsi un sorriso alle due signore e mi allontanai.
Non tanto in fretta, per, da non sentire la
madre di Filippo esclamare:
- Se non foste stata voi, signora, a dirmi che
quella giovane donna  mia nuora, non l'avrei mai
creduto. -
Senza curarsi dei dubbi che questa esclamazione
poteva contenere, la baronessa rispose con tutta la
sua gentilezza:
- La vostra vecchia Martina potr spiegarvi per
quali fasi successive vostra nuora sia giunta a questa
perfezione fsica. Quando io ebbi l'onore d'incontrarla,
era gi una incantevole ragazza come ora.
Ed  appunto perch mi conquist subito, sia per
il suo isolamento, sia per la sua grazia ingenua, che
mi sono tanto affezionata a lei.
- Ma era un mostro, signora; un vero e proprio
mostro!
- Bisogna credere, cara signora, che voi non
l'abbiate guardata bene: sotto la maschera scheletrita
deve aver sempre avuto quegli occhi maravigliosi,
quei capelli abbondanti, quei denti smaglianti... Per il resto, un po' d'aria libera e una
buona nutrizione devono esser bastati a renderla
normale.
- Mi par di sognare. Sono proprio sbalordita. -
La baronessa si mise a ridere.
- Ai vostri occhi sembra un miracolo.
- Davvero! Un racconto di fate!
- Venite a vedere quest'album: ho qui riunite
tutte le fotografe di Mietta, che mostrano alla meglio
i suoi progressi. -
E le mostr un libro rilegato in marrocchino che
aveva estratto dalla cassetta di una scrivania.
- Capisco come la vostra materna commozione
abbia bisogno di esser rassicurata. -
Aprendo le prime pagine, disse:
- Queste fotografie non sono troppo belle, perch
furono fatte da dilettanti che spesso erano ancora
dei ragazzi... Soltanto il caso vi fa apparire
Mietta alla quale allora nessuno s'interessava.
- Oh, qui s che la riconosco!
- La data di questo ritratto indica che fu fatto
due giorni prima che Mietta si facesse tagliare i
capelli.  un vero documento.
- Senza dubbio!
- Vedete gi quale differenza con quest'altra fotografia
fatta dopo la sua prima visita al parrucchiere.
-  maraviglioso!
- Ed eccola qualche tempo dopo, quando ebbe
abbandonato le gonnelle troppo lunghe e i mantelli
troppo ampi; qui la crisalide comincia a trasformarsi.
- Era ancora molto magra...
- Trattamento igienico sbagliato. Quella buona
Martina non usciva dal regime prescritto, senza considerare
che bisognava stuzzicare il palato per far
nascere l'appetito.
- E foste voi che...
- S, da quel momento entrai io nella sua vita;
da quel giorno potrete seguire i progressi. Mio nipote
ha la mania delle fotografie, e quelle di Mietta
sono numerose come le nostre.
- Ammirevole!
-  un vero giornale della sua vita che si pu
leggere voltando le pagine. Ne siete convinta, cara
signora?
- Non ho mai dubitato della vostra affermazione,
signora. Ma siccome io non ho potuto vedere sbocciare
quel fiore, sono rimasta davvero sorpresa vedendola
apparire sotto quell'aspetto.
- E... -
La baronessa si ferm un po'imbarazzata dalla
domanda che era sorta nella sua mente.
- Siete contenta di ritrovare vostra nuora sotto
questo nuovo aspetto?
- Dite che ne sono felice. Vorrei che mio figlio
fosse qui per contemplare sua moglie... -
A sua volta si ferm imbarazzata:
- Voi sapete certamente i precedenti dell'unione
contratta da mio figlio.
- So... Mietta mi disse quanto era triste e abbandonata.
- Ma quello che certamente non avr potuto
dirvi  la resistenza che ho incontrata in Filippo
per indurlo ad acconsentire a un secondo matrimonio.
Egli adorava la sua prima moglie.
- Una signorina di Sorelle, mi pare ...
- S. Disgraziatamente Giacomina mor dopo pochi
mesi di matrimonio e mio figlio ne fu inconsolabile.
Ci volle tutta la nostra insistenza perch
si prestasse a salvare Mietta. Per Filippo era il sacrifcio
di tutta la vita: certo, molti diranno che
egli ha trovato la ricchezza in questo matrimonio
e che ci  stato un bel compenso... La verit, invece... -
Qui la contessa d'Armons s'interruppe di nuovo
e i suoi occhi si velarono di lacrime.
- La verit - ella riprese a voce bassa -  che
mio figlio accett questo matrimonio a condizione
di lasciar la Francia e di non conoscere mai sua moglie.
La salvava dandole il suo nome, la rendeva indipendente,
ma non aveva il coraggio di continuare
egli stesso il salvataggio dell'infelice orfana. -
Successe un silenzio.
- Povera Mietta! - mormor alla fine la baronessa.
- Quel matrimonio la salv da una terribile
matrigna, ma fece di lei una moglie senza marito
e una sposa abbandonata... Non  allegro neanche
questo. -
La contessa d'Armons guard la sua interlocutrice.
- Mia nuora non deve lamentarsi. Ella ha un
posto sociale molto alto, ora: nel matrimonio ha
trovato un titolo e un nome onorato. E poi, ha per
marito uno dei pi begli uomini della nostra giovent
moderna; un ragazzo sano, robusto e colto. -
La baronessa sorrise al tono esaltato della vecchia
signora; poi, con finezza, rispose:
- Il guaio per Mietta  che fino a ora ella non
ha goduto n il titolo, n il nome, n la famiglia,
n il marito... Tutti beni incontestabili, certo, ma
per lei non palpabili.
- Verr, verr anche questo!
- Nessuno glielo augura pi di me. -
La suocera di Mietta parve clta da un'improvvisa
tristezza.
- Sento nelle vostre parole una minaccia per la
tranquillit di mio figlio.
- Una minaccia?... - esclam amichevolmente
la baronessa. - Vi prego, cara signora, di non vedere
alcuna ostilit nelle mie riflessioni. Per, tra
noi madri (poich vorrete ben ammettere che io
abbia per lei sentimenti materni), tra noi madri,
dicevo, dobbiamo riconoscere che l'unione di questi
due figliuoli  del tutto irregolare.
- Spero che al ritorno di Filippo...
- Ah! Deve ritornare?
- Mio figlio non ha ancora fissato la data...
- Insomma, una porta deve esser chiusa o aperta.
Un uomo sposato non pu vivere come uno scapolo.
- Bisogna aspettare, e ve ne prego, unitevi a me
per ottenere che Mietta non perda la pazienza.
- Non chiedo di meglio che di aiutare a render
regolare un matrimonio benedetto da Dio. Mi auguro
che il conte d'Armons comprenda che ha dei
doveri di sposo e di cristiano da adempiere qui. Il
suo posto non  alle sorgenti del Nilo, ma in Francia,
a fianco della sua giovane moglie che  abbastanza bella per
aver tutta una corte di ammiratori
dietro a s.
- Come? Mietta?
- Mietta  ricercata e corteggiata da tutti! Avete
abbastanza buoni occhi, cara signora, per vedere
che non  donna da passare inosservata. Ditelo a
vostro figlio, affinch capisca che in Francia vi sono
delle belve in giacchetta che agognano il suo bene,
mentre egli si diverte in Egitto a dar la caccia a
belve che non gli hanno fatto niente! Insomma,
parlate con Mietta, scandagliate le sue intenzioni,
sentite quali siano i suoi propositi. Io ho sempre
avuto un certo timore a intavolare tale questione:
ma voi, madre di Filippo, avete il dovere di assicurarvi
delle intenzioni di vostra nuora. -
E tutt'e due cominciarono a parlare a cuore aperto
dell'avvenire dei due giovani.
Cosa imprevista, si trovarono subito d'accordo e,
quando il colloquio termin, le due donne si strinsero
la mano commosse.
In quell'istante il suono della campanella ci riun
tutti nella sala da pranzo.
Nonostante il suo carattere sempre allegro, Roberto
era taciturno. Esaminava di sottecchi mia suocera,
e capii che l'inquietudine lo tormentava.
Temeva che la nostra cara intimit venisse turbata
dalla sua presenza; chiss che mia suocera non
volesse condurmi con s, lontana da Montavel?
Una volta che egli volse lo sguardo pensoso e triste
verso di me, gli sorrisi affettuosamente per rassicurarlo.
Chi poteva ora costringermi a un'esistenza che
non mi piaceva?
Nessuno! Ero forte dell'amicizia della baronessa
e di suo nipote; e, se mia suocera avesse preteso
di farmi lasciare i miei amici, le avrei opposto un
rifiuto cortese, ma assoluto.
Del resto, ella non fece nessuna allusione a ci
durante il pranzo.
Ogni volta che nella conversazione mi capitava
di rivolgere la parola alla baronessa, pronunziavo
sempre con gratitudine la parola mamma. E questo
appellativo filiale faceva sempre una certa impressione
sulla contessa d'Armons.
I suoi occhi si alzavano verso di me con stupore
e inquietudine; poi continuava a mangiare in silenzio,
come oppressa dal peso di spiacevoli pensieri.

 Capitolo 7.

Quando ci alzammo da tavola, la signora di Montavel si volt verso di me, e con materna dolczza
consigli:
- Mietta, va tu a fare gli onori del nostro vecchio
castello alla signora d'Armons. Mostrale la bella
veduta che si gode dalla torre quadrata. Quell'angolo,
dichiarato monumento nazionale,  veramente
bello. -
Obbedii gentilmente, ma, in realt, senza grande
entusiasmo.
Capivo il desiderio della baronessa di procurare
un colloquio alla contessa e a me, ma personalmente
ne avrei fatto volentieri a meno.
Appena fatti pochi passi fuori, mia suocera mi
prese a braccetto... Mietta cara, sono tanto felice di ritrovarvi in
cos buona salute e cos impeccabile nei vostri modi,
che me ne rallegro sinceramente per mio figlio.
- Credete, signora, che il conte dar molta importanza
a questa cosa?
- Spero che se ne rallegrer come me.
- Permettetemi di dubitarne.
- E perch?
- Perch personalmente ebbi occasione, qualche
mese fa, di convincermi che Filippo d'Armons non
si preoccupava molto della mia esistenza.
- Come?
- Gli scrissi una lettera, cortesissima in verit,
in cui manifestavo il desiderio di possedere una sua
fotografia. Gli esprimevo anche la necessit di vedere
sistemati i nostri affari con la signora Darteuil,
trovandomi un po' sprovvista di denaro.
- Mio Dio! E che cosa vi rispose?
- Due righe per rimandarmi al suo uomo d'affari
come se nessun legame, neanche d'interesse,
potesse esistere tra me e lui...
- E poi?
- Questo  tutto... Ah, no, c'era anche il suo
ritratto! -
E mi misi a ridere. Ella mi guard.
- V'invi una sua fotografia?
- Sua? Giudicate voi stessa. Per non dimenticare
i miei doveri di sposa verso il conte Filippo
d'Armons, porto sempre al collo l'immagine che
egli m'invi come sua. -
E, estraendo dal seno il piccolo medaglione incastonato
di pietre, l'aprii e lo tesi alla contessa.
- Vedete? Come sono orgogliosa di avere un
marito simile! Che bel ricordo per difendersi dalle
tentazioni! -
La vecchia signora ebbe un gesto di smarrimento
vedendo l'invio del figlio.
- Filippo ha voluto scherzare! - ella balbett.
- Peccato che io non abbia afferrato il lato comico
di questo scherzo, - risposi io con una certa
vivacit.
- Mietta, vi prego, siate generosa. Se sapeste
quanto  infelice il mio povero figliuolo!
- Infelice di avermi per moglie, lo so!
- Non dico questo.
- Ma io lo penso e lo dico. -
E dopo un attimo di silenzio:
- C' un mezzo per far cessare questo doloroso
stato di cose tra me e il conte.
- Che cosa volete dire, bambina mia?
- Credo che il conte d'Armons mi rendesse un
immenso servigio il giorno in cui mi dette l'appoggio
legale del suo nome per sfuggire agl'infami propositi
di una matrigna cupida e crudele. Egli si mostr
cavalleresco e buono e gliene sono profondamente
grata. -
Ella fu tutta intenerita dalle mie parole.
- Che Dio vi benedica, Mietta, di pensare simili
cose!
- Ma credo che la sua generosit e la mia riconoscenza
abbiano dei limiti.
- Che cosa andate cercando, piccina mia?
- Ci che la ragione mi obbliga a pensare, signora.
Il conte d'Armons non deve essere, per tutta
la vita, vittima di un'unione per lui deplorevole;
come io non voglio restare prigioniera di legami
matrimoniali che sono soltanto Attizzi.
- Ma il prete e il sindaco consacrarono questi
legami, bambina mia.
-  vero, ma il codice, come pure la legge cristiana,
hanno previsto il caso dei matrimoni non
consumati. Un annullamento a Roma, un divorzio
al Palazzo di Giustizia, e tutto sar finito.
- Oh, Filippo non acconsentir mai, mai al divorzio!
- Come potete saperlo, signora? Del resto, non
ho intenzione di non offrire nessun compenso...
al conte d'Armons! Il servizio che egli mi rese merita
una ricompensa, ed  giusto che la nostra separazione
non porti a lui nessuna complicazione
finanziaria...
- Cio?
- Offro semplicemente al conte d'Armons di voler dividere con
me... in parti uguali... tutto ci
che mio padre mi lasci...
- Bambina mia, io...
- Ve ne prego, signora, non vi opponete alla
mia idea: vogliate invece trasmettere al conte la
mia offerta. Ditegli che io desidero riacquistare la
libert, d'accordo con lui, per evitare ogni scandalo
e ogni processo difficile... e che in cambio gli
lascio met del mio patrimonio. La sua rendita sar
diminuita, certo, ma quale prezzo non pagherebbe
anche lui per la gioia di esser libero e di non sentirsi
pi unito alla mia vita? -
La contessa rimase un istante in silenzio, poi lentamente
e con gravit rispose:
- Vi ho lasciata parlare, Mietta, per conoscere
tutto il vostro pensiero. Ho potuto convincermi che
voi non contate per nulla il mio nome, il titolo, e
nemmeno il marito che avete trovato in questo matrimonio
con mio figlio.
- Apprezzo questi beni nel loro giusto valore...
Scusate, signora, se non li valuto molto... Credo
che un marito senza titolo, senza nome... un vero
marito, insomma, andrebbe ugualmente bene per
me. Vi faccio dispiacere, lo capisco, ma mi  impossibile
apprezzare il valore di vostro figlio. -
Il mio tono era diventato un po'aspro ed ella mi
guard con inquietudine.
- Non fate dell'ironia, bambina cara... Le cose
sono tanto penose, in quest'affare!
- Eppure, signora, vi rinnovo la preghiera di
poco fa: vogliate trasmettere a vostro figlio la mia
offerta.
- Non credo che egli accetter mai l'idea del
divorzio.
- Ma s, ma s... quando sapr che gli lascio
met del mio patrimonio... -
Avevo detto queste parole con leggerezza, senza
sarcasmo, ma la contessa alz la testa con vivacit.
- V'ingannate, Mietta! - ella afferm con orgoglio.-
Mio figlio non far gran conto del vostro
denaro. -
Una fiamma anim il mio viso.
- Cos' dunque che lo trattiene nelle odiose catene
del matrimonio?
- Lo scrupolo della parola data... il rispetto del
matrimonio cristiano... Filippo ha un bel carattere,
checch ne pensiate... -
Ma delle parole non bastavano a convincermi.
C'era in me tanto rancore represso, che non potei
fare a meno di ricordare il nostro primo incontro.
- Scusatemi, signora, se non mi arrendo subito
alle vostre ragioni. Credetemi, non chiederei di meglio; ma
ricordatevi... Questo ricordo mi  molto
penoso e non vorrei farvi dispiacere...
- Parlate senza timore, Mietta. Tra noi tutto
dev'esser chiaro.
- Ebbene: mi ricordo il giorno del nostro matrimonio.
Voi parlavate in italiano con Martina, e
io capivo...
- Esprimevo i sentimenti che provavo a quel
tempo, perch non vi conoscevo. -
Il viso della vecchia signora si era coperto di rossore,
e anch'io, imbarazzata di dover rivangare
quelle cose e di turbare la mia compagna, non osavo
guardarla.
- Dicevate che quel matrimonio era indispensabile,
che eravate tutti messi alle strette dai creditori,
dai debiti! Insomma, ve ne prego, non mi
costringete a ricordare queste cose, ma convenite
che tutti i miei milioni furono una delle ragioni,
se non la principale, che indussero Filippo a sposarmi.
- Non nego, piccina mia, che il mio cuore di
madre non fosse sedotto dalla speranza di questo
matrimonio per mio figlio... ma lui...
- Lui? Io capisco anche l'inglese, e mi ricordo
che, quando egli vi ebbe espresso tutto l'orrore di
quel matrimonio con me, si arrese dinanzi ai vostri
argomenti finanziari.
- Sentite, Mietta: capisco che la vostra convinzione
 forte e che mi sar difficile distruggerla.
- Purtroppo! Come dubitare se ho udito con
i miei orecchi discutere questo mercato?
- Ascoltatemi sino alla fine, Mietta. -
Ella si ferm con un'espressione cos triste, cos
dolorosa, che fui sul punto di dirle di non continuare.
Eppure, giacch quella crudele discussione era
cominciata, non era meglio finirla una buona volta?
- Voi non conoscete mio figlio, Mietta, - ella
cominci - o piuttosto lo conoscete male. I soli
punti di contatto che aveste con lui non vi permisero
di giudicarlo nella sua vera luce. Se io vi dipingessi
la bont e l'onest di Filippo, voi sorridereste
incredula...
- Poich a tutto ci che mi direste in favore del
conte, contrapporei sempre involontariamente, la
sua fuga la sera del matrimonio o questa immagine
che mi pende dal collo.
- Non voglio cercar delle scuse a... a questi gesti.
Mi limiter a dirvi ci che Filippo ha fatto dopo
il suo matrimonio. La verit sulla vita che conduce
v'illuminer meglio di un lungo discorso sul suo
vero carattere.
- La verit? - chiesi stupita.
- S... -
Ella si ferm, esit un momento; poi, decidendosi
a un tratto, confess:
- Dal giorno del suo matrimonio, Filippo si
guadagna la vita e provvede col suo lavoro a tutti
i suoi bisogni. -
Rimasi colpita dallo stupore e la guardai un momento
senza capire. Poi, piano piano, le sue parole
giunsero alla mia mente.
- Filippo non  in Egitto? - chiesi un po'pallida.
- S, al Cairo.
- E di che cosa si occupa?
-  segretario di lord Mathead.
- Chi  questo signore?
- Un archeologo conosciutissimo.
- E il conte come si guadagna la vita?
- Catalogando delle pietre e copiando rapporti
su rapporti. Lord Mathead ha in lui un valido aiuto.
-  molto tempo che vostro figlio occupa questo
posto?
- L'ottenne appena giunto in Egitto quindici
giorni dopo il suo matrimonio.
- Non part dunque per esplorare le sorgenti del
Nilo, come desiderava?
- S, ma come un impiegato che accompagna
il principale.
- E... prima del suo matrimonio con me, Filippo
non aveva mai lavorato? -
La vecchia signora chin la testa, quasi umiliata.
- No, mai! Viveva modestamente sulle sue terre...
facendole fruttare.
- E ipotecandole, pi che altro, - dissi io con
un certo nervosismo.
- Quando la sfortuna si accanisce su una famiglia,
non resta altro da fare che chinare la testa
sotto la tempesta.
- Ma non vedo perch il matrimonio del conte
lo abbia costretto a lavorare, - feci osservare io
con amarezza. - Mi sembra, al contrario, che le
mie rendite permettessero all'uomo che mi dava il
suo nome, di vivere largamente e senza preoccupazioni.
- Per questo, bisognava che vostro marito accettasse
le rendite.
- Ah!... E voi dite che Filippo non le accett?
- Niente, per s... Permise che suo fratello, che
io... ma lui personalmente, no, niente! -
Successe un silenzio angoscioso.
La voce bassa, umile della mia compagna continu:
- Gli scrissi... lo pregai, lo supplicai. Il mio
cuore materno mi dett parole affettuose e consigli
di saggezza... Mi ribellavo all'idea di saperlo laggi,
mentre noi eravamo qui; di sapere che lavorava,
mentre le vostre rendite restavano intatte; e
poi, soprattutto, di sapervi guarita, sana, forte, capace
di esser madre, mentre egli si ostinava a sfuggirvi
senza pensare a una possibile discendenza... -
La mia fronte si copr di rossore.
- Gli scriveste cos?
- S, diverse volte.
- E che cosa rispose?
- Niente... o piuttosto, che voi eravate un'estranea e che non voleva aver pi nulla a che fare con
voi!... -
Il mio viso si contrasse.
- Non vuol saper nulla di me?
- Purtroppo!
- Non vuole accettare niente da me; ma non ha
mai pensato che anch'io potrei rifiutarmi di portare
pi a lungo il suo nome?
- Forse pensa che anche voi siete libera di prendere
il vostro nome di fanciulla.
- Di riprendere, volete dire!
- Non prolunghiamo questa discussione. I miei
argomenti non vi convincerebbero; come, del resto,
i vostri non mi faranno cambiar parere sui
sentimenti di mio figlio.
- S, lasciamo a lui la decisione... Vi ringrazio
di volergli trasmettere la mia domanda. -
Nonostante la mia fermezza, mi sentivo triste.
Avevo saputo che mio marito respingeva il denaro
come disdegnava la moglie, e sua madre mi
affermava che, nonostante questa opposizione totale
ai suoi sentimenti, i legami che lo univano a me
restavano per lui sacri e indistruttibili.
Queste due cose che avevo allora apprese, parevano
avere annegato la mia anima in un mare di
malinconia.
Quale era dunque il vero carattere di quell'uomo
che mi sfuggiva e che io non conoscevo affatto?
Dopo qualche istante di tristi riflessioni, suggerii
alla madre di Filippo:
- Sarebbe bene, signora, che voi lo lasciaste libero...
Non cercate di piegare la sua decisione.
- Volete lasciare a lui tutta la responsabilit? -
Approvai con la testa.
- E voi?
- Io prendo la mia intavolando la questione.
- Che sarebbe stato preferibile non sollevare.
- Secondo il vostro modo di vedere, signora,
non secondo il mio. -
Ella fece un gesto con la mano come per dire:
Speriamo in Dio! Accada quel cbe vuol accadere!
La nostra passeggiata termin in silenzio.
Mia suocera era scontenta di non avermi potuto
convincere, e io ero triste per tutto quello che avevo
saputo... e forse anche per le decisioni che avevo
prese.
Ah, come soffrivo, senza capirlo, della resistenza
di Filippo, e come mi sarebbe stato caro in quel
momento poterlo ricondurre a me!
Una conquista  tanto pi bella quanto pi appare
impossibile, e io non compresi quel giorno
che chiedevo con tanta forza l'annullamento che
egli non voleva, soltanto perch oscuramente volevo
impormi a lui, obbligandolo a pensare a me.
Al momento di separarci, ella si volse verso di me:
- Domani scriver a Filippo; tra una diecina
di giorni avremo la sua risposta. Verrete da me a
prenderla?
-  necessario che mi si veda in casa vostra,
mentre forse, tra qualche mese, noi saremo diventate
estranee? -
Ella fu pi benevola di me nella risposta:
- Venite a trovarmi, Mietta; non credo che diventerete
mai un'estranea per me. Ma se, contro
la mia aspettativa, una cosa simile dovesse accadere,
serber almeno il piacere di avervi ricevuta
nella mia casa di famiglia.
- Allora  inteso. Verr a prendere la risposta
di Filippo tra una quindicina di giorni. -
Mia suocera ripart il giorno dopo.
Ella invit la baronessa ad andare a trovarla, e
questa, in massima, accett, senza per voler promettere
che la sua visita coincidesse con quella che
dovevo fare io prossimamente.
- Tu capisci, Mietta, - mi spieg dopo la partenza
della madre di Filippo - che, se ti accompagnassi
da tua suocera, questa potrebbe credere
che io premessi sulla tua volont e che avessi paura
a lasciarti sola con lei.
- Avete ragione, signora, voi dovete restar neutrale,
tanto pi che ho in mente dei progetti ai
quali dovete ugualmente restare estranea.
- Quali progetti?
- Scusate se non ve li dico, almeno per ora. Del
resto, per il momento non sono decisa, e tutto dipender
dalla risposta di mio marito.
- Mi auguro che questa sia conforme al buon
senso.
- Cio?...
- Che egli faccia atto di sposo leale e non si
sottragga pi ai suoi doveri coniugali. -
Ma io scossi la testa:
- Non credo al ritorno del conte d'Armons; mia
suocera mi ha tolto molte illusioni in proposito.
E forse  preferibile che egli resti lontano.
- Perch?
- Sento che sarei terribilmente impacciata se
dovessi rivederlo... Mio marito mi conosce! Mi vide
in un aspetto orribile e mi sento ormai giudicata
da lui!... Il sogno, il vero sogno, sarebbe di avere
un altro marito... un altro al quale non nasconderei
niente del mio passato atroce, ma che non
avesse nessun brutto ricordo che si riferisse al mio
fisico.
- Mia povera Mietta, ti metti in testa certe idee...
- No, signora. Basta che analizzi ci che provo
verso il conte...
- Che cosa provi?
- Mi sento impacciata, umiliata. Il suo disprezzo
mi allontana da lui come uno schiaffo! Mi sento
piena di rabbia per non aver l'occasione di ricordargli
che ' stato capace di sposarmi per denaro,
senza avere la lealt di compiere sino in fondo i
doveri che si era assunti accettandomi.
- Mi dicesti, per, quale ribellione egli ebbe...
- La ribellione venne dopo. Doveva accorgersene
prima.
- Questo  discutibile.
- No, a parer mio. Egli credette di fare un gesto
elegante piantando sua moglie appena terminata
la cerimonia. La sua bella ribellione doveva averla
prima del contratto! -
Ella mi guard pensierosa; la mia logica la sbalordiva.
Si vedeva che cercava di conciliare il mio
risentimento con ci che credeva utile alla mia felicit.
- In ogni modo, tu porti il suo nome! - ella
osserv con dolcezza. - Tu sei un legame che egli
non pu spezzare; qualunque cosa tu ne pensi, qualunque
siano le apparenze della sua condotta, tu sei
sempre la sposa legale che lo costringe... a un celibato
perpetuo, se posso adoperare questa strana
espressione.
- Questo  vero: - riconobbi io - mio marito
non pu risposarsi.
- Anche se fosse innamorato pazzo di una ragazza.
Al tuo posto sai che cosa avrei fatto?
- No.
- Ebbene, sarei andata in Egitto in incognito
e avrei cercato di farmi amare da mio marito. -
Un violento rossore mi copr la fronte, e un sorriso
sprezzante mi pieg le labbra.
- Se fossi innamorata di lui, forse! Ma tutto si
ribella in me all'idea di fare i primi passi... specialmente
nella disposizione d'animo in cui mi
trovo a suo riguardo.
- Peccato!
- No. Ho previsto qualcosa di meglio... in seguito
vi spiegher. Prima voglio sentir lui; voglio
che dica ci che ha in fondo all'animo... e dopo
vedremo.
- Siccome mi terrai informata, Mietta, sar sempre
pronta a fermarti sulla via delle stravaganze o
di decisioni scabrose. -
Un sorriso malizioso m'illumin il viso.
- Vi fa tanto piacere che io resti una sposa irreprensibile?
- S, Mietta, poich tu dimentichi una cosa, cio,
che Filippo d'Armons ha fiducia in te. Il conte, nonostante
tutto, ti stima secondo il tuo valore, poich
non teme, con te, gli effetti disastrosi di un'assenza
prolungata.
- Con me? -
Proruppi in una risata lunga e dolorosa:
- Senza volerlo, signora, avete spiegato la sua
condotta: con me! Non  nel mio valore morale
che egli ha fiducia, ma nella mia bruttezza: nessun
uomo avr il coraggio che egli stesso non ebbe.
Sono troppo brutta, ed egli conta su questo. Credete a me,
signora, non prendete le difese del conte
d'Armons. Ho studiato il suo caso e il mio, sotto
tutti i rapporti, e nessuno gli  favorevole. Aspettiamo
la sua risposta e poi vedremo! -


Capitolo 8.

Quindici giorni dopo questa conversazione con la
baronessa, mandai un telegramma a mia suocera
per annunziarle il mio arrivo.
Frattanto avevo acquistato un'automobile che Leonardo
guidava con abilit e cos, sola, ma scortata
dalla mia abituale guardia del corpo, feci il mio
ingresso solenne a Louvigny, culla della famiglia
d'Armons.
Era una grandiosa costruzione di pietra scura,
sormontata ai lati da due torri quadrate. Le finestre
piuttosto piccole e munite d'inferriate, il pianterreno
allo stesso livello del cortile lastricato, i
grossi merli di pietra che contornavano l'alto tetto
di ardesia, tutto dava all'esterno un aspetto severo
e grandioso di maniero antico.
L'interno corrispondeva all'esterno.
Subito, entrando, l'occhio era attirato dai soffitti
formati di grosse travi rosse su cassettoni azzurri,
di quell'azzurro antico che si trova ancora nelle
chiese dei villaggi e che forma le aureole costellate
delle madonne di maiolica.
Quei soffitti opprimevano con la loro pesantezza
il visitatore moderno avvezzo agli stucchi leggeri
di oggigiorno. In quelle grandi stanze rivestite di
alti zoccoli di quercia scolpita, davanti agl'immensi
camini di pietra dove un'intera catasta poteva bruciare
comodamente, mi sentii estranea, quasi intrusa!
Eppure la contessa d'Armons era accorsa verso
di me al mio ingresso nel vestibolo insieme con
un servitore dai lunghi capelli bianchi:
- Mietta, cara Mietta, come sono contenta di
ricevervi tra queste mura, culla della nostra vecchia
famiglia.
- Sono felice di vedervi anch'io, signora.
- Ho un solo rimpianto , che Filippo non sia
al mio fianco per darvi il benvenuto. -
A quell'accenno al mio lontano sposo, il mio viso,
involontariamente, si contrasse.
- Vostro figlio, signora, ha certamente laggi
delle occupazioni pi piacevoli.
- Salvo che non s'indugi in ostili reminiscenze,
senza sospettare che ormai sono sorpassate e prive
di valore. -
Senza accorgermene, con la mano mi toccai la
catenina che avevo al collo.
La contessa vide il gesto.
- Oh, come siete cattiva a ostinarvi a mantenere
dei ricordi importuni! -
Poi, prendendomi confidenzialmente a braccetto,
mi trascin, attraverso varie stanze, verso il grande
salone.
Era una vasta sala nella quale sarebbero entrate
senza difficolt duecento persone: le pareti erano
ricoperte di ritratti antichi nelle loro ricche cornici
di legno dorato e di rame sbalzato.
Tenendomi sempre vicina a s, mia suocera mi
condusse verso uno di questi, in cui un vecchio cavaliere
del medioevo, di statura gigantesca e tutto
bardato di ferro, guardava con aria terribile dalla
vernice scrostata della tela i modesti nipoti che la
nostra civilt moderna pare voglia rendere ogni
giorno pi gracili.
Io sono piccola davvero di statura, ma, accanto
a quel ritratto, mi sentivo addirittura minuscola!
La mia compagna doveva essersi abituata all'alta
statura del cavaliere, perch non parve osservare
l'enorme sproporzione tra la mia costituzione e
la sua
Al contrario, tutta infervorata nei suoi pensieri,
mi parl del gigante come se si fosse trattato di
un essere vivente.
- Mietta cara, venite che vi presenti il capostipite,
- ella disse - colui dal quale  nata la nostra
stirpe. Voi saprete poi per quali prodigi di valore
egli merit di esser fatto nobile da san Luigi.
Per ora, voglio accogliervi dinanzi a lui e, fin dai
vostri primi passi in questa casa, affermarvi che
siete mia figlia, che tutti noi vi consideriamo dei
nostri; qui siete in casa vostra e avete diritto
all'affetto e al rispetto di tutti. Insomma, voglio assicurarvi
che voi rappresentate agli occhi di tutti
colei dalla quale rifiorir la stirpe con le sue virt,
la sua forza, le sue tradizioni...
- Ma, signora...
- Non m'interrompete, cara piccina; voi non
conoscete la vita. Voi credete che ci che forma la
vostra vita presente costituir la vostra felicit avvenire.
- Oh, no, perch preferisco spezzare tutto! Non
voglio continuare a condurre questa esistenza orribile!
- Vi sbagliate, figliuola cara; non c' niente di
orribile nella vita quando la coscienza  tranquilla.
- La mia , tranquilla, eppure mi sento molto
spesso scoraggiata.
- Tutti portiamo la nostra croce; la felicit, la
vera felicit  formata da una quantit di piccole
gioie che noi raccogliamo religiosamente per formare
un grosso mazzo.
- E le noie, i dispiaceri, allora?
- Sono piccole seccature alle quali si d a torto
troppa importanza, sulle quali si ricama di continuo
come se quell'incessante indugiare su di esse
possa renderle migliori. Quanta immaginazione in
tutto questo!...
- Allora, se la vita non contiene che piccole
gioie che bisogna raccogliere, e dolori che non si
possono scartare, non val la pena di viverla.
- Oh, s, Mietta cara! La vita  bella, la vita 
buona. Lasciate da parte tutte le amarezze e guardatela
con fiducia. Lasciate passare i minuti, poi le
ore; di queste fate dei giorni, poi dei mesi, e vi
ritroverete con idee e sentimenti del tutto diversi
da quelli che vi agitano.
- Voi lo credete, signora? Sono trascorsi ventotto
mesi da quando mi sposai senza esperienza,
ma tanto ricca d'illusioni!
- Ventotto mesi gi...
- E mi ritrovo ferita dall'esperienza e cos povera,
nel resto... pi povera che mai!
- Ma quante ricchezze acquistate in compenso!
- Nessuna, signora. Tutto ci che vedete oggi
lo possedevo anche prima.
- La vostra anima, forse; e indubbiamente, anche
le vostre qualit morali, la vostra straordinaria
cultura... Ma il resto...
- Il resto?
- Siate giusta, Mietta; la crisalide si  trasformata
in farfalla. La piccola martire del castello
della Blanquette oggi  lontana. Al posto suo c'
una graziosa donna, dinanzi alla quale faccio ammenda
onorevole di tutti i dubbi passati, di tutto
il mio ingiurioso disprezzo dei primi tempi. -
Arrossii di confusione.
- Oh, signora, ve ne prego...
- Lasciatemi riconoscere i miei torti, Mietta. Mi
ero promessa di rivolgervi delle parole di contrizione
davanti al capostipite della famiglia, ed ora
sono contenta di averlo fatto. -
Fui sul punto di scoppiare in una risata.
Quel modo di dare riparazione a un'ingiuria davanti
a un quadro, era maraviglioso. Cos non c'era
nessun pericolo di umiliazione! Gli occhi del cavaliere
non potevano punire il colpevole, qualunque
cosa questi dicesse.
Ma ella, come se leggesse dentro di me, aggiunse:
-  un'abitudine, in casa nostra, di prendere
l'antenato a testimonio dei nostri giuramenti e dei
nostri atti. Gli ho giurato ora che voi siete mia figlia
e che il vostro posto qui  segnato. -
Un'idea all' improvviso mi fece palpitare il cuore.
- Mio Dio! Forse... avete ricevuto una risposta
da Filippo? -
Ella chin la testa in segno di assenso.
- Vi ha scritto?
- S.
- E voi gli avevate detto...?
- Gli avevo trasmesso la vostra imbasciata.
- Senza commenti?
- Come avevo promesso.
- Ah! Ed egli... ha risposto?
- Ho qui la sua lettera.
Chiusi gli occhi impallidendo sotto un improvviso
timore; poi chiesi a voce bassa:
- Volete comunicarmi la sua risposta?
- Siate forte, allora, Mietta cara. Egli non parla
secondo i vostri desiderii, e, se il fondo della sua
lettera  come io mi aspettavo e come desideravo,
il tono, i termini adoperati, invece...
- Sono n pi n meno quelli che pronunzi il
giorno della sua partenza?
- Ohim, s! -
Un silenzio penoso pes su di noi. Col cuore stretto,
presentivo di nuovo l'ingiuria, mentre col viso
cupo, gli occhi socchiusi, in preda a un gran malessere,
rimanevo muta dinanzi alla donna che come
me mostrava nel viso i segni del dolore.
- Mietta, ora toglietevi il cappello e il mantello:
riprenderemo questa conversazione pi tardi. Sono
una povera mamma, combattuta tra voi che amo
ora come una figlia, e mio figlio che si ostina, col
suo egoismo e il suo orgoglio d'uomo, nell'errore
iniziale. -
Senza rispondere, mi tolsi il mantello, i guanti,
il cappello. Mi accomodai il nodo della sciarpa e
mi ravviai i capelli; gesti convenzionali che mi facevano
guadagnar tempo, permettendomi di mettere
un po' d'ordine nei miei pensieri.
- Volete darmi quella lettera, per favore? -
La mia voce si alz calma, senza espressione, senza
nessuna commozione. Tutti i miei nervi erano
tesi a non lasciar trasparire nessun sentimento di
gioia o di collera. Vedevo l'inquietudine della vecchia
signora, e mi sarebbe parso un delitto accrescere
anche con un sol gesto la sua angoscia.
La sua mano tremava porgendomi la lettera.
- Grazie! -
Ma prima di estrarla dalla busta, ne esaminai il
timbro.
-  arrivata qualche giorno prima di quel che
credevamo.
- Da tre giorni. Filippo deve aver risposto subito
senza riflettere.
- Il grido del cuore!
- Mietta, sarebbe meglio che non la leggeste.
- Perch? Sono preparata a tutto... e poi me
l'avevate promesso.
- Per questo non ho voluto nascondervela. -
Alzai su lei lo sguardo:
- Grazie di aver mantenuto la parola. Ora so di
poter avere fiducia in voi. -
Vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime.
- Oh, Mietta, quanto bene mi fanno le vostre
parole! Noi siamo fatte per intenderci; la vostra
franchezza va d'accordo con la mia. Perch non vi
ho conosciuta prima? -
La mia mano spontaneamente strinse la sua.
- Su via! Ora mi sento forte della vostra stima,
signora. Posso leggere la lettera di Filippo; non
sar mai cattiva quanto ho immaginato durante
questi dieci minuti in cui essa mi brucia le dita.
Cara mamma,
Sono veramente sorpreso che abbiate accettato
di trasmettermi le proposte... moderne di quella
persona.
Tutto il mio rispetto filiale si rivolta all' idea che
la madre dei figli del conte Giovanni d'Armons possa
anche ammettere soltanto l'idea del divorzio di
uno di loro.
Dette questo, con tutto il rispetto possibile, permettetemi
di dubitare dei meriti e delle qualit di
vostra nuora. I vostri occhi di mamma non sanno
pi leggere attraverso i miei. Io ho un altro concetto
delle qualit morali e fisiche di una donna,
e sono desolato di sentire che questa concezione
differisce in modo assoluto dalla vostra su questo
punto. No, veramente non ho alcun appetito; quella
donna rappresenta per me una vivanda insipida e
nauseabonda, che, anche affamato, non avrei il coraggio
di assaggiare.
Voi mi dite che molti non chiederebbero di meglio
che mettersi a tavola al mio posto. Non dubito
che le doti della vostra nuora in rapporto diretto
con la sua dote possano apparire a molti importanti.
Per me, dandole il mio nome, feci un tale atto di
carit e di abnegazione, che sono ancora sbalordito
di tanta stupida munificenza.
Poich voi insistete, mamma, affinch vi dia
una risposta precisa da trasmettere a quella persona,
ditele che il conte d'Armons  nemico del
divorzio, che le sue convinzioni religiose lo respingono
con forza e che mai egli ne accetter l'idea,
sotto qualsiasi forma gli venga presentata.
Lei ed io siamo legati fino alla nostra morte.
Ne sono anch'io disperato, ma non posso cambiare
niente; quelli che noi abbiamo accettati davanti a
Dio sono i lavori forzati a vita.
Vogliate credere, cara mamma, ecc., ecc.
Quando ebbi finito di leggere la lettera, la ricominciai
dalla prima riga per rileggerla ancora.
Poi, giunta alla firma, la piegai, la misi nella
busta, e soltanto allora scoppiai in una risata.
Si pensi quel che si vuole, ma la mia risata proruppe
chiara, allegra, spontanea.
- Mio Dio! Com' divertente, Filippo! Si sente
che  nervoso, irritato, pronto a mordere! Per un
nonnulla manderebbe ogni cosa a farsi benedire;
ma col suo illogicismo maschile si attacca a tutto
e non vuol lasciar niente. Se non fosse mio marito
me ne innamorerei!...
- Oh, Mietta!
- Che volete, signora? Filippo se la prende cos
rabbiosamente con me, che  naturale ch'io non
sia molto soddisfatta. -
Rivolta verso di lei, la guardavo con aria birichina,
ma vidi i suoi occhi pensosi, il suo viso triste,
e con un movimento spontaneo mi avvicinai:
- Oh, vi chiedo scusa di avere scherzato!... Il
conte mostra anche a voi il suo risentimento.
- Quel povero ragazzo  stizzito con me...
- Per questo matrimonio contratto senza il suo
consenso.
- Senza per che egli se ne rendesse conto.
- Senza dubbio, non aveva ancora l'et della
ragione!
- Aveva fiducia in me.
- E voi lo ingannaste.
- Molto meno di quel che egli pensi.
- Ma pi, molto pi di quanto egli creda.
- Insomma, se volesse conoscervi?
- Ohim! Quale vivanda insipida e nauseabonda
vorreste fargli inghiottire?
- Comincio a credere, invece, che siate una squisita
donnina che egli non si merita.
- Ma siete certa che i miei pochi meriti siano
degni di un marito cos bollente?
- Mietta cara, non fu verso di lui che ebbi dei
torti concludendo questo matrimonio.
- E verso chi, dunque?
- Verso di voi, bambina cara, e questo mi dispiace
molto.
- Perch?
- Perch Filippo si comporta come un insensato,
e voi meritereste molto di pi di un cos sciocco
marito. Non riconosco pi quel ragazzo, una volta
cos sottomesso e affettuoso.
- Il matrimonio l'ha cambiato.
- Perch egli si ostina a restare lontano dalla
Francia.
- Infatti, potrebbe ritornare a vedervi, senza per
questo incontrarsi con me. -
Ella scosse la testa con disperazione.
- No, sono punita di aver voluto che egli contraesse
un matrimonio d'interesse... Che cosa contate
di fare ora, Mietta?
- Non lo so ancora... Vorrei tanto incominciare
la vita da un altro punto di partenza.
- Mietta, ve ne prego, non pensate pi al divorzio.
- Se escludo questo, come voi mi chiedete e
come mi consiglia la baronessa di Montavel, quale
linea di condotta seguir?
- Se andaste da Filippo?
- No, mai! Non mi sento il coraggio di correre
dietro a mio marito.
- Si potrebbe trovare un pretesto per farlo ritornare
in Francia.
- Capirebbe che ci siamo valse di un pretesto.
- Se andaste a vivere a Orfay?
- L, dove vostro figlio visse con la prima moglie?
No, mai.
- E allora?
- Ascoltate, mamma: volete aver fiducia in me
e credere al mio desiderio di vivere con onest pur
restando indipendente?
- A ventitr anni come potete vivere indipendente?
- Come farebbe una giovane vedova.
- Quale sar la vostra vita?
- Un palazzo o un appartamento a Parigi, una
casa in campagna o una villa al mare.
- Sola sola?
- Con dei servitori devoti.
- Non sareste meno sola.
- Verr a trovarvi l'estate; voi verrete da me
in inverno. In autunno andr in cerca della baronessa,
e in primavera viagger.
- E questo fino a quando?
- Come dicevate poco fa: fino a un domani pi o meno
prossimo... i mesi succedono ai giorni, gli anni ai mesi.
- Eppure, se Filippo volesse!...
- Ma egli non vuole, e vi confesso che queste
contrattazioni non mi piacciono punto.
- Mietta, non scoraggiate i miei sforzi.
- Oh, mamma! Vi proibisco di perseverare in
essi... Ve ne supplico, promettetemi di non parlare
mai pi di me a Filippo.
- Il mio dovere di madre...
- Non  di molestare vostro figlio al punto di
fargli scrivere delle lettere come questa.
- Delle lettere ingiuste.
- In risposta ad altre lettere che lo urtano.
- Voi stessa mi chiedeste...
- Feci male... per voi! Nonostante, sono contenta
di sapere esattamente ci che egli pensa.
- Che cosa ne concludete?
- Che egli ha delle idee ben ferme e che non
cambia facilmente. Infatti, in ventotto mesi non
ha variato.
-  cieco.
-  tenace.
- Vorrei che perdesse il suo posto; la fame fa
uscire il lupo dal bosco, ed egli ritornerebbe presto...
- Niente affatto. Io vorrei che facesse fortuna,
laggi. Ritornerebbe in Francia ricchissimo, tutto
orgoglioso di provarmi, con disprezzo, che non ha
avuto bisogno di me. -
La vecchia signora non pot fare a meno di sorridere.
- Il vostro augurio  migliore del mio.
- Perch voi siete accecata dall'ingiusto risentimento
che egli manifesta.
- Ma anche voi, bambina, sentite l'ingiustizia
del suo disprezzo.
- S, ma io non ne soffro, perch non lo amo!
Mentre voi...  vostro figlio e l'amate ancora di
pi, ora che  cattivo ed esasperato. -
Ella sospir.
- Pi vi ascolto, Mietta cara, e pi conosco la
profondit del vostro carattere. Peccato che...
- ... che Filippo, naturalmente. Ah, mamma!
Abbiamo stabilito che non farete pi allusione a
ci che poteva essere. Vivr la mia vita senza stare
a rimpiangere ci che avrei potuto avere. Voglia
Iddio che il mio compagno di catena in perpetuo
dimentichi ugualmente! Sar il solo modo perch,
col passare degli anni, possiamo pensare l'uno all'altra,
senza odio.
- Sentir ci ed esser costretta ad approvare e
convenire che una simile linea di condotta  ragionevole! Quando mio figlio non ha pi di trent'anni
e voi appena ventitr!
- In seguito, forse benedir la cocciutaggine di
vostro figlio a volere stare lontano da me.
- Mietta, cara Mietta, com' triste tutto ci!
- Mamma, mamma cara, tutto ci si accomoder!...
Come staremo bene quando verrete a trovarmi!
E verrete ogni anno, e ogni estate attenderete
con impazienza la mia visita! -
Ella aveva ripreso la sua espressione serena.
- Poich non possiamo fare altrimenti, siamo
d'accordo... ma ora  mezzogiorno e mezzo; dovete
aver fame. Andiamo a mangiare. -
E abbracciate, fiduciose, andammo in sala da
pranzo dove presi il primo pasto nella casa di mio
marito.


Capitolo 9.

Lettera di Mietta Darteuil
al conte Filippo d'Armons suo marito.
Signore,
Ho letto la risposta che avete creduto di dare
alla richiesta che vostra madre vi aveva trasmessa
a mio nome.
Non ne ho molto apprezzato il tono ironico rivolto
a vostra madre, che era soltanto una intermediaria
del tutto estranea alla discussione. Avevo
sempre creduto che un ambasciatore fosse persona
grata...
Avevo anche delle illusioni sul rispetto filiale.
Detto questo, ritorno alla questione da me sollevata.
Voi siete nemico del divorzio, a quel che dite,
e ne respingete l'idea sotto qualsiasi forma sia presentata.
Alla vostra volont potrei opporre la mia, e sono
persuasa che, se chiedessi l'annullamento di un matrimonio
che esiste soltanto sui fogli, mi verrebbe
accordato senza difficolt.
Ma non voglio aprire questo processo. Certo,
se noi ci fossimo messi d'accordo in via amichevole
su quest'argomento, il divorzio sarebbe stato
pronunziato dignitosamente e senza tutte quelle discussioni
che mi ripugnano.
Rester dunque volontariamente vostra sposa a
vita.
In fondo, la condizione di donna sposata senza
marito (!) comporta anche certi vantaggi.
Fino a ora, in attesa di futuri avvenimenti probabili,
avevo creduto di dover subordinare la mia
vita al vostro ritorno e alla vostra volont. Vi facevo
l'onore di accettare le vostre decisioni e di
dipendere da voi!
La vostra lettera, che equipara il nostro matrimonio
a uno stupido atto di carit comportante pi
rimpianti che doveri, mi libera da una parte di questi
obblighi. La disgrazia vuole, infatti, che io non
sia schiacciata dalla riconoscenza per la vostra magnanimit.
A ogni modo non mi credo pi obbligata a vivere
sotto la tutela di una vostra serva pagata o
presso un'amica di et avanzata: la contessa d'Armons
ha ora l'et e il diritto di occupare nel mondo
il posto che il suo nome e la sua ricchezza le conferiscono.
Siate certo, per, che far uso di tutta la correttezza
e dignit dovute al mio nome e al mio titolo.
In ogni modo, voglio dichiararvi fin da ora, che
da oggi in poi voi siete e sarete sempre un estraneo
per me.
Resteremo dunque incatenati ai lavori forzati
del matrimonio... ma ciascuno ad uno dei capi
della catena senza che essi si accostino, n che la
catena si accorci mai.
A mia volta, conte, questa  la mia volont!
E mi dico, caro signore, la vostra umilissima
serva, onoratissima dei vostri apprezzamenti e felice
della propria emancipazione.
Mietta Darteuil
Contessa d'Armons.
Quando ebbi firmata e riletta questa lunga lettera,
un sospiro di sollievo mi gonfi il petto; in quelle
quattro pagine avevo proprio detto al conte tutto
ci che avevo sul cuore.
Era ormai pi di mezzanotte, quando mi decisi
ad andare a letto: da un pezzo gi tutti al castello
dormivano.
Era la prima notte che passavo sotto il tetto di
mia suocera, e ci dormii bene nonostante tutte le
idee che mi passavano per la mente; ma la mattina
dopo, bench contro il desiderio della madre di Filippo,
presi il volo per Parigi.
Avevo fretta di mandar via la lettera, e mi ero
fatta uno scrupolo d'impostarla a Louvigny, temendo
che mio marito potesse pensare che sua
madre partecipasse alla mia ribellione.
Non ricevei mai risposta a quella lettera, ma il
conte d'Armons fece in modo che io sapessi l'effetto
che aveva prodotto.
- Non capisco niente di ci che Filippo mi scrive,
- mi disse mia suocera qualche settimana dopo
venendo a trovarmi a Parigi. - Mio figlio si rallegra
di aver ricevuto da voi una buona notizia.
Gli avete dunque scritto?
- Oh, poche righe... Avete la sua risposta?
- S, ve l'ho portata.  cos gentile e affettuosa,
che ne sono tutta commossa. Vedrete, anzi, come
si addolcisce parlando di voi.
- Strano! - esclamai.
- Oh, non dubitate, cara Mietta! Ho tanta speranza,
io.
- Mostratemi la sua lettera, ve ne prego, - la
supplicai, tanto ero impaziente di sapere quel che
diceva Filippo.
Ella me la porse, felice dell'impressione che ne
avrei certamente riportata.
Mamma carissima,
La mia lettera dell'altro giorno era un po'vivace
e sarei desolato se vi avesse fatto dispiacere.
L'idea di farvi un rimprovero era lontana dal mio
pensiero, e la mia amarezza non era diretta contro
di voi, mamma adorata.
Non dimentico i giorni benedetti della mia infanzia
accanto a voi, e voi siete unita a tutti i miei
ricordi felici.
Io sono pi tranquillo, ora. La vostra protetta
ha preso una decisione che suscita il mio entusiasmo.
Se la vedete, ditele che l'ultima parte della
sua lettera, che riguarda la sua volont, mi ha reso
l'uomo pi felice del mondo. L'approvo interamente:
no, mai, mai!
Mamma cara, vi abbraccio e vi bacio con tenerezza.
Il vostro rispettoso figlio che vi vuol molto bene
Filippo.
Questa lettera, non mi procur la gioia che mi
aspettavo. Nonostante le parole di amor filiale e
l'assicurazione di un morale molto migliore, avevo
l'impressione che una grande tristezza si celasse
sotto quelle frasi rassicuranti.
- Ebbene, Mietta, sentite come  pi buono,
Filippo?...  contento di voi, vi approva! Mietta,
cara Mietta, come son contenta di questo cambiamento! -
Stavo per aprir bocca e disingannarla, ma vidi
il suo viso raggiante e non ebbi il coraggio di spiegarle
il suo errore, per dirle che ci che rendeva
felice suo figlio era la notizia da me datagli di una
separazione irrevocabile e definitiva.
- S, - dissi piano distogliendo gli occhi da lei
perch non vi leggesse la menzogna. - S, ora Filippo
 pi buono, e finiremo con l'intenderci. -
Che Dio benedica le mie parole di speranza a
quella madre inquieta. Non sapevo in quel momento
quanta consolazione davo all'anima sua...
 
Capitolo 10.

Ma ritorniamo un po'indietro, a quando ebbi lasciato
Louvigny per andare a Parigi a impostare la
lettera di Filippo nella prima cassetta che mi capit.
Subito dopo andai a trovare la mia vecchia amica,
la baronessa di Montavel, e la informai di tutto
quello che c'era di nuovo tra il conte d'Armons
e me.
- Tuo marito e te siete due sventati, che alzate
tra l'avvenire e voi una barriera ridicola. Che cosa
sai dell'avvenire, Mietta? Puoi affermare che non
sarai mai la moglie del conte?
- Questo, no, mai, mai!
- La tua volont presente dice mai. Ma che
cosa penserai in seguito?
- Penser sempre cos.
- La vita mi ha insegnato che i sentimenti cambiano.
L'odio, come l'amore, si affievolisce e, se ci
sono due parole che si dovrebbero escludere dai giuramenti,
sono proprio queste: mai e sempre.
- Eppure, dopo ci che Filippo scrive, dovete
ben ammettere che io non posso aver pi niente
in comune con lui.
- Filippo d'Armons  un pazzerello come te.
- Ma le sue offese, signora! - esclamai, scoppiando
in singhiozzi. - Egli schernisce la mia giovent,
si beffa della mia persona, calpesta il mio
amor proprio! Non rispetta nemmeno il mio pudore
di donna!
- Per questo, cara Mietta, sono addolorata del
suo contegno. Rimpiango la tua lettera che scava
ancor pi l'abisso tra voi, ma confesso che, davanti
alla sua cocciutaggine, non so che cosa consigliarti,
se non l'attesa...
- Attendere!
- S, mantenendo tutta la tua rispettabilit; restando
orgogliosamente colei che egli ha in modo
ingiusto disprezzata.
- La donna sacrificata.
- La donna onesta che non piega...
- Scusate, ma in lingua povera non si direbbe
piuttosto l'imbecille?
- Mietta!
- Che cosa volete, signora, ne va di tutta la mia
vita!
- Allora, che cosa decidi di fare, bambina mia?
Se i tuoi proponimenti sono ragionevoli, sii certa
che la mia affettuosa sollecitudine ti aiuter a effettuarli.
- Prima di tutto, voglio che non si parli pi del
conte d'Armons nei miei propositi di avvenire. Voglio
vivere come vivrebbe una vedova o una moglie
abbandonata, senza mai preoccuparmi del lontano
sposo che si disinteressa di me.
- In questo non c' niente di male.
- Cominciando da oggi: voglio avere un focolare
mio, un'abitazione che mi appartenga, una
casa mia nella quale possa rifugiarmi. -
Un velo di tristezza pass sul suo viso.
- Oh, - gridai - ve ne prego, signora, cercate
di comprendermi! Non dimenticher mai che ho
avuto il vostro cuore come rifugio, che il vostro focolare
 stato il mio, e so che vicino a voi sar trattata
come se fossi davvero vostra figlia. Ma, nei miei
progetti,  assolutamente necessario che io sia libera,
che per tutti abbia una casa, che conduca,
insomma, una vita libera con tutti i rischi che essa
comporta.
- E perch, Mietta?
- Perch voglio esser citata nelle cronache mondane,
per i miei vestiti, la mia eleganza, i miei ricevimenti.
Capite, signora? Il conte d'Armons non
vuol saperne di me, e io non voglio pi conoscerlo!
- Ma vuoi che tutti sappiano che tu porti il suo
nome.
- E che questo nome io lo trascino nei salotti,
nelle stazioni climatiche, nei ritrovi mondani.
- Ci perderai le penne, povera bambina mia! -
ella disse con tristezza. - Non si recita impunemente
la parte di donna elegante, senza attirare
sopra di s gli sguardi degli uomini. Il cuore s'infiamma...
e si soffre. Una donna onesta non trova
felicit fuori del matrimonio.
-  un rischio da tentare! - dissi io con aria
cupa.
- Sarebbe meglio e pi degno di te restare superiore
a queste piccinerie mondane. Non ti attira
la bellezza delle vette? Sii l'inaccessibile che tutti
salutano da lontano, la donna degna di ogni rispetto
e di ogni omaggio, colei che si vorrebbe avere per
sorella, per sposa o per madre.
- Colei di cui nessuno parla.
- Non si parla mai di una donna onesta.
- Appunto! E io voglio che si parli di me.
- Ma perch, insomma?
- Perch il mio nome giunga laggi, al conte.
- Ah!...
- Cominciate a capire, signora?... Egli mi disprezza,
e io voglio dimostrargli che non sono tanto
insipida n tanto mostruosa. Egli ha fiducia nella
mia bruttezza, e io voglio che questa non impedisca
gli omaggi degli altri. Infine e soprattutto, voglio
costringerlo a venire ad assicurarsi che il suo
onore non  minacciato; voglio aver l'occasione di
potergli gettare sul viso tutto il disprezzo che egli
m'ispira, tutto l'odio accumulato in me.
- Mia povera Mietta! - esclam la baronessa
venendo ad abbracciarmi, poich io balbettavo quelle
parole in mezzo a singhiozzi disperati.
Ella capiva finalmente tutto il rancore di cui era
pieno l'animo mio.
- Hai dunque sofferto tanto per il suo disprezzo? -
ella balbett.
- Atrocemente, signora, perch ho dubitato della
mia giovinezza e della mia misera figura di prigioniera.
Ho creduto di essere un mostro umano,
respinto da tutti; ho creduto di bere l'amaro calice
sino alla feccia. Un uomo mi aveva vista e aveva
urlato dallo sgomento di essere unito a me: Questo...
questo mostro mi avete fatto sposare!. E voi
vorreste, signora, che non mi vendicassi, che non
dessi a me stessa la certezza di esser normale, di non
essere orribile, meschina, di non essere un mostro?
- Calmati, Mietta. E, poich per rassicurare te
stessa hai bisogno di questa affermazione dell'omaggio
degli uomini, ti aiuter come posso nel tuo compito
mondano.
- Ah, signora, come vi sono riconoscente! E non
vi offendete del mio volontario allontanamento? Vi
 tanta disperazione nel mio desiderio di libert.
- Me lo immagino, bambina cara.
- E sar tanto sola, lontana da voi!
- Verrai a trovarmi, quando ti sentirai troppo
abbandonata... poich in mezzo ai divertimenti il
cuore  spesso affamato!
- Credo che il mio non sar mai sazio... La mia
anima non ha che un desiderio: soddisfare un rancore,
prendermi una rivincita. Ditemi che non mi
biasimate... - implorai umilmente.
- No, non ne ho il coraggio Aggiungo, anzi,
che finch non farai niente che comprometta l'avvenire,
approver tutti i tuoi atti da vera alleata.
- Grazie! Avr davvero il vostro appoggio?
- Tutta la mia buona volont morale e materiale
ti  assicurata.
- E io m'impegno a non far mai nulla che possa
abbassarmi sotto qualsiasi aspetto. -
E a lungo, le esposi tutte le idee elaborate da diverse
settimane nel mio cervello eccitato.


Capitolo 11.

Ci vollero due mesi per mettere in esecuzione il
mio programma. Ma, trascorso questo tempo, abitavo
in un grazioso appartamento di una splendida
casa moderna, provvista di tutti i comodi e di tutto
il lusso voluto.
Ero abbonata ai principali teatri di Parigi. I miei
vestiti facevano effetto, al mio passaggio. Tutte le
mattine al Bosco: i miei cavalli erano ammirati, e
il mio nome cominciava ad apparire in tutte le cronache
mondane delle riviste eleganti della capitale.
Una cameriera, una cuoca e il mio vecchio Leonardo
componevano tutta la mia servit. La loro
fedelt era sicura, poich le due donne mi erano
state fornite dalla baronessa di Montavel che le
aveva viste crescere.
Potevo dunque condurre la vita che mi piaceva,
senza timore di spionaggio o d'indiscrezioni.
Due mesi erano ancora pochi perch al conte
d'Armons fosse giunta l'eco della mia nuova vita,
ma invece, mia suocera fu presto informata da alcune
righe di un giornale.
E una bella mattina la vidi giungere in casa mia.
- Sono venuta a fare alcune spese a Parigi, -
ella spieg - e non son voluta ritornare via senza
avervi abbracciata. -
La ringraziai vivamente di quell'affettuosa attenzione,
che tuttavia non m'ingann.
Vedevo i suoi occhi inquieti scrutare dappertutto
di sottecchi, mentre il suo povero viso preoccupato
cercava di sorridere e di nascondere il suo pensiero.
Dopo qualche frase sul tempo, sulla vita cara e
sul movimento di Parigi, ella non seppe resistere
al desiderio di parlare di ci che l'aveva condotta
da me.
- Ho letto il vostro nome in un giornale, cara
Mietta. Siete dunque diventata mondana tutto ad
un tratto? -
Un po'di rossore mi color le guance e, bench
i miei gusti fossero piuttosto inclini alla solitudine,
risposi senza esitare:
- Mi  sempre piaciuto di divertirmi: vado matta
per i pranzi, le feste, le serate... Probabilmente perch
ne sono stata priva per tanto tempo...
- Non avrei mai supposto simili gusti in voi!
Siete cos seria, cos delicata di sentimenti e di parole,
che sembrerebbe naturale che non amaste il
gran mondo e i suoi artifizi.
- La legge dei contrasti, - dissi con disinvoltura.
Ma ella restava preoccupata. Nella sua mente dovevano
sorgere gravi problemi.
- Non oso biasimarvi, Mietta; alla vostra et 
naturale che Parigi coi suoi divertimenti, le sue feste
e la sua variet di vita vi attiri. Per, avete riflettuto
che...
- Che cosa? - chiesi piano vedendo la sua esitazione.
- Che siete maritata, - ella fin a bassa voce.
- Oh, ben poco!
- E in una condizione cos delicata...
- Penosa, anzi; ne convengo!
- Insomma, voi capite...
- No, non capisco, cara mamma! Scusate se faccio
gli orecchi da mercante al vostro avvertimento
materno, ma indovino benissimo ci che pensate:
vostro figlio  lontano, nell'impossibilit di difendermi,
di proteggermi o semplicemente di accompagnarmi.
Io, a ventitr anni appena, mi lancio in
pieno turbine, senza esperienza della vita e, ci che
 peggio, senza guida, poich qualche mese fa rifiutai
l'appoggio affettuoso che voi mi offriste, come
pure l'offerta amichevole che mi fece la baronessa
di Montavel.
- Appunto, cara bambina. Non vi rimprovero di
amare i divertimenti a ventitr anni...  cos naturale! Ma...
- Ci che vi tormenta  di sapermi sola.
- E anche di vedervi lanciata con tanto accanimento...
- Oh!
- Diciamo con tanto ardore, che la vostra...
animazione  notata dai cronisti i quali citano il
vostro nome, i vostri vestiti e commentano il vostro
contegno!
- Il mio contegno  irreprensibile.
- Non ne dubito. Ma ci che non mi piace  che
un giornalista, parlando di voi, possa permettersi
di scrivere: la deliziosa contessa d'Armons....
- Quei giornalisti hanno certe espressioni...
- Che disonorano la persona che esaltano. Questo
volevo dirvi, figliuola mia.
- Disgraziatamente mi  impossibile impedire
a quelle persone di citare il mio nome o la mia
eleganza. Ogni passo in questo senso aggraverebbe
il male.
- Ma se queste voci arrivassero fino a Filippo?
Avete pensato, Mietta, al male che ci potrebbe cagionarvi?
- No davvero! L'opinione di vostro figlio non
conta pi, per me. Io sono la moglie importuna di
cui egli non vuol conoscere l'esistenza. Spero che
egli resti di questo parere sino alla fine.
- Eppure, cara piccina, mi  venuto proprio questo
timore. E ho paura per voi della collera di mio
figlio. -
Il suo tono addolorato mi colp pi di quanto
volessi lasciar scorgere.
- Via, mamma, - dissi veramente stupita - che
cosa volete che faccia pi di quel che fa ora, Filippo?
La sua collera pu manifestarsi soltanto in
due modi: che chieda l'annullamento... e sarebbe
ci che pi desidero.
- Forse  proprio quello che cercate? -
Feci un gesto con la mano come per respingere
l'insinuazione.
- Oppure - continuai - che venga in Francia
per rimproverarmi, darmi degli ordini e pretendendo
che io mi conformi a essi.
- Di questo lo credo capace.
- In tal caso, mamma, noi ci spiegheremo. Credo
di non dover ricevere n ordini n consigli da
lui. E siccome il patrimonio  mio ed egli non pu
tagliarmi i viveri, vedete, mamma, che non ho nulla
da temere da lui... -
Ella sospir con tristezza.
- Io vedo, soprattutto, che voi cercate di porre
l'irreparabile tra voi e vostro marito.
- L'irreparabile? - dissi con amarezza. - Non
sapete dunque che da un pezzo un abisso simile mi
separa da vostro figlio?
- Voi sapete che il mio cuore vuole sperare...
- Ma so anche quali sono i miei sentimenti! -
E con fermezza, nonostante il mio grande pallore:
- Nessuna considerazione mi far mai vedere un
vero marito in Filippo d'Armons: egli  morto per
me in tutta l'estensione del termine. E, se resto onesta,
buona e rispettabile, nonostante le apparenze
mondane della vita che conduco,  perch non sento
il bisogno di agire diversamente e non perch porto
il nome di vostro figlio! -
Avevo detto questo con una certa vivacit, ed ella
subito divenne conciliante.
- Non andate in collera, Mietta. Non dimentico
tutte le ragioni che avete per essere offesa con Filippo...;
ma sono vecchia, non tanto per gli anni,
quanto per i dolori sofferti... e l'esperienza mi ha
insegnato che il sole non brilla con lo stesso splendore
per due giorni di seguito.
- Allora?
- Allora vi supplico, mi auguro che qualunque
cosa siate spinta a fare... non giungiate mai all'irreparabile. -
Un sorriso m'illumin il viso.
- E credete davvero che basti, per questo, leggere
il mio nome in un giornale? -
Un leggero rossore le color il viso.
- Tutto dipende dalla causa... dei fatti! Di solito,
i nostri cronisti mondani parlano specialmente
delle persone che si divertono...
- Infatti, io mi diverto molto.
- Senza dubbio... ma i complimenti, gli omaggi
degli uomini?
- Li apprezzo. -
Ella sospir di nuovo:
- Ohim! Ecco l'irreparabile!
- I complimenti che mi vengono rivolti?
- Le conseguenze che ne possono derivare. -
Un'idea mi attravers la mente e scoppiai in una
risata.
- Certo, vostro figlio sar sempre in contrasto
con gli elogi che io posso ricevere... Disgraziatamente,
non ricerco affatto dei complimenti simili
ai suoi! E siccome tra tutti i miei ammiratori, nessuno
ha avuto l'idea di trovarmi spiacevole, sono
molto indulgente per tutte le stupidaggini che essi
mi prodigano. -
Ella non seppe reprimere un gesto vivace di contrariet.
- Peggio per voi, Mietta; ma non dite poi che
non vi avevo avvertita.
- Vi sono degl'imprudenti che vogliono per forza
provare le loro ali.
- Per poi pentirsene un giorno o l'altro.
- Bah! Io non ho niente da perdere, quindi non
arrischio gran che. -
Una risposta sal alle labbra di mia suocera; ma
si trattenne, e cambiando argomento:
- Posso restare da voi, Mietta, o devo andare
all'albergo? Penso che non avrete posto per una
persona in pi.
- Al contrario, mamma; ho una bella camerina
preparata apposta per voi, poich mi avevate promesso
di venire spesso a trovarmi. -
Il suo viso parve rasserenarsi un poco. La mia
aria semplice e naturale la rassicurava.
Ella pass il suo braccio sotto al mio:
- Ebbene, cara figliuola, fatemi vedere la mia
camera. E siccome non son venuta a trovarvi per
farvi la predica, divertiamoci un po'insieme, se 
possibile e se la mia presenza non vi  d'impaccio
nei vostri impegni mondani.
- Oh, affatto! Prima di tutto mi piace conservare
la mia libert, e vado soltanto dove voglio,
consultando unicamente il mio piacere. -
Questa professione di fede parve riuscirle molto
gradita.
Una donna che  libera di tutte le sue azioni, probabilmente
non ha impegni amorosi.
E poi, dentro di s, ella doveva pensare che
avrebbe aperto gli occhi e cercato di vedere come
stavano le cose.
Nel pomeriggio, facemmo delle commissioni nei
negozi.
Come tutte le signore di provincia che vengono
a Parigi soltanto per qualche giorno, mia suocera
aveva da fare una gran quantit di acquisti per il
suo guardaroba.
La sera, andammo al teatro a sentire una commedia.
Il giorno dopo altre corse nei magazzini, e la sera
ancora teatro all'Opera.
E cos per tutta la prima settimana.
Una mattina mia suocera entr in camera mia
con un giornale in mano.
Ero ancora a letto.
- Mietta, figuratevi... Non ci capisco niente.
Si parla ancora di voi, qui dentro.
- Questi giornalisti sono proprio indiscreti...
e io ne sono addolorata poich ci vi fa dispiacere!
- Ma perch dicono...? Io non capisco.
- Mi accusano di un delitto?
- Parlano del ballo dato dalla contessa Wanda.
- Fu una bella festa.
- Pare... Citano il vostro nome tra venti altri.
- Molto gentili!
- Ma voi non ci eravate a quel ballo! Non mi
avete mai lasciata durante questa settimana.
- Potrei anche dirvi, cara mamma, che vi andai
a mezzanotte ritornando dal teatro; ma preferisco
confessarvi che quel ballo ebbe luogo la settimana
scorsa. L'articolo del giornale  molto in
ritardo.
- La settimana scorsa! Ma che cosa mi andate
dicendo? Il giornale precisa la data: il ventiquattro,
cio ieri l'altro, mercoled.
- Questo errore di data  divertente; confondono
una settimana con l'altra.
- Oh! Pu darsi. -
Ella si allontan.
Un misterioso sorriso mi errava sulle labbra. Era
rimasta proprio convinta di quello che io le avevo
affermato in tono leggero, ma con tanta apparente
sincerit?
Dopo due minuti di riflessione, chiamai il mio
vecchio Leonardo.
- Senti: tu mi porterai ogni mattina, presto,
tutti i giornali. Mia suocera non deve vederli prima
che li abbia sfogliati io.
- Va bene, padrona. -
E trascorsero ancora alcuni giorni.
Mia suocera volle consultare un celebre dottore
prima di lasciare Parigi, accusando alcuni disturbi
di circolazione.
Andammo dunque da uno specialista e, siccome
ella non aveva voluto prendere un appuntamento,
dovemmo attendere nella stanza d'aspetto alquanto
a lungo, poich vi erano cinque o sei clienti prima
di noi.
C'erano dei libri e delle riviste sulla tavola. Per
far passare il tempo, ne sfogliammo alcuni con aria
distratta.
A un tratto, mi parve che mia suocera facesse un
vivo gesto di sorpresa.
Levai gli occhi verso di lei, ma ella non mi guardava.
Aprendo la sua borsa, ne trasse un giornale di
cui si mise a leggere attentamente alcune righe.
Al mio sguardo interrogatore sorrise e mi spieg:
- Un indirizzo per un busto. Hanno dei graziosi
modelli, in questa ditta. -
Lasciai cadere l'incidente senza altre spiegazioni.
Spesso capitava anche a me di fare la stessa cosa
e non mi venne in mente che mia suocera m'avesse
dato una spiegazione falsa.
La cosa era tanto insignificante, del resto, che la
mia curiosit si appag facilmente.
Mia suocera rest ancora una quindicina di giorni
da me. Facemmo insieme delle bellissime passeggiate
nel Bosco di Boulogne e alcune visite nei
musei parigini; di rado ella usc sola, ma quasi
sempre mi accompagnava nelle mie visite in casa
di amici della baronessa di Montavel dove, grazie
all'affetto di quella vecchia amica, ero accolta con
molta simpatia.
La contessa d'Armons era felice di questi incontri:
l'amicizia che mi veniva dimostrata le faceva
un gran piacere, ed ella usciva tutta contenta da
quelle visite.
- Se sapeste, cara Mietta, come son felice di vedere
in quale stima siete tenuta da quelle persone!
- Non ne ho gran merito. Passai quindici mesi
in casa della baronessa di Montavel, considerata da
tutti un po' come sua figlia. Ella mi vuol tanto bene,
che i suoi amici, per farle cosa grata, mi dimostrano
simpatia.
- Per, in ogni modo, se non aveste meritato
la simpatia di tutti, vi avrebbero voltato le spalle
senza altre considerazioni appena non aveste pi
abitato dalla baronessa. -
Mi misi a ridere.
- Spero bene di non aver fatto niente per meritare
un simile trattamento.
- Questo appunto  il bello... specialmente vivendo
sola!
- E con quei famosi resoconti dei cronisti mondani! -
aggiunsi io allegramente.
- Ragione di pi per essere attaccata con facilit.
- Siete quasi tranquilla, dunque?
- Del tutto, cara Mietta. Ho interamente fiducia
nel vostro buon senso e nella vostra fierezza.
- Allora, mamma, fatemi un piacere. Non raccontate
niente a vostro figlio.
- Perch?
- Vorrei che egli non sentisse mai le mie lodi,
sotto la vostra penna. Vorrei che lasciaste cadere
nel pi completo silenzio il mio nome.
- Che idea!
- Spero che tra un po'di tempo, tra molto tempo,
un bel giorno egli vi dica: Ma sono sempre
sposato? Che cosa ne  della mia nauseante met?.
- Oh, Mietta!
- E sarebbe buffissimo se allora poteste rispondergli:
Ella fa una vita brillantissima intorno al
globo. Non potrei dire se ora si trova al Polo o in
Cina....
- Che esagerazione!
- Vi assicuro che questo sarebbe molto meno
sgradevole all'orecchio di vostro figlio che sentire
continuamente l'elogio sulle vostre labbra o sotto
la vostra penna... tanto pi che io non merito tutto
il bene che pensate di me; appena sarete partita,
mi rimetter di nuovo a frequentare feste e balli
fino a che il mio umore vagabondo non mi condurr
in qualche lontano paese per cercarvi delle
sensazioni nuove.
- Lascerete la Francia?
- Ho promesso ad alcuni amici di andare a trovarli,
quest'inverno, in America... Far con loro
una crociera, non so dove! Insomma, vedete,  meglio
evitare di dire bene di me, nel timore che domani
non lo meriti pi.
- Allora  inteso: dir molto male di voi, - ella
fece con un sorriso indulgente.
Un rossore di stizza mi copr il viso.
- Sarebbe tanto facile non dir nulla! - mormorai
tra i denti.
- Allora, silenzio completo?
- Certo;  tanto seccante sentir parlare di una
persona che non si pu soffrire.
- Mia povera Mietta, ecco un'esclamazione che
mi fa capire quanto divertimento deve avervi procurato
la mia conversazione.
- Perch?
- Venti volte al giorno mi ritorna alle labbra
il nome di mio figlio. Non posso fare a meno di
associarlo a tutte le nostre parole, a tutti i nostri
gesti.
- Sono indulgente per i sentimenti di una madre...
- Questo non toglie che io vi annoi ad ogni
istante. -
Non ebbi il coraggio di protestare. Quante volte,
infatti, ero stata urtata dall'elogio del conte d'Armons
che ella si ostinava a farmi continuamente!
Nonostante ci, provai un vero dispiacere quando
ella mi lasci, perch ero gi abituata ad averla sempre
al mio fianco.
Durante le cinque settimane passate con me, ella
si era mostrata davvero cos affettuosa e buona, che
tutto il mio antico rancore si era dileguato cedendo
il posto a dei sentimenti sinceri che maravigliavano
me stessa.
Scambiati gli ultimi baci sul marciapiede della
stazione, con promesse reciproche di scriverci spesso,
ripresi pensierosa la via di casa.
In questo allontanamento momentaneo nessuno
di noi due poteva supporre che gravi avvenimenti
ci avrebbero ben presto riunite, sconvolgendo la
mia vita.


Capitolo 12.

Erano trascorsi due mesi dal giorno in cui mia
suocera era ritornata a casa sua, quando una sera,
ritornando da un'esposizione di pittura, ebbi da
Leonardo un telegramma giunto durante la mia
assenza.
Lo aprii con inquietudine.
Contessa d'Armons, gravemente malata, vi desidera.
Pregovi venire subito.
Sergio di Louvigny.
Mi sentii presa dall'angoscia.
Sergio di Louvigny era il fratello di mia suocera.
Non lo conoscevo.
Perch era stato incaricato proprio lui di avvertirmi?
Non sarebbe stato pi giusto che un simile messaggio
fosse stato spedito da Carlo d'Armons, mio
cognato, che avevo conosciuto in casa di sua madre?...
Dovevo dunque concludere da quella firma che
lo stato di mia suocera fosse tanto grave, che suo
figlio non fosse in condizioni di occuparsi di altro
all'infuori di lei?
Senza por tempo in mezzo, avvertii Leonardo di
riempire di benzina il serbatoio della macchina, per
poter partire immediatamente verso il castello di
Louvigny.
Un'inquietudine mortale mi straziava l'anima.
Avevo finito con l'affezionarmi a mia suocera. La
sentivo indulgente per Filippo, e con lei potevo liberamente
parlare, criticare mio marito, sfogare il
mio rancore, senza che ci nuocesse alla sua onorabilit.
Infatti, un certo pudore m'impediva di parlare
del conte con estranei. Soltanto la baronessa di
Montavel aveva ricevuto le mie confidenze; ma,
dopo di lei, mia suocera era la preferita fra tutti
i miei conoscenti.
E, mentre l'automobile correva a tutta velocit
verso la sua destinazione, la mia mente lavorava,
facendo mille congetture.
Mia suocera era ammalata da molto tempo? E
Filippo era stato avvertito? Mi sarei forse trovata
a Louvigny in presenza di mio marito?
Quest'ultima supposizione ritornava senza tregua:
la sfuggivo, non volevo soffermarmici, ma essa diventava
un incubo, e gi mi figuravo che il telegramma
firmato dal vecchio signore fosse un pretesto
per farmi andare laggi, e forse davanti alla
madre e allo zio di Filippo avrebbero forzato la mia
volont per riconciliarmi con mio marito...
Mi sentivo tremare di sgomento, e avrei dato volentieri
l'ordine a Leonardo di tornare indietro.
Era pi di mezzanotte quando giunsi a Louvigny.
Tutta l'ala del castello che componeva l'appartamento
personale della contessa era illuminata, e
dietro le tende della finestra s'indovinava un'attivit
febbrile.
Davanti alla scalinata, l'automobile si ferm. Leonardo
credette utile annunziare il mio arrivo con
un prolungato suono di tromba.
A quel rumore, Giuseppe, il vecchio maggiordomo
che serviva la contessa fin dalla sua giovent, si precipit
incontro a noi.
- Che disgrazia, signora! Che disgrazia!
- Mia suocera?
- Ebbe un attacco alcuni giorni fa. Stava meglio,
ma ieri sera ne ebbe un altro, e il dottore
dice che non resister a un terzo! Uremia, credo.
-  a letto?
- Oh, s! Da una settimana.
- E suo fratello?
-  qui con lei, avvertito anche lui ventiquattr'ore
fa.
-  stato chiamato un altro medico a consulto?
- S,  venuto un professore col nostro dottore
di Orlans.
- E non c' rimedio, nessuna speranza?
- Nessuna...
- Che cosa dice il signor d'Armons?
- Il signor Carlo non lascia un momento sua
madre;  anche pi disperato perch sua moglie
 a letto con una grave bronchite.
- E... e suo fratello? -
Pur non volendo, mi sentii arrossire facendo questa
domanda.
- Fu telegrafato al signor Filippo ieri l'altro,
senza aver risposta; un nuovo telegramma  stato
Spedito stamani insieme col vostro.
-  lontano, l'Egitto!- Povero signor Filippo, purch arrivi in tempo!
- S, sarebbe terribile se ci non fosse. -
Come un automa, tanto era lontano il mio pensiero,
mi tolsi il mantello e il cappello.
Porgendoli a Giuseppe, m'informai:
- Posso vedere mia suocera? Il mio arrivo non
le far impressione?
- Oh, no! Lei stessa ha chiesto della signora,
e molte volte oggi si  preoccupata del suo ritardo.
- Non sono in ritardo: - protestai - sono partita
da Parigi appena ricevuto il telegramma del signor
di Louvigny.
- Ai malati pare che non si risponda mai abbastanza
presto ai loro desiderii. -
Quando entrai nella camera di mia suocera, sembrava
che ella dormisse.
Con gli occhi chiusi, il naso affilato, la respirazione
oppressa, aveva un'impressione di estrema
debolezza.
Un vecchio signore alto e Carlo d'Armons stavano
seduti in un angolo della vasta stanza.
Alla mia vista, si alzarono e mi vennero incontro.
- Buon giorno, signora, - disse il pi giovane.
- I miei ossequi, nipote mia, e tutti i miei ringraziamenti
per esser venuta cos presto. -
Da quelle parole capii che egli era Sergio Louvigny
il fratello di mia suocera.
- La mamma ha chiesto di voi tante volte, -
mi spieg Carlo d'Armons, con gli occhi arrossiti
dal pianto.
- Ma - mormorai io - non c' davvero nessuna
speranza? La crisi che si teme pu avvenire
molto tempo dopo quella che l'ha abbattuta. -
Il vecchio scosse la testa:
- No,  imminente: vi  emiplegia e edema polmonare.
Non c' pi speranza.
- Oh,  atroce non poter avere pi nessuna illusione! -
Le lacrime mi velavano gli occhi.
In quel momento la malata mand un piccolo
grido. Ci slanciammo verso il suo letto.
Ella fiss su di me le pupille rimpiccolite e mi
riconobbe.
Torse la bocca nello sforzo di pronunziare il mio
nome.
- Mamma, non parlate, non vi affaticate... -
balbettai disperata davanti a quel povero viso torturato.
E, prendendole le mani e baciandogliele, soggiunsi:
- Sono corsa subito, appena ho saputo che eravate
ammalata... Vi curer io, e guarirete... Ora
dovete riposare; parleremo pi tardi. -
I suoi occhi si riempirono di lacrime.
- E Filippo? - ella disse con difficolt.
- Filippo sta per tornare ... arriver...  soltanto
questione di ore... di giorni, al massimo...
e voi potrete riabbracciarlo.
- Troppo tardi! -
Due grosse lacrime sgorgarono dai poveri occhi
spenti e scivolarono sulle guance appassite.
Io tenevo sempre le sue mani tra le mie.
Mi parve che le sue dita si afferrassero alle mie,
come per un appello disperato.
- Filippo! - ripeterono quelle labbra esangui.
Ella metteva tutta l'anima sua nel desiderio di
farsi capire.
- Per...dono, perdono!
- Mamma, ve ne supplico, non vi affaticate. -
Ma vidi il suo viso contrarsi ancora pi e assumere
un'espressione di vero dolore. Tutta sconvolta,
premendo le labbra sulle sue mani gi fredde,
risposi:
- Non parlate: cercher di capirvi senza che vi
affatichiate tanto a spiegarmi.
- S, - ella mormor.
Il suo sguardo parve soddisfatto.
- Filippo! - ella ripet.
- Filippo verr, - incominciai io.
- S, troppo tardi.
- Temete che si trattenga troppo tempo in viaggio?...
- S.
- Rassicuratevi, guarirete e lo vedrete. -
Il suo sguardo ricominci ad essere inquieto, e
io capii che ella non si faceva alcuna illusione sul
suo stato.
- Desiderate che gli scriva?
- No...
- Che gli dica?
- S.
- A Filippo?
- S.
- Che cosa devo dire a Filippo? Che avete chiesto
di lui?
- S... per...dono... voi. -
Il mio viso si contrasse, e con la voce rauca:
- Volete chiedere perdono a Filippo?
- No.
- Che io...
- S. -
Chinai la testa sentendomi tanto infelice.
Provai un impeto di ribellione.
Con che diritto ella forzava cos i miei sentimenti?
Filippo, del resto, non si curava affatto del mio perdono.
Quest'idea m'incoraggi
A una madre morente non potevo rifiutare il perdono
di suo figlio. E rialzando la testa, con sguardo
fermo, dissi:
- Vi prometto di perdonare a Filippo, se egli
lo desidera. Gi, io sono cristiana.
- Amare... Filippo orfano.
- Lo consoler, prender il vostro posto... 
questo che desiderate?
- S... gra...zie. -
Ella chiuse gli occhi e parve raccogliersi.
Dopo un istante, i suoi occhi si fissarono di nuovo
nei miei.
- Figlia... mia...
- Mamma!
- Vo...lont... no...taro?
- Volete dettare le vostre volont al notaro?
- No. -
Ella volse lo sguardo verso il vecchio ritto ai piedi
del letto.
Egli cap il suo appello, perch spieg:
- Il notaro venne alcuni giorni fa. Ella si trattenne
a lungo con lui e dovette dargli alcune istruzioni.
- S, - afferm la malata.
E i suoi occhi di nuovo cercarono i miei.
- Pro...mettere?
- Devo promettervi qualcosa?
- S.
- Senza dubbio, di obbedire alle sue ultime volont,
- intervenne Sergio di Louvigny.
- S, - ripet la malata.
- Vi obbedir, mamma, - promisi subito, poich
quella lunga scena mi aveva affranta.
- E... Filippo?
- Dir a Filippo che deve obbedirvi... che ho
promesso per lui...
- S... gra...zie... -
Di nuovo, ella chiuse gli occhi, cos pallida in
viso, che la si sarebbe creduta morta, se il respiro
breve, irregolare, che a certi momenti prendeva
forma di rantolo, non avesse ricordato che ella viveva
ancora.
Rimasi a lungo in ginocchio ai piedi del letto,
fissando la moribonda.
Mio cognato, poi, insist perch mi mettessi a
tavola con lui all'ora del pranzo; ma mi permisero
di vegliarla la notte.
Al suo capezzale c'erano una suora e un'infermiera
che si davano il cambio e non la lasciavano
mai sola. Per, siccome mio cognato aveva deciso
di andare a passar la notte vicino a sua moglie
(con l'automobile in un'ora raggiungeva le Capanne
Rosse), la mia presenza al capezzale della morente
era necessaria.
Appena ella si accrse della mia presenza in camera,
mormor il mio nome. E quando mi avvicinai
a lei, le sue mani cercarono le mie, poi le strinsero
per trattenermi vicina.
- Figlia mia... grazie... di esser venuta.
- Era naturalissimo che venissi sapendovi ammalata...
- Filippo... invece ritarda...
-  anche tanto pi lontano, purtroppo!
- L'aspetto! -
Parola suprema di speranza. Quella madre morente si aggrappava
alla vita per vedere un'ultima
volta suo figlio...
Le ore passavano; trascorse la notte e apparve
l'alba.
Carlo d'Armons ritorn e mi parve ancora pi
abbattuto della sera prima.
Sua moglie non stava meglio, anzi, il dottore temeva
delle complicazioni. E il disgraziato, preso
tra sua madre che si spegneva lentamente, e il suo
focolare che la malattia minacciava di distruggere,
non aveva pi coraggio.
Lo confortai come potei; poi, cedendogli il posto
accanto alla contessa d'Armons, andai a riposarmi
un poco.
Mia suocera, contro ogni aspettativa, visse ancora
tre giorni.
Questa lunga agonia fu terribilmente penosa per
tutti.
Non mi ero mai immaginata che un essere umano
potesse dibattersi cos a lungo contro la morte:
quando la madre di Filippo esal l'ultimo respiro,
mi parve che fosse quasi un sollievo per tutti.
Ero davvero stremata di forze. I miei nervi erano
tesi da tre giorni nell'attesa del funebre epilogo, e
quando l'atroce attimo fu passato, la crisi di lacrime
che mi scosse fu davvero benefica.


Capitolo 13.

Il corpo della vecchia signora riposava rigido, ma
sereno, nella sua immobilit eterna, sul letto funebre
parato di nero e argento.
Due suore, inginocchiate ai piedi del letto, sgranavano
in silenzio il rosario. Da un lato, un cameriere,
ritto e immobile, pareva attendere ancora gli
ordini della padrona; dall'altro lato due inginocchiatoi
per i visitatori.
Infine, da un lato della vasta sala alcune poltrone
erano allineate contro il muro a disposizione di coloro
che venivano ad aiutare nella lunga veglia mortuaria.
Sergio di Louvigny a capo scoperto, gli occhi
gravi e il viso abbattuto, passava quasi tutto il
giorno in una di queste poltrone, mentre io, ancora
pi esile nel mio vestito nero, stavo sprofondata in
un'altra accanto a lui.
Il funerale doveva aver luogo il giorno dopo, e
fin dalla vigilia, una sfilata di visitatori venne a rendere
l'ultimo omaggio a colei che per pi di sessantanni
era stata cos caritatevole, in quell'angolo
sperduto della Turenna.
Per la ventesima volta forse, dalla mattina, la porta
della camera si apr dando il passo a un nuovo
visitatore. '
Immersa nei miei tristi pensieri, facevo appena
attenzione a quelle persone, tutte sconosciute per
me...
Perch invece osservai il nuovo venuto?
Era alto e snello e fui subito colpita dal suo
aspetto distinto, tanto che per vederlo meglio mi
raddrizzai un poco.
A un tratto, sentii un tuffo al cuore, vedendolo
abbattersi in ginocchio ai piedi del letto, con le
spalle scosse da violenti singhiozzi.
Filippo!... grid dentro di me una voce intima.
Non avevo visto il suo viso, ma la mia certezza
fu tale, che arrossii improvvisamente dalla commozione,
poi, a poco a poco, divenni pallida fino a diventare
livida.
Col respiro mozzo, in preda a un'agitazione che
non sapevo padroneggiare, mi voltai verso il vecchio
zio seduto accanto a me.
Con gli occhi chiusi, egli si era assopito e sonnecchiava
tranquillo.
Nessuno poteva dunque confermarmi la presenza
di Filippo d'Armons in quella camera.
Ma avevo forse bisogno di una conferma? I battiti
precipitati del mio cuore non me lo gridavano
pi forte di quanto avrebbe potuto farlo qualunque
voce umana?
Per un attimo, pensai di lasciare la stanza e allontanarmi,
per evitare che egli mi riconoscesse.
Ma, nello stesso tempo, un bisogno di vederlo,
di osservarlo di nascosto, di assicurarmi che era
proprio mio marito, m'inchiodava al mio posto.
Mi sprofondai ancora pi nella poltrona, facendomi
piccina piccina tra gli alti cuscini di velluto,
cercando ogni mezzo per nascondermi. N la cosa
doveva riuscire difficile, cos profonda era la penombra
che regnava nella camera dove la madre di Filippo
si era addormentata per il suo ultimo sonno.
La silenziosa veglia della salma continu cos per
un pezzo, turbata soltanto dal rumore delle corone
smosse dalle suore o dai singhiozzi solfocati dello
sconosciuto.
Attraverso le ciglia abbassate io non lo lasciavo
con gli occhi, spiandone i minimi gesti, cercando
un indizio di somiglianza.
Ma egli restava l affranto dal dolore e non potei
scorgere i suoi lineamenti.
In fin dei conti, anche se era Filippo d'Armons,
come avrei potuto individuarlo?
L'avevo visto tanto poco, il giorno del mio matrimonio,
che non ero certa di poterlo riconoscere
sicuramente.
Questo pensiero mi fece uscire dalla penombra
nella quale ero rimasta.
Lo sconosciuto era inginocchiato gi da pi di
un'ora.
Per due volte, il cameriere impietosito aveva fatto
un gesto di commiserazione verso di lui per intervenire,
ma il gesto era sempre stato interrotto da
una delle suore.
Per queste sante donne, in casi simili, le lacrime
sono una benedizione del Cielo, poich confortano
e funzionano nell'organismo fisico e morale come
una valvola di sicurezza.
Ma per me l'impressione era diversa... Vedere
quell'uomo piangere e soffrire solo, accanto al letto
funebre di sua madre, mi faceva una pena atroce.
Avevo un bell'attizzare tutti i miei rancori e tutte
le ragioni che avevo di essere in collera con lui:
non potevo impedire alle mie guance di coprirsi di
lacrime, al solo pensiero che l'infelice era terribilmente
punito di essere stato costretto, per sfuggire
me, ad allontanarsi da sua madre.
E, davanti a quella morta, a quella perdita irreparabile,
condividevo la sua angoscia come se mi
fossi sentita responsabile degli avvenimenti.
Alla fine non ressi pi.
Quell'uomo era mio marito; e io avevo promesso
a una morente di aiutarlo.
E siccome non ero certa di riconoscerlo, sebbene
non dovesse esser mutato, e siccome con maggior
certezza egli non avrebbe riconosciuto me, tanto
ero cambiata, non c'era bisogno che mi rincantucciassi
nel mio angolo come una stupida che teme
pericoli immaginari.
Mi alzai, dunque, e avvicinatami a lui lo toccai
leggermente sulla spalla.
Egli trasal e alz un poco la testa.
Intravidi un fazzoletto sugli occhi gonfi: nessuna
somiglianza si risvegli nella mia memoria.
Ma al suo dito mignolo scintillava un anello, e
sul castone di esso vidi inciso lo stemma gentilizio
della famiglia d'Armons.
Quell'anello lo riconoscevo, lo avevo gi visto.
Di nuovo si radic in me la certezza:
 lui: riconosco il suo grosso anello...
E in un lampo, come passa un'immagine in un
caleidoscopio, questa riflessione mi attravers il
cervello:
Non porta l'anello matrimoniale.
Tutto avvenne in meno di due secondi, senza che
vi fosse interruzione tra il suo sussulto al tocco della
mia mano e la mia risposta al suo gesto interrogativo.
- Non dovete restare cos, signor d'Armons. La
vostra camera  pronta. Venite a riposarvi.
- Non ho bisogno di niente.
- Siete ancora vestito da viaggio... Venite a
spogliarvi.
- A che scopo? -
Ebbe un gesto disperato verso il letto e disse:
- Sono giunto troppo tardi! La ritrovo morta!
Lasciate che la vegli! -
Grido di disperazione filiale che si ripercosse in
me atrocemente.
Ero cos commossa, che grosse lacrime mi caddero
dagli occhi.
- Venite, vi racconter tutto... Ha parlato di
voi sino alla fine...
- Mi avr maledetto!
- Oh, no! Vostra madre si preoccupava soltanto
del vostro avvenire, della vostra felicit.
- Povera mamma mia! -
Un singhiozzo gl'imped di continuare.
Allora con fermezza lo presi per un braccio:
- Andiamo, siate ragionevole: lasciate questa
stanza. Ci ritornerete tra poco. -
Il mio sforzo, bench debole, bast a farlo alzare
in piedi. Nell'annientamento morale nel quale era
sprofondato, la mia fragile energia gl'incuteva rispetto.
Gli avevo preso una mano, e con dolcezza lo attiravo
fuori della camera.
Egli mi segu quasi senz'accorgersene, e io lo
guidai attraverso i corridoi fino all'appartamento
che era stato preparato per lui.
- Mia madre ha chiesto molto di me? - egli
chiese a un tratto.
- Da principio, s; poi ella vi attese con calma,
- risposi.
- Ero nel cuore dell'Egitto. Appena seppi, noleggiai
un aeroplano...
- Vostra madre aveva capito che non potevate
venire prima, come vostro zio vi racconter... -
In quell'istante, io potei pronunziare quella frase
senza turbarmi.
La mia commozione era tale, che se egli mi avesse
detto: Siete Mietta, siete mia moglie... gli avrei
risposto:
S, vi aspettavo... Far tutto quello che potr
per rendervi felice...
Ma egli non mi fece nessuna domanda, e non
parve neanche stupito di vedermi l.
Era cos affranto dal dolore, che la mia presenza
gli parve naturale come quella delle suore e del domestico.
Accanto al letto mortuario, dovei apparirgli come
una delle tante persone anonime che si vedono di
solito in tali circostanze.
Nelle ore del dolore non ci sono sempre degli
sconosciuti che si prodigano per noi? C' chi viene
per l'abbigliamento del morto, chi per quello dei
vivi, chi ancora per vegliare la salma, per pregare,
per accomodare i fiori, per preparare la bara, per
scrivere le partecipazioni. Insomma, intorno a noi
vediamo muoversi una quantit di persone sconosciute
che spariscono, come per incanto, dopo la
tumulazione.
E anch'io, quel giorno, non fui per Filippo d'Armons
che una di quelle persone ignote.
Lo affidai alle cure del cameriere di mio cognato
che era venuto a dare una mano per qualche giorno,
dicendogli:
- Ecco il conte d'Armons. Abbiate cura che non
gli manchi niente; poi conducetelo in sala da pranzo
dove l'attender il signor di Louvigny.
- Vi ringrazio, - fece il conte senz'altro, lasciandomi.
E segu il domestico, con aria infinitamente stanca
e col pensiero assente.
Allora tornai nella camera ardente, ove non trovai
pi il signor di Louvigny.
Ognuno prendeva i pasti all'ora che voleva; ognuno
scendeva in sala da pranzo a mangiare quando
lo credeva necessario per se stesso, senza occuparsi
degli altri membri di famiglia.
Questa disposizione era stata presa perch chi
arrivava potesse rifocillarsi immediatamente. Nello
stesso tempo venivano evitate cos le riunioni familiari,
i pasti in comune nei quali bisogna chiacchierare;
la morte soltanto doveva regnare da padrona
in quella casa dove riposava ancora il corpo
di colei che ne era stata l'anima, e questa disposizione
permetteva di conservare un silenzio quasi
religioso in quella casa in lutto.
Ed io non rividi Filippo in tutto il giorno, perch
scesi in sala da pranzo soltanto dopo che il signor
di Louvigny ne era ritornato da un pezzo.
La veglia ci riun tutti nella camera ardente; in
quell'ultima notte c'era nella casa una grande affluenza
di parenti.
Restai seduta in un angolo inosservata in mezzo
a tutti, cos piccola, che nessuno pareva notare la
mia presenza anche perch la maggior parte delle
persone non mi conosceva.
Filippo d'Armons, invece, occupava un posto in
vista, proprio accanto al letto mortuario.
Col gomito appoggiato al comodino, con la testa
quasi nascosta tra le mani, egli rimase cos quasi
tutta la notte, non accorgendosi neanche della sfilata
dei visitatori notturni.
Due volte sole vidi il suo viso scoperto, e lessi
un'espressione di tanto sgomento nei suoi tratti irrigiditi,
che mi sentii sconvolta dalla commozione.
I miei occhi si riempirono di lacrime: contro la
mia volont, una tenera simpatia sorgeva in me per
quell'uomo che soffriva tanto.
Ah, come erano lontane in quel momento le mie
belle risoluzioni di disprezzo e di vendetta!
Dio ha messo nel cuore della donna la piet naturale,
ed io, immaginando dentro di me tutti i
pensieri tristi che dovevano assalire Filippo, mi
sentivo piena d'indulgenza e di compassione.
Avrei voluto passargli il braccio attorno al collo,
attirare sul mio petto la sua testa ardente, baciarlo
in fronte e mormorargli parole di consolazione e
di conforto.
Ah, potergli dire che non era solo, che gli restavo
io, io, che avevo promesso a sua madre di
amarlo e di perdonargli, dirgli... Potergli dire tutte
le parole di tenerezza di cui il mio cuore traboccava
a un tratto, vedendolo cos triste!
Per fortuna, la folla dei visitatori mi separava da
lui, arrestando il mio slancio impulsivo. Quanto
avrei rimpianto quel gesto in seguito, se avessi potuto
compierlo!
A volte, nei giorni seguenti, ritornata pi calma,
cercavo di figurarmi la scena che sarebbe avvenuta
se, rimasta sola con Filippo d'Armons, lasciandomi
trasportare dall'impulso generoso del mio cuore
commosso dalle sue lacrime, avessi tentato con lui
il ravvicinamento che desideravo.
Con che sguardi stupiti dapprima, e ironici poi,
mi avrebbe guardata! Ah, no, non avrei potuto sopportare
quella sua repulsione per me, quelle sue
parole offensive, quel suo sorriso sarcastico! Dopo
tutto, che cos'ero io per lui se non la catena pesante
che impaccia? Aveva forse bisogno di consolazioni
da colei che egli considerava come la sua
peggiore nemica? Non ero forse l'ultima persona
che egli avrebbe desiderato di vedere accanto a s?
Chiss con quale disprezzo, con quale sarcasmo
avrebbe accolto un gesto amichevole da parte mia!
Sentivo che tutto, tutto in lui mi avrebbe ferito:
i suoi occhi, le sue labbra, i suoi gesti: tutto sarebbe
caduto nell'animo mio come un acido sopra
una piaga dolorante. E pi di una volta mi sorpresi
a ringraziare Dio di aver impedito alla mia inutile
piet di manifestarsi.


Capitolo 14.

Il funerale ebbe luogo alle nove della mattina.
Vestita di nero, piccola, quasi infantile, sotto i
pesanti veli di crespo, seguii il funerale in testa al
gruppo delle donne, sempre la prima in chiesa come
al cimitero, e per la strada, in vettura.
Avrei voluto nascondermi in mezzo alle mie compagne,
ma l'implacabile maestro di cerimonia mi
assegn dappertutto il primo posto.
In assenza di mia cognata, la moglie di Carlo
d'Armons trattenuta a letto dalla malattia, ero io
la pi prossima parente della defunta: sua figlia!
Dopo di me venivano le due figlie di mio cognato,
due bambine, una delle quali, sebbene tanto
pi giovane, era gi alta come me; cos nella parte
femminile il funerale sembrava condotto da tre ragazzine.
Fu per questo, forse, che Filippo d'Armons non
indovin la mia presenza ai funerali di sua madre?
Senza dubbio s, perch sorpresi diverse volte il
suo sguardo posato con indulgenza sul nostro gruppo
giovanile.
Seppi in seguito che egli mi aveva presa per la
maggiore delle sue nipoti. Sembra, anzi, che egli
mi avesse osservata, e poi contemplata con un certo
orgoglio.
- Ecco l una vera d'Armons! Cos fine, cos
aristocratica! Quella piccina  proprio un grazioso
ninnolo di Sassonia! Come sono graziose le donne
della nostra stirpe!... -
Mentre, al ritorno, le mie nipoti ed io stavamo
scendendo di vettura alla porta di Louvigny, Filippo
d'Armons, giunto nell'automobile che precedeva
la nostra, si slanci verso di noi, allontan i
domestici e ci dette la mano per scendere.
Compitissimo, si credette in dovere, ogni volta
che aiut ciascuna di noi a scendere, di portare le
nostre manine alle labbra.
Quel gesto inaspettato di galanteria mi commosse
un pochino; era la seconda volta, dal nostro matrimonio,
che le nostre mani s'incontravano...
E ricordai il nostro primo contatto... il suo sguardo
sgomento dinanzi alle mie dita scarne... l'atroce
contrazione della sua mano nella mia...
Possibile che niente gli rammentasse quella scena
indimenticabile?
Pareva di no: infatti, quando mi prese la mano,
mi guard con attenzione, poi s'inchin e pos le
labbra sulle mie dita.
Quando si rialz, mi guard di nuovo e mi parve
che lo facesse con una certa compiacenza. Il cuore
cominci a battermi forte nel petto, temendo improvvisamente
che egli mi avesse riconosciuta.
Ma egli, con dolcezza, osserv:
- Siete molto graziosa, bambina mia. Avete degli
occhi maravigliosi. -
Quel complimento sulle sue labbra era cos inatteso,
che mi sentii arrossire fino alla radice dei capelli.
Egli se ne accrse e, correttissimo, per non
prolungare il mio imbarazzo, chiese subito, rivolgendosi
tanto alle mie compagne quanto a me:
- Come sta vostra madre, care nipoti?
- Un po'meglio, zio, - rispose la maggiore
delle due giovinette. - Il dottore stamani ha detto
che ormai  fuori di pericolo.
- Sono felice di sentire questa buona notizia.
Vi prego di presentare a mia cognata i miei affettuosi
saluti, in attesa che vada io stesso a prender
sue notizie.
- Le faremo la vostra commissione, zio.
- Conto su di voi. Ma, ecco il signor di Louvigny...
Tanti saluti, nipoti mie... -
Di nuovo s'inchin cortesemente, ma, prima di
allontanarsi, mi rivolse ancora un'occhiata da intenditore.
Per lui rappresentavo dunque la fanciulla di razza,
che gli piaceva.
Pensosa, lo seguii a lungo con lo sguardo.
Siete molto graziosa... Avete degli occhi maravigliosi...
Quella frase cantava in me, tanto forte, che non
riuscivo pi a ritrovare l'espressione selvaggia, tanto
spesso rievocata, di un'altra frase. .. troppo a lungo
ripensata:
Questo... questo mostro...
Ed era cos strano che il semplice complimento
di un uomo mi procurasse tanto piacere, che me
ne rimproverai come di una bassa soddisfazione di
civetteria.
Eppure quel complimento proveniva da mio marito...
il solo uomo che avesse il diritto di farmene...
il solo da cui potessi accettarli e rallegrarmene.
Strano, non  vero, che improvvisamente fossi
contenta?
Avrei avuto maggior ragione di esser soddisfatta
se avessi potuto supporre che, allontanandosi, Filippo
aveva emesso un profondo sospiro di noia.
L'aver incontrato sulla sua strada una donna che
gli piaceva, gli doveva amareggiare l'anima, perch
non poteva non pensare a un tratto alla fanciulla
che aveva dovuto sposare per dorare il suo blasone!
Quella donna, che neanche per un istante egli
suppose fosse tanto vicina a lui, era sempre la sua
bestia nera, anche in mezzo al suo lutto. Non era
forse per causa sua che egli si era esiliato, che aveva
dovuto vivere lontano da sua madre? Colpa sua se
questa se ne era andata per sempre, senza che egli
potesse riabbracciarla?
La morte della vecchia signora che inteneriva il
mio cuore in favore di Filippo, eccitava, invece, in
lui il suo risentimento verso di me.
Tanto che nel pomeriggio dopo la cerimonia,
quando la folla degli assistenti, dei familiari e degli
amici si fu dileguata, quando il notaro, per far
conoscere le ultime volont della defunta, riun in
un salotto i parenti pi prossimi di costei, Filippo
d'Armons non seppe celare l'animosit piena di odio
che provava per me.
Il notaro aveva letto le disposizioni prese da mia
suocera.
La defunta si scusava di lasciare ben poco ai suoi
due figli, avendo questi avuto ci che spettava loro
al tempo del matrimonio di Filippo con me. Ella
stimava dunque che essi si sarebbero associati al
suo gesto di riconoscenza... materna, non discutendo
ci che ella considerava come una restituzione
(morale almeno) verso di me!
A questo punto, vidi la fronte di Filippo d'Armons
rabbuiarsi. Egli rialz la testa con alterigia,
e una piega ironica apparve sulle sue labbra.
Ne ebbi la prova qualche istante dopo: egli non
supponeva neanche lontanamente che colei di cui
era questione fosse presente alla lettura del testamento.
Impassibile, il notaro continuava l'esposizione
delle volont della defunta.
- La signora contessa d'Armons giudica quindi
che tutti i suoi beni immobili, di cui la lista sopra
scritta  ben nota a tutti, debbano andare, intatti,
ai figli nati dal matrimonio di suo figlio Filippo
con Mietta Darteuil.
- Questa clausola  inammissibile! - protest
il conte.
- Ma  legale!
- Mia madre non ha il diritto di diseredare mio
fratello a profitto di problematici figli. .. che non
nasceranno mai.
- La signora contessa ha previsto questo caso:
ella precisa che se l'unione di suo figlio il conte
Filippo d'Armons dovesse restare sterile, i detti immobili,
casa, terre e boschi senza alcuna restrizione,
spetteranno di pieno diritto a sua nuora Mietta Darteuil
a titolo di restituzione delle somme da lei date
per pagamenti di debiti, di ipoteche, riacquisti di
terreni o anticipi per manutenzione di detti beni.
La lista di questi pagamenti  anch'essa allegata ai
presenti atti e raggiunge la cifra di due milioni
circa.
- Questa restituzione  giusta, - disse Carlo
d'Armons.
- Non lo nego, - rispose Filippo - ma  assurdo
che mia madre pretenda d'imporre delle condizioni
a questa restituzione.
- Cio?... - chiese il notaro.
- Che ella lasci il dominio familiare, acquistato
dagli avi, a un'estranea.
- La contessa d'Armons non  un'estranea, -
fece osservare con calma il notaro. - Non  forse
destinata a diventare la madre dei figli del conte
d'Armons, eredi naturali designati dalla defunta per
godere di tutto questo dominio avito di cui parlate?
- Ma siccome ella non sar mai la madre dei
miei figli...
- Questa  una cosa che io non posso prendere
in considerazione in questo momento.
- E quando allora vorrete considerarla, signor
Garnier? - egli chiese in tono secco.
- Quando il vostro matrimonio sar sciolto, signor
conte.
- Il divorzio! Oh, aspetterete un pezzo!...
- Spero che nemmeno il mio successore si debba
trovare a dover esaminare questo caso.
- E allora, quando sar definito quest'affare?
- In seguito, conte... dopo la vostra morte o
quella della signora contessa...
- Dovrete attendere tanto?
- Per forza.
- E che cosa deciderete?
- Con mio gran dispiacere, se non ci saranno
figli, dovr intestare le vostre propriet a nome della
signora d'Armons, nata Darteuil, o dei suoi eredi
dirtti.
- Davvero?!.. Mia madre prese una strana decisione
e, se foste voi a ispirargliela, non mi congratulo
davvero per il vostro consiglio. -
Il notaro fece un gesto con la mano, come per
respingere quel sospetto, e il suo sorriso ironico
diceva molte cose.
- Mi  permesso intervenire in questa discussione?
- chiese a un tratto mio cognato Carlo
d'Armons.
- Avete gli stessi diritti di vostro fratello, -
rispose il notaro con gentilezza.
- Ebbene, prima di tutto, tengo a dichiarare che
io, sebbene le mie figliuole possano sembrare lese
a profitto dei loro futuri cugini, approvo completamente
le disposizioni prese da mia madre. Ella
volle rendere pi forte il ramo primogenito e, nello
stesso tempo, riconoscere i considerevoli anticipi
fatti a noi tutti da mia cognata, per permettere al
nostro nome di riacquistare il posto a cui aveva
diritto.
- Bel disinteresse! Anche lei portava quel nome!
- esclam Filippo.
- Infatti - dissi io - il merito  magro!
- Intanto, ci salv tutti dalla rovina, e questo
non lo dimenticher mai!... - riprese Carlo d'Armons
con un cenno della testa verso di me. - Voglio
anche ricordare - continu - che, in realt,
il primogenito sono io e che io dovrei ereditare i
titoli spettanti alla primogenitura; ma, siccome la
mia cara moglie mi ha dato soltanto delle femmine,
ho abdicato in favore di mio fratello Filippo a tutti
i miei diritti e alle rivendicazioni di primogenitura.
Giudico dunque, d'accordo con la mia povera mamma,
che spetti a lui assicurare il proseguimento
della nostra stirpe e non lasciare estinguere il nostro
nome...
- Ah, come tu sai rigirare sapientemente il bisturi
nella piaga! - grid Filippo. - Se la mia
cara moglie vivesse ancora, con quanta gioia mi
sottometterei al desiderio materno! Ma voi tutti,
tanto tu, Carlo, quanto voi, signor Garnier, mi spingeste
a un matrimonio mostruoso con una donna
impossibile, una creatura disgustosa e allucinata,
una misera cosa informe che vi guardaste bene dal
farmi conoscere prima della cerimonia nuziale... -
Mentre egli parlava di me in questi termini, la
frase magica che egli aveva pronunziata ronzava di
nuovo al mio orecchio.
Siete molto graziosa, bambina mia...
E sorridevo con dolcezza, guardandolo, chiedendomi
che cosa avrebbe detto se a qualcuno fosse
venuto in mente di fargli osservare che la creatura
ripugnante di cui parlava era colei che egli aveva
creduto sua nipote e alla quale aveva trovato, poche
ore prima, degli occhi maravigliosi.
Mi parve divertente, invece, di dargli ragione:
- Quel matrimonio dovrebbe essere annullato. -
Egli si volt verso di me:
- Vi ringrazio, figliuola, di darmi per la seconda
volta l'appoggio della vostra voce, ma, ultimamente,
quando volli far annullare il mio secondo matrimonio
a Roma, sorsero delle impossibilit.
- Peccato! - dissi ancora.
- Oh, s, peccato! Perch assicuro a voi tutti
che non  una questione d'interesse che mi trattiene
per forza nei legami coniugali, come pure non
 l'interesse che mi fa protestare contro il testamento
di mia madre.
- Volevi dunque far annullare il tuo matrimonio
a Roma? - chiese Carlo con una certa tristezza.
-  il mio desiderio pi caro e spero di arrivarci.
Ma, capite ora la mia ribellione? Quella donna
che io non stimo degna di continuare a portare il
mio nome, dovr esser considerata da me come futura
padrona di Orfay, di Louvigny, di Saules!
- Bah! - intervenne il vecchio Sergio di Louvigny
che fino a quel momento non aveva aperto
bocca. - Se davvero ti riuscir di sbarazzarti con
tanta disinvoltura della tua giovane moglie,  giustissimo
che ella abbia qualche compenso. Per parte
mia, caro nipote, non voglio forzare la tua volont,
ma ti assicuro che, se avessi la tua et e
se, come te, avessi la fortuna di possedere per moglie
una contessina di ventitr anni, non mi occuperei
tanto della esiguit della sua costituzione
e vorrei dimostrarle che si pu ugualmente esser
felici insieme... -
Il vecchio si era alzato.
- Ti ripeto, ragazzo mio, che io non pretendo
importi le mie idee in questa discussione; tu, per,
hai detto tante stupidaggini, da un'ora a questa
parte, che sento il bisogno di sfogarmi dicendoti
quello che penso... Tua madre fece benissimo a
fare quel che fece, e sono certo che dettando le sue
ultime volont, pensava pi alla tua felicit che ai
tuoi discendenti... Ora mi ritiro lasciando voi due,
Carlo e te, a discutere col nostro notaro. -
Il vecchio si rivolse a me e offrendomi il braccio,
disse:
- Venite con me, cara? Lasciamo discutere questa
gente troppo sazia che fa boccuccia dinanzi a
quei possessi!... -
Pass la mia mano sotto il suo braccio e, trascinandomi
verso la porta, borbott:
- Tutti uguali, tutti uguali gli uomini di oggigiorno!
Corrono dietro alle donne e poi fanno i difficili,
i complicati quando si tratta della loro moglie! -
Dietro a noi una voce chiam forte:
- Zio! -
Filippo si era alzato pallido di collera.
- Che cosa vuoi? - chiese il vecchio voltandosi
verso di lui.
Per un attimo i due uomini si sfidarono con lo
sguardo.
- Protesto contro le vostre ultime parole!... -
grid Filippo. - Io non mi sono mai perso dietro
alle donne. In quanto alle mie relazioni con mia
moglie, credo che ci riguardi soltanto lei e me,
e che nemmeno mia madre avrebbe dovuto occuparsene.
Ecco il principale appunto che faccio a
quel testamento! Per il resto, me ne rido e non
riconosco a nessuno, capite, zio?, il diritto di criticare
il mio contegno. -
Il vecchio signore alz le spalle con aria di compassione.
- Ho torto io, si capisce, - egli disse con calma.
- L'ho detto anche poco fa: io non forzo
nessuno e non voglio imporre le mie idee. Se, per,
le mie riflessioni ti disturbano, mio caro, sono pronto
a ritirarle; la mia povera sorella non mi perdonerebbe
di attizzare questa discussione. Ma ci che
la mia vecchia et mi comanda  di allontanare questa
bambina, perch la sento tremar tutta qui, sotto
il mio braccio, dinanzi alla tua inqualificabile condotta. -
E questa volta, trascinandomi dietro a s, egli
lasci la stanza.
Quando fummo abbastanza lontani per poter parlare
liberamente, lo zio mi lasci e, prendendomi
per le spalle con le braccia tese, mi esamin tutta:
io mi sentivo piccola piccola di fronte a quel vecchio
gagliardo la cui statura pareva non dovesse
finir pi sopra alla mia testa. Poi egli mi spieg con
dolcezza:
- Filippo  un ragazzaccio che ha fatto una bestialit
e che s'intesta nel suo errore senza volerlo
riconoscere.
- E fu proprio una grossa bestialit, quella di
unirci l'uno con l'altra! - risposi io con un sorriso
che voleva essere allegro e che era, invece,
eroico.
- Voi siete una brava e deliziosa bambina, -
riprese il vecchio. - Mia sorella vi apprezzava nel
giusto valore. Fu lei che mi raccont il trucco dei
giornali...
- Quali giornali?
- S, le cronache mondane... Il vostro nome
vi figurava senza che voi foste presente...
- Ah! Lo aveva indovinato?
- Un trafiletto letto nella sala d'aspetto di un
medico... le aveva spiegato tutto... Ah, vi voleva
tanto bene!...
- Povera mamma cara!... - balbettai io rossa
fino alle orecchie al pensiero che il mio piccolo inganno
fosse stato conosciuto.
- Fu lei che mi spieg il vostro scopo, giacch
anch'io avevo letto e protestato.
- E Filippo lo sa?
- Ah, no!... E non bisogna svelargli la verit.
Sono sicuro che quel discolo  furibondo del bene
che tutti dicono di voi; e ora, non sapendo come
fare a cambiare atteggiamento, esagera. Del resto,
che cos'ha da dire? Non capisco perch parli di
voi in simili termini; voi siete bella!... Dovrebbe
essere orgoglioso di voi, e invece, fa il disgustato...
- Ve ne prego, signore, non ne parliamo pi.
Neppure io voglio saperne di far vita comune con
Filippo. Vi assicuro che nessun testamento mi far
mai diventare la madre dei figli di Filippo. Da molto
tempo ho proposto l'annullamento.
- A sentirvi parlare cos, tutto si ribella in me.
 permesso a un uomo di trent'anni di esser cos
stupido come Filippo? Cara nipote, sono proprio
dispiacente di non esser pi in et di farvi la corte.
Che bella lezione vorrei dare a mio nipote! -
Scoppiai in una risata.
- Oh, se si trattasse soltanto di dar noia a mio
marito, vi confesso che accetterei tutti gli omaggi
maschili; ma sono certa che anche questo ritornerebbe
a mio danno. -
In quel momento venimmo raggiunti da Carlo
e da Filippo che riaccompagnavano il notaro Garnier
alla sua automobile.
Carlo, che aveva fretta di raggiungere sua moglie,
si allontan subito.
Filippo si avvicin a suo zio.
- Dite un po'zio: voi che vi ergete a paladino
di mia moglie, la conoscete almeno?
- Un pochino, nipote caro.
- E davvero trovate che... l'appetito dovrebbe
venirmi? -
A questa domanda il vecchio rizz la testa, guard
suo nipote sbalordito, poi guard me.
Ma mi ero nascosta dietro a Filippo e, quando lo
sguardo del vecchio signore si fiss nel mio, mi
misi un dito sulle labbra per imporgli silenzio.
Il suo stupore crebbe ancora: ma allora cap che
suo nipote non mi aveva riconosciuta.
- Certo, - egli fece riprendendosi. - Un uomo
della tua et non si fa pregare dinanzi a un buon
boccone.
- Ah! E voi trovate che sarebbe un buon boccone?
Ebbene, caro zio, se vi piace tanto... - concluse
ridendo.
- Eh?...
- Perbacco! Se ne siete tanto entusiasta... c'
caso che siate accolto come un dio!... -
Il tono di supremo disprezzo col quale Filippo
pronunzi quest'ultima frase mi fece ritornare in
mente di nuovo la frase famosa:
Questo... questo mostro...
Il mio sorriso ritornava amaro!
Mio marito era dunque cos ostinato nella sua
avversione contro di me, da non aver pensato che
la creatura famelica di una volta, dopo trenta mesi
di buone cure, poteva aver subito una certa trasformazione?
Ma non ebbi il tempo l per l di approfondire
quelle riflessioni spiacevoli che facevano sorgere in
me un grave risentimento.
Sergio di Louvigny aveva sussultato alle ultime
parole di Filippo.
- Tu sei pazzo!... - balbett indietreggiando,
come se davanti a lui, a un tratto, si fosse rizzato
un serpente.
Filippo scoppi in una risata ironica.
- Perch?... Sono logico!... A sentir voi, la mia
disappetenza  incomprensibile. Ebbene! Vi passo
il boccone... senza rimpianto, senza gelosia, credetelo!
E vi dico: Fatevi avanti! Mettetevi a tavola...
e buon appetito!.
La mano del vecchio si alz come se volesse schiaffeggiare
l'impertinente.
I suoi occhi spalancati guardarono con stupore il
giovanotto il cui atteggiamento cos ironico pareva
sfidare qualche mostruosa macchinazione.
Come soggiogato, il vecchio ritrov la calma, e
il suo braccio ricadde lentamente.
- Disgraziato ragazzo!... - egli disse con voce
sorda. - Che bestemmia osi mai pronunziare! Tu
non capisci neanche quanto son ridicole le tue parole...
Non potresti essere pi sciocco... pi sciocco
e ridicolo!...
- Non capisco!
- Per fortuna, l'esagerazione del tuo ridicolo
depone un po' in tuo favore; non ci si pu arrabbiare
davvero di fronte a tanta balordaggine e a tanta
ingenuit... -
Questa volta tocc a Filippo a incassare il colpo
Il suo viso divenne di tutti i colori.
La sottile ironia di suo zio lo colpiva in pieno,
e io sarei volentieri scoppiata in una risata davanti
al suo viso sorpreso.
Ma Sergio di Louvigny veniva verso di me.
- Siete pronta, cara? Vi conduco a casa mia.
- Non so se devo...
- Ma s! Daremo ordine che vengano a prendervi
nel mio nido di vecchio gufo. -
E, con aria maestosa, passando imperturbabile
dinanzi a suo nipote fremente, mi prese a braccetto
e mi trascin via con s.
- I vostri bagagli son pronti?
- S, la cameriera deve averli preparati.
- Possiamo dunque filare via subito?
- Il tempo di avvertire il mio vecchio Nardoelo. -
Con gli occhi duri, dominato dalla calma di suo
zio che faceva fnta di non vederlo nemmeno, imbarazzato
forse dalla presenza di una donna educata,
Filippo guard allontanarsi la coppia disparata: un
vegliardo alto e asciutto e una donnina minuscola
coi capelli al vento che sorridevano tutt'e due a
qualche comune ed enimmatico pensiero.
 
PARTE TERZA.


Capitolo 1.

Da due ore l'automobile di Sergio di Louvigny
trasportava verso la sua villetta di campagna la contessina,
tutta rallegrata dalle riflessioni del suo vecchio
compagno...
- Darei non so che cosa per vedere il viso del
mio bollente nipote quando sapr che la fanciulla
che approvava con tanta gentilezza tutte le sue geremiadi
non era altri che la sua legittimissima sposa:
Mietta d'Armons.
- Credete davvero che egli non abbia sospettato
niente quando mi avete condotta via la seconda
volta?
- No; non ha sospettato di nulla, ne son sicuro.
Tutt'al pi, sar stato furente che io vi portassi via
dopo averlo reso ridicolo.
- Avr paura che ridiamo di lui insieme.
- Conosce il temperamento piuttosto caustico
dei Louvigny.
- Mi dispiacerebbe se, per causa mia, doveste
essere in urto con Filippo.
- Bah! Quando si sar riconciliato con voi, faremo
la pace.
- Ma io non desidero affatto di riconciliarmi
con Filippo.
- Andiamo, andiamo, Mietta, non dite cose assurde!
- Desidero soltanto una cosa: vivere libera, lontana
da mio marito e da ogni argomento di discussione
e di litigio.
- Certo, nessuno desidera lo stato di guerra. Ma
un marito cortese, magari innamorato, non  mai
da disprezzare! Filippo  un bel ragazzo...
- Ma soprattutto  superbo e sprezzante.
- Se vi amasse...
- Se mi amasse, sarei io a disprezzarlo. Tra lui
e me ci sono dei conti da regolare che nulla potr
cancellare.
- Eh, eh! Siete tenace nel vostro rancore.
- Temo che non potr mai dimenticare...
- Avete mai amato?
- No, mai! Il mio brevissimo contatto con Filippo
mi ha lasciato una specie di timore dell'uomo,
spesso autoritario e cattivo, dell'uomo che vuol dominare,
ma che non si d mai tutto.
- Nessuno dunque vi ha mai fatto la corte?
- Oh, s...
- E allora?
- Ma io non ho mai sentito il desiderio di piacere
a un uomo.
- Eppure siete elegante, civettuola.
- Mi vesto bene soltanto per mia soddisfazione.
- E credete che non proverete mai il bisogno
di farvi bella per Filippo?
- Anzi, al contrario, sono persuasa che non sar
mai abbastanza civetta in sua presenza.
- E allora vedete? Per lui?
- Ma no, per me!... Perch lui dica dentro di
s: Com'ero stupido! Dopo tutto non  peggiore
delle altre.
- Questo sentimento che voi volete ispirargli 
forse gi amore...
- No;  odio, piuttosto!... Oh, potergli ridere
sul naso, poterlo a mia volta respingere, nonostante
le sue pose di damerino, nonostante la sua sicurezza
di bel ragazzo!
- Oh, che perfida contessina possiede mio nipote!
- No, non sono perfida. Io non lo cerco; dunque
mi lasci tranquilla. C' tanto posto nel mondo
per poter vivere ognuno per conto proprio!
- Ma siccome soltanto le montagne non s'incontrano...
- Io sono un po' fatalista; accadr soltanto quel
che il Signore sa che  bene per noi. Vi ho espresso
questi che mi sembrano i miei sentimenti intimi:
l'avvenire dir se i fatti si conformeranno ad
essi. -
Mentre fra Sergio di Louvigny e la contessa si
svolgeva questa seria conversazione, Filippo d'Armons
rifaceva conoscenza con la casa di sua madre.
Dopo un'assenza cos prolungata, era felice di ritrovarsi
in quella casa piena di tutti i suoi ricordi
d'infanzia.
Un solo punto nero, l'assenza di sua madre, gettava
un'ombra dolorosa sul quadro riposante della
grande dimora del Rinascimento e del parco profondo
che si allargava d'intorno, fino alla misteriosa
cinta della foresta addormentata nell'imminenza
del crepuscolo.
Era giunto fino alla cappella solitaria ove la cara
defunta era stata deposta qualche ora prima.
E l, in piedi, con le braccia conserte, gli occhi
fissi sulla pietra sepolcrale di cui il cemento non
chiudeva ancora il mistero, pareva conversare dentro
di s con l'assente e chiederle spiegazione di
quel testamento che l'aveva tanto sconvolto.
Oh, perch sua madre cos buona e indulgente
gli aveva imposto un cos crudele dovere?... Non
aveva dunque capito il significato di quei trenta
mesi di esilio? Ella voleva una discendenza e, abbagliata
dalla ricchezza della sua nuova nuora, la
madre amorosa e affezionata lasciava a suo figlio
un calvario di liti e di dispiaceri da salire.
- Mamma, mamma mia! No, non posso... perdonatemi,
ma non posso obbedirvi! -
Nel suo gelido sudario la madre dovette udire il
lamento doloroso del figlio.
Una benedizione dovette emanare il suo benefico
affetto sulla fronte pensosa dell'uomo.
Egli rientr al castello col cuore meno oppresso,
come sollevato; e gli parve che la grande casa con
le finestre illuminate lo accogliesse affettuosamente.
Dopo tutto, dentro di s, provava una certa soddisfazione;
quel castello era suo. Sposo di Mietta
Darteuil o padre dei suoi figli, egli restava sempre
padrone di Louvigny. Sua madre l'aveva lasciato a
lui, per cos dire.
Perch tormentarsi per quel che bisognerebbe
fare in seguito?
Ora su tutte le cose scendeva la pace, ed era meglio
non sciuparla con riflessioni spiacevoli.
Entr nell'appartamento di sua madre.
I tappeti folti di lana attutivano il rumore dei
suoi passi e davano una piacevole impressione di
morbidezza al suo piede.
Tutto l'apparato funebre era stato tolto, e il letto
vuoto, con la bella coperta di trina di Venezia, troneggiava
civettuolo nella stanza immensa.
Filippo, dopo aver acceso tutti i lampadari, rimase
per qualche momento a contemplare la stanza.
Sopra un piccolo cassettone antico, alcune fotografie:
ritratti dei figli in differenti et, immagini
care alla vecchia contessa.
E Filippo, avvicinatosi, si rivide ragazzetto sulle
ginocchia della madre o a fianco del fratello, appena
pi alto di lui.
Una dolce commozione lo assal.
Gli anni della sua infanzia felice e dell'adolescenza
trascorsa negli studi, sorsero nella sua memoria
sommergendo il presente, con la loro dolcezza
primaverile.
Quanti bei proponimenti formati allora! Quante
speranze folli, quanti entusiasmi inebrianti, quanti
slanci virili, quanti eroici sogni!
Tutto un periodo felice, tutta la giovent!
E tutto quel bel programma, tutta quella ricchezza
per finire in un lutto irreparabile: la perdita della
moglie adorata!
Egli teneva tra le mani una piccola cornice d'argento,
nella quale una bella fanciulla bionda gli
sorrideva dolcemente.
La mano dell'uomo si contrasse su quel ritrattino:
Giacomina! Mia adorata...
Ricordo vivo e ancora doloroso: bench fossero
passati tre anni dalla morte della moglie, egli sentiva
dentro di s e intorno a s lo stesso vuoto, la
stessa disperazione che al momento in cui la giovane
contessa, morta a ventiquattro anni, era partita
per un mondo che molti dicono migliore, ma
che nessuno ha fretta di conoscere.
Per qualche istante, col piccolo ritratto stretto al
petto, egli cerc di rievocare la grazia serena dell'assente.
Ma, mentre il suo pensiero si volgeva verso i fragili
e dolci ricordi della sua effmera felicit, i suoi
occhi restarono fssi su un'altra immagine, quella
di una giovane donna bruna con una capricciosa
aureola di riccioli sulla fronte, e con le labbra atteggiate
a un sorriso un po'triste che pareva illuminare
tutto un mondo misterioso e sconosciuto.
Si chin un poco verso la nuova immagine, riconoscendola.
Poi, per osservarla meglio, l'afferr con
la mano libera.
E senza accorgersene, mentre il suo sguardo restava
fisso sulla donna bruna, con l'altra mano pos
la fotografa della donna bionda...
Lungamente, con curiosit, esamin il ritratto,
senza che la sua volont cosciente collaborasse a
quell'esame.
Inconsapevolmente trovava quella donna cos fine,
cos bella, cos attraente! I suoi occhi non riuscivano
a staccarsi da quei grandi occhi neri cos pieni
di ombre delicate.
Che adorabile visione d'amore!... mormor
senza rendersene conto.
E quelle parole pronunziate a mezza voce gli ridettero
il senso della realt.
Ma questa bambina  deliziosa! ripet, cosciente,
questa volta.
Sorrise con compiacenza al ritratto
Mio fratello  proprio fortunato di avere una
bambina cos!
Si sentiva orgoglioso di quella parentela.
 una gioia possedere una nipotina cos graziosa...
Chiss se le altre due bambine di mio fratello
sono cos belle...
Prendendo una grande fotografa incorniciata,
nella quale spiccavano artisticamente tre testine,
cerc subito la bella brunetta.
Non trovandola, pens:
Che brutta fotografa!... Non  punto somigliante!
Per veder meglio, prese le due fotografe e si avvicin
a una lampada.
Con occhio freddo, inquisitore, esamin ogni fisonomia,
sorpreso di non trovare la minima somiglianza
tra i lineamenti un po'insignificanti delle
tre giovinette e il viso fine di cui aveva ancora negli
occhi la fiamma ardente.
Queste tre bambine non me la ricordano punto.
Nessuna di loro somiglia a questa graziosa brunetta.
E subito si fece questa domanda:
Ma di chi  figlia, allora?
Che fosse una parente?
S, era cos; anzi, doveva essere una parente prossima,
perch era in lutto stretto e camminava in
testa alla famiglia.
Parente di mia cognata, forse?
Ma no! Non sarebbe stata parente prossima, allora.
Non avrebbe tenuto quel posto... Ed ha assistito
anche alla lettura del testamento.
A che titolo?
Una figlioccia di mia madre, forse?
Una certezza s'impose a lui:
Certo deve essere una parente da parte di mia
madre, poich mio zio  andato via con lei.
La propria ignoranza lo divert.
Non capisco veramente chi possa essere; ma
questo prova che non sono molto forte in materia
di parentele.
Rimise a posto le due fotografie e con la mente
volta a un altro pensiero, esclam:
Ci vuole un lutto perch le famiglie si ritrovino
quasi al completo... Chiss perch nella vita
si trascurano cos i parenti? Quella ragazza  certamente
mia parente prossima... e non so nemmeno
come si chiami!
Pens con piacere che lei per lo conosceva.
Si occup di me al mio arrivo come se in casa
fosse padrona lei.
Questo pensiero gli riusc gradito.
Per scusare la sua ignoranza, pens:
Forse avr sentito parlare spesso di me. Certo
doveva essere ancora una bambina al tempo del nostro
ultimo incontro.
E siccome sonava la campana del pranzo, si rec
nella sala, dove era stato apparecchiato soltanto per
lui su un tavolino accanto al fuoco.


Capitolo 2.

Prima di sedersi, Filippo guard l'unico coperto.
- Solo!... Non c' rimasto nessuno, allora! -
disse a mezza voce.
Dietro a lui, impeccabile, il vecchio Giuseppe
teneva la sedia pronta.
- No, signore, non c' rimasto nessuno. Tutti
avevano fretta di andarsene.
- Questa casa  cos vuota, mio povero Giuseppe,
cos vuota!...
- S... non siamo ancora abituati a vivere senza
la povera padrona.
- Spero che voi resterete qui, non  vero? Non
bisogna abbandonare le vecchie mura, amico mio.
- Il signor conte pu fare assegnamento sulla
mia fedelt... Dove andremmo, del resto, noi vecchi?
Ho visto crescere il signor Filippo e suo fratello,
e non potrei vivere senza continuare a vederli.
- Ma io non rester a lungo qui. -
Cos parlando, si era seduto a tavola senza grande
entusiasmo.
- Puoi servire, non ho punta fame.
- Il signor conte parla di ripartire. Louvigny
non sar dunque pi abitato?
- Qualche settimana ogni anno, forse. Non so
quali disposizioni prender l'erede.
- Non  il signor conte il padrone qui?...
- Eh, no, vecchio mio! Io sono soltanto il principe
consorte! In teoria, Louvigny appartiene a mia
moglie, alla mia seconda moglie.
- Ci che  della signora contessa  del signor
conte, - disse l'uomo con filosofia.
- In questo caso, Giuseppe, credo che tu abbia
torto.  cosa da vedere... da vedere! -
Servita la minestra e versato il vino, il vecchio
servitore rimase in piedi accanto al giovanotto.
- Ho apparecchiato come desiderava la signora
contessa quando mangiava qui Ella preferiva questo
angolino, e diceva che si sentiva spersa alla tavola
grande.
- Come? Mia madre, cos ligia all'antico cerimoniale,
aveva dunque cambiato abitudini?
- Ah, no! - rispose il vecchio. - La madre del
signore non avrebbe mai acconsentito a mangiare
qui... cos!
- Ma dicevi che...
- Parlo della signora contessa... della contessina,
come la chiamavano tutti gli amici della vostra
signora mamma. -
Filippo, dalla sorpresa, inghiott un boccone di
traverso e fu sul punto di soffocare:
- La contessina... la contessina... Ma di chi
parli?
- Della contessina Mietta d'Armons.
- Come, tu la conosci?  stata qui?
- Molte volte. Anzi, tutti le volevano bene ed
erano contenti di vederla arrivare.
- Mia moglie?
- Diamine, signor Filippo! La vostra cara mamma
non perdeva un'occasione per incontrarsi con
sua nuora. -
La fronte di Filippo si rabbuiava visibilmente.
Doveva ancora sentir parlare di quella donna!
Il vecchio Giuseppe era l'uomo di fiducia della
defunta contessa: questa doveva avergli affidato
qualche incarico riguardo al giovane conte.
A un tratto Filippo si decise; era meglio sentire
subito ci che il vecchio servo doveva dirgli, altrimenti
avrebbe ricominciato il giorno dopo.
Respinse il piatto nel quale restava ancora met
della minestra e, accomodandosi nella sedia, alz
la testa verso il vecchio e disse bruscamente:
- Su, coraggio! Che cosa ti raccomand di dirmi,
mia madre?
- Niente, signor conte... - balbett il vecchio
spaventato dall'espressione di Filippo. - La signora
contessa non m'incaric di nessuna commissione.
- Tu parlavi di mia moglie...
- Che  la creatura pi degna e pi buona della
terra.
- Davvero? - fece il conte con ironia. - Le
hai trovate da te, queste frasi? -
Il vecchio scosse la testa:
- Capisco, io non so parlare... ma il signor
conte s'informi, e tutti gli diranno che la contessina
era il sole della vecchia casa... ella aveva sempre
una parola gentile per tutti.
- Naturalmente! E fu mia madre ad insegnarti
questa lezione?
- Io dico quello che penso: non era necessario
che la signora contessa mi suggerisse queste parole.
- Allora sar stata l'altra! - esclam Filippo
con impazienza.
Giuseppe guard il conte inquieto
- L'altra? - ripet tremando.
- Parlo della contessa, della contessina. Su, spiegati!
- Ma... niente... signor conte. Ritiro tutte le
mie parole; nessuno mi ha incaricato di parlare al
signor conte.
- Nessuna commissione n raccomandazione?
- Niente, niente!
- Davvero?
- Cio...
- Ah, ci siamo!
- Quando la signora  andata via poco fa...
- Come poco fa...?
- S, poco fa, dopo la cerimonia...
- Era qui? -
C'era tanto stupore in questa esclamazione, che
il servitore rest interdetto.
- Su, rispondi! Era qui?
- S, signor conte.
-  strano! Non mi era venuta l'idea che ella
potesse esser qui.
- Era il suo posto, del resto, signor Filippo.
- Gi, certo; non ci avevo pensato. Dunque?
- Non so pi quel che volevo dire al signor
conte.
- Quando  andata via ti ha incaricato di una
commissione per me?
- Oh, questo no, lo giuro!
- Ma come?... Hai detto prima, che quando 
andata via...
- Poco fa.
- S... ebbene, poco fa?...
- Mi ha incaricato di occuparmi del signore.
- Di occuparti di me?
- Di non lasciarlo solo, coi suoi tristi pensieri...
di servire il signore qui e non alla tavola grande...
Insomma, di fare come quando il signore era piccino...
perch non si sentisse troppo solo.
- Oh, quante attenzioni! - egli disse ironico.
- Quanta premura! -
E, levando gli occhi sul vecchio:
- Allora  per eseguire gli ordini della signora
Darteuil d'Armons che mi tieni compagnia, stasera,
non  vero?
- Oh, signor Filippo, anche se vostra. .. se la
signora contessa non me l'avesse raccomandato...
non avrei resistito al bisogno di offrirvi i miei servigi...
di chiedere vostre notizie. Ero qui quando
nasceste, signor Filippo, e v'insegnai a fare i primi
passi con la mia povera moglie che aveva l'incarico
di portarvi fuori quando la signora Brunard
era occupata con vostra madre.
- Non lo dimentico, mio vecchio Giuseppe, -
disse Filippo commosso da questo ricordo, alla luce
di quella giornata piena di tante emozioni. - E
sono contento che tu sia qui, - riprese con lo stesso
tono benevolo. - Hai ragione, mi sento tanto
solo, stasera.
- La signora contessa non sarebbe dovuta andar
via... Il signor conte vorr scusare questa osservazione,
ma stasera era troppo presto.
- Meglio cos. Ti assicuro che  preferibile... -
Successe un silenzio durante il quale Filippo pens
quale impaccio ci sarebbe stato tra loro se ella
non avesse avuto la buona idea di ripartire subito.
Altri servi intanto erano venuti per portare il resto
del pranzo.
Quando furono di nuovo soli, Filippo chiese:
-  arrivata stamattina?
- Il signore parla della signora contessa?
- S,  stato stamani...
- No, la signora contessa non ha lasciato il castello
da dieci giorni.
- Siamo stati tutti e due sotto lo stesso tetto e
io non l'ho vista.
- Oh, il signor Filippo deve averle parlato per
forza;  lei che si  occupata di tutto.
- Ma se non l'ho neanche vista!
- Eppure, signore, era lei che apriva il corteo
femminile. -
Questa volta Filippo si maravigli davvero.
- Non capisco. Quale era?
- Si trovava di fronte al signor conte alla porta
della chiesa e al cimitero.
- Non ci ho fatto attenzione.
- Quella brunetta... -
Egli sussult:
- Quale brunetta? -
Fece questa domanda quasi con ira, perch quel
qualificativo di brunetta gli aveva fatto tornare
in mente la graziosa fanciulla che aveva tanto a
lungo attirato la sua attenzione.
E, siccome la donna che portava il suo nome non
aveva niente in comune con quella bella ragazza,
l'idea del ravvicinamento che quella descrizione
della brunetta lo costringeva a fare, gli sembr
un sacrilegio.
Il domestico non indovin ci che accadeva nell'animo
del giovanotto.
- Il signore era tanto addolorato, in questi giorni,
che non ha osservato niente n visto niente.
- S, la mia mente era lontana dalla signora Darteuil-d'Armons.
- Oh, non c' da stupirsene, dopo un colpo
simile! -
Ma il pensiero di Filippo si era fermato sulla fanciulla
bruna.
- Poco fa tu parlavi di una brunetta. Ce n'era
una qui in questi giorni molto bella, che non ho
potuto riconoscere... L'avevo presa per la maggiore
delle mie nipoti, ma mi devo essere sbagliato.
- Le signorine del signor Carlo vennero ieri l'altro
a vegliare la nonna. Stamani hanno assistito ai
funerali per ritornare subito vicino alla loro madre.
- Appunto; dunque non si tratta di una di loro.
Allora dimmi: quella ragazza bruna, fine, bella...
con gli occhi neri immensi... Era in lutto stretto.
Non capisci di chi voglio parlare?
- Una giovane molto piccola?
- S, una bambina, ancora.
- Oh, no! Una donna.
- Una fanciulla graziosa. -
Il vecchio guard il suo padrone esitante:
- Diamine... non vedo... salvo che non sia la
signora contessa.
- Ti dico una fanciulla graziosa, anzi graziosissima! -
Questa volta tocc al domestico a restare sorpreso.
Questi si gratt la testa imbarazzato.
- Il signor conte vuol forse parlare della giovane
signora che  andata via col signor di Louvigny?
- S, proprio di quella.
- Ebbene...  la stessa.
- La stessa?
- La signora contessa.
- Quale contessa?
- Quella del signor conte... Vostra moglie, perbacco!
- Che cosa dici? -
Bruscamente Filippo si era alzato in piedi. Tutto
il suo essere fsico e morale si ribellava contro la
supposizione inverosimile.
- Non ne vedo altre, - spiegava lentamente il
domestico accorgendosi che il viso del suo padrone
era molto turbato. - No, certo, non mi sbaglio.
Lo zio del signore  andato via con la moglie del
signore, con la signora Mietta, perbacco!
- Tu ti sbagli, amico mio! Tu confondi! Quella
piccina non  mia moglie, non  mai stata la contessa!
-  quella che la nostra povera padrona chiamava
sua nuora...
-  impossibile!
- Eppure  proprio lei, poich il signor Carlo
la chiama sorella, e tutti i familiari la considerano
moglie del signor Filippo.
- Mia moglie!
- Anche poco fa, davanti al notaro, ella era presente
insieme coi due figli della defunta. -
Un'espressione di smarrimento pass negli occhi
di Filippo.
Questa volta cominciava a capire... intravedeva
la terribile verit.
Gli pareva che una mano di ferro gli stringesse
la gola, che una morsa acuminata gli penetrasse
nel petto per schiacciargli il cuore.
Non pot parlare per qualche minuto.
Nel suo cervello, mille pensieri di ogni specie cozzavano
tumultuosamente.
Ma quello che pi degli altri l'ossessionava era
il ricordo delle parole da lui pronunziate dopo la
lettura del testamento.
Con un gesto smarrito si port le mani alla testa
che pareva gli si spezzasse.
- Non riesco a capacitarmi, - disse infine con
voce spenta. - Quella persona non somiglia affatto
alla donna che sposai... e non credo che sia possibile
un tale cambiamento in due anni e mezzo.
- Io posso soltanto affermare ci che diceva la
nostra cara padrona.
- S, Giuseppe, tu sei sincero e io ho fiducia in
te. Ma noi non ci siamo intesi: il nostro pensiero
si svia. Tu mi parli di una donna, e io penso a
un'altra. Sali su al primo piano, va'in camera di
mia madre; sul cassettone ci sono alcune fotografie.
Se c' quella di mia moglie, della mia seconda
moglie, portala gi.
- S, signor Filippo, il ritratto della contessina
c' e ve lo porto subito. -
Mentre il servitore si allontanava, Filippo appoggi
i gomiti alla tavola.
Provava un'impressione di vuoto intorno a s.
Una catastrofe era nell'aria, senza che egli potesse
fare un gesto per sfuggire al pericolo.
Mio Dio! Se fosse vero! mormor con un gemito.
Senza il suo ridicolo contegno del pomeriggio,
con quanta gioia avrebbe accolto un simile colpo
di scena!
Ma ora vedeva soltanto l'irreparabile sciocchezza,
il suo errore vergognoso.
Mietta Darteuil, bella, gli appariva come un ineluttabile
castigo.
Gli pareva d'impazzire al ricordo delle parole
roventi con le quali aveva sferzato la donna.
Ed ora colei che egli disprezzava gli si rivelava
sotto quella forma.
Ah, no, che non sia lei! Mio Dio, non permettete
che sia lei, lei che io ho ripudiata e insultata
pubblicamente.
- Ecco, signor conte. -
Lo sguardo stravolto di Filippo incontr gli occhi
affettuosi di Giuseppe e vi lesse la sua condanna.
Con mano tremante, prese il quadretto che l'altro
gli porgeva.
Non aveva pi bisogno di guardare. Dal fremito
di tutto il suo essere sapeva quale immagine sorridesse
tra le sue dita.
- Mietta! - esclam. - Mietta d'Armons! -
Per la prima volta quel nome son dolcemente
sulle sue labbra.
- E tu dici che questa signora...
-  la signora contessa.
- Mia moglie!... - egli mormor come in un
sogno.
- La moglie del signor conte. -
Filippo guardava il ritratto, e un'ebbrezza lo invadeva
dinanzi a quel viso radioso.
Con gli occhi fissi in quelli della fotografia, cerc
di ritrovare l'espressione che dovevano aver avuto
poco prima.
Suo zio aveva detto:
Tu bestemmi! Non si pu esser pi sciocco e
pi ridicolo...
Ella sorrideva... dolcemente... maliziosamente.
Era ironia... era disprezzo? Non lo sapeva. Ella
sorrideva, questo solo ricordava.
E nel salone austero, davanti al notaro?
Aveva parlato di matrimonio mostruoso con una
donna impossibile... una creatura disgustosa e allucinata...
una misera cosa informe...
Anche allora, ella aveva sorriso, con lo stesso misterioso
sorriso del ritratto.
Questo matrimonio dovrebbe essere annullato,
ella aveva affermato.
Scoppi in una risata che parve un singhiozzo.
Via, a che scopo analizzare tutto ci? Egli aveva
giocato e perduto. Doveva mostrarsi almeno buon
giocatore sino alla fine.
S, questo matrimonio doveva essere annullato.
Sua madre gli aveva scritto una volta che Mietta
Darteuil offriva dei milioni per riavere la sua libert.
Dunque, anche senza la scena ridicola di poco
prima, il suo matrimonio non sarebbe di certo andato
avanti.
C'era forse qualcosa di cambiato tra loro?
Brutta o bella, egli aveva voluto che Mietta restasse
un'estranea per lui...
E lo era, ecco tutto... e resterebbe tale, com'era
logico!
Ma l'immagine che gli sorrideva non aveva un
aspetto arcigno: era la bella brunetta ch'egli aveva
tanto ammirata in quei giorni.
E il suo sorriso pareva dicesse:
Non credi che avremmo potuto esser felici, noi
due?
Fece un'altra risatina... pi secca, pi aspra.
- Mia moglie  bella! - disse infine parlando
ad alta voce senza accorgersene.
- Ah, certo! La contessina  bella! -
La voce del vecchio lo fece trasalire.
Lo guard, e preso a un tratto da un bisogno di
confidenza, spieg:
- Vecchio mio, c' da diventar pazzi!  spaventoso!
Non l'ho riconosciuta e nessuno mi ha
avvertito... Le ho detto delle cose...  una vera
catastrofe!
- Il signor Filippo avr parlato della... della
signora Giacomina?
- S, un poco... ma se non fosse che questo!
- Forse, a causa del testamento della signora
contessa?
- S, anche, ma c' ancora di peggio.
- Diavolo! Il signor conte a volte scriveva delle
lettere aspre a sua madre. Che il signor Filippo mi
perdoni se io so, ma la signora contessa mi confidava
qualche volta... le sue preoccupazioni.
- Ebbene, Giuseppe, immaginati che poco fa
ho detto cento volte pi di quello che non ho mai
scritto.
- E... e stasera il signor Filippo pensa... il
signor conte trova... insomma, il signore giudica
che la contessina non doveva sentire... sapere...
- Ma ella non meritava nessuno dei miei rimproveri,
vecchio mio!
- Perch  bella?
- Perch  lei... lei per l'appunto. Se fosse stata
un'altra, ugualmente bella e simpatica, perch sulla
terra ce ne sono tante di belle donne, e se ne
incontrano spesso...
- Se fosse stata un'altra?...
- Ebbene, non m'importerebbe nulla di aver
parlato cos. Al contrario, troverei comica la cosa;
ci riderei sopra, forse. -
Lo sguardo del vecchio si pos intenerito su Filippo.
- S, con un'altra sarebbe divertente.
- Molto. Dire a una bella donna che  mostruosa,
informe,  davvero comico, poich il suo specchio
le dice il contrario.
- Ma con la moglie del signor conte... -
Il viso del giovanotto si contrasse di nuovo.
- Con Mietta... Mietta sotto quest'aspetto -
egli additava la fotografia - non  la stessa cosa.
Da tre giorni ho questa fanciulla sotto gli occhi;
ella  cos graziosa... e io sono disperato della mia
balordaggine, della mia ridicola balordaggine ...
- E poco fa il signor Filippo... dopo il trasporto...?
- Nel salone, davanti a tutta l'assemblea riunita!
- Forse la cosa non  tanto grave.
- Perch?
- Prima di salire in automobile, la signora contessa
mi ha detto di aver cura del signor conte e
di non lasciarlo solo, stasera... Vuol dire che non
era tanto in collera col signore per ci che egli
aveva detto, se pensava al suo benessere. -
Il giovanotto fu colpito dall'osservazione del servo.
Rest pensoso per un attimo, poi rivolse un tenero
sorriso al ritratto.
- Hai ragione; forse  meno crudele di quel che
io merito. -
E bruscamente, tendendo il bicchiere:
- Dammi del vino. Sono eccitato, stasera, e vorrei
potermi stordire per non pensare pi. -
Il vecchio obbed con premura, ma il bicchiere
rimase pieno.
Col gomito appoggiato alla tavola, gli occhi fissi
nel vuoto, Filippo seguiva qualche fugace visione,
forse quella di un robusto vegliardo chino su una
minuscola compagna, al quale egli aveva detto:
Divertitevi, vi cedo il boccone... buon appetito!
Sarete accolto come un dio... e, credetemi,
vi cedo il posto senza rimpianto e senza gelosia.
E il ricordo di quelle parole doveva contenere
dei quadri pi o meno attraenti, poich sulla fisonomia
mobile del conte un sorriso allegro successe
a un corrugar di sopracciglia, subito cancellato da
un'espressione d'inquietudine che fin in una smorfia
di dolore.
 
Capitolo 3.

La mattina dopo, appena desto, dopo una notte
agitata, Filippo chiam l'uomo di fiducia di sua
madre.
- Giuseppe, tu devi darmi alcune informazioni.
Da quanti giorni era qui la contessina?
- Da una diecina circa.
- Chi l'aveva informata dello stato di salute di
mia madre?
- Lo zio del signore, con un telegramma.
- Di dove veniva?
- Da Parigi.
- In casa di chi vive a Parigi?
- Vive sola.
- Come? Ha casa per conto suo?
- S. La nostra povera padrona fu ospite sua
diverse volte... -
Filippo rifletteva.
- Mi sembra, infatti, che mia madre mi parlasse
di questo... Cercher nelle sue lettere. Sono
gi diversi mesi?
- Un anno almeno.
- Infatti... forse un anno. Ne conosci l'indirizzo?
- Il signore lo trover nella scrivania. La povera
signora, che aveva un po'perso la memoria
aveva cura di annotare tutte le informazioni.
- Bene e... -
Il conte esit; poi, a un tratto:
- E su mia moglie, sulla sua vita, sai niente di
particolare?
- Sulla signora?
- Sulla sua moralit, sul suo tenore di vita. -
Imbarazzato, il servo si scus:
- Il signor conte deve capire che non mi permetterei
mai... -
Ma Filippo lo interruppe:
- Senti, Giuseppe: arrivo dall'Egitto dopo trenta
mesi di assenza. Non so niente, non sono informato
di niente. Se ci fosse mia madre, mi direbbe
subito ci che voglio sapere. Non essendoci lei, chi
vuoi che io interroghi?
- Sono l'umile servo del signor conte.
- Mia madre ti teneva informato di tante cose,
non  vero?
- Il signore m'interroghi.
- Hai visto come ieri mi resi involontariamente
ridicolo di fronte alla contessa. Non la riconobbi e
peccai per eccesso di franchezza... Domani, ignorando
qualche altra cosa, posso commettere qualche
nuovo sbaglio. Parlami dunque di mia moglie,
poich, nonostante il mio allontanamento e le mie
aspirazioni, il legame coniugale sussiste. Che io conosca
almeno un poco colei che porta il mio nome!
- Lo dissi anche ieri al signor conte: la signora
d'Armons pensava un gran bene di sua nuora.
- Che carattere ha?
- Allegrissimo, credo... La signora contessa si
era un po'preoccupata perch la contessina era alquanto
mondana... Il suo nome era nei giornali...
Ella doveva prender parte a tutte le feste a Parigi.
- Infatti, ricevei in Egitto alcuni articoli sottolineati.
- Ma credo che la povera signora non si spaventasse
troppo per questi articoli. Infatti, ella diceva
spesso: Mia nuora  giovane; la giovent ha
diritto di divertirsi, e quella cara figliuola deve rifarsi
di tanto tempo perduto!.
- Dunque mia moglie cercava di rifarsi del tempo
perduto?
- Non credo che la nostra contessina abbia fatto
niente di male divertendosi: vi  tanta purezza nei
suoi occhi.
-  inutile che tu la difenda: io non l'accuso. -
Il tono secco del giovanotto fece ammutolire il
vecchio; ma Filippo riprese il suo interrogatorio:
- Le sue conoscenze?... Dei nomi? Mia madre
non faceva mai nessun nome?
- S, la baronessa di Montavel. La signora Mietta
viaggi con lei per molti mesi in Francia e all'estero.
- Questa baronessa  giovane?
- No, piuttosto vecchia. Ella ha un figlio. .. o
un nipote: Roberto di Montavel, un signore molto
perbene. La signora contessa stimava molto la baronessa.
- E il figlio?
- Credo che fosse lui a consigliare la signora
d'Armons a chiedere il divorzio... Il signor Filippo
sapr che sua moglie desiderava...
- S, di riprendere la sua libert. E mia madre
diceva...
- L'anno scorso...
- No, qualche mese fa... che il giovanotto...
- Avrebbe accettato con gioia la successione del
signor conte. -
Filippo sopport il colpo, senza che un muscolo
del suo viso trasalisse; eppure sentiva il cuore battergli
nel petto a gran colpi precipitati.
- E mia madre non s'impensier di questo signor
di Montavel?
- No. Del resto egli dov allontanarsi da sua
nonna: la signora Mietta mise su casa, si prepar
una vita libera, indipendente, ma molto dignitosa,
come diceva vostra madre.
- Il domicilio a Parigi coincideva forse con l'allontanamento
di quel signore, - mormor Filippo
tra s.
- Non credo che nessuno abbia influito sul desiderio
d'indipendenza della signora Mietta, - insist
il vecchio servo. - La signora contessa affermava
che sua nuora era irreprensibile sotto tutti i
rapporti.
- Mia madre era molto indulgente.
- No; la signora era molto severa sulla condotta
dei suoi... e adorava sua nuora che univa a tanto
candore e giovent, una vita impeccabile e dignitosa,
pur essendo molto elegante. -
Un sorriso illumin il viso di Filippo.
- Mia moglie ha saputo stregarvi tutti! -
Era felice delle affermazioni del vecchio servo,
ma dentro di s sentiva il dubbio sussistere.
- Il signor Filippo potrebbe avere altre informazioni
da Martina Boulin. La vecchia nutrice accompagn
per molto tempo la nostra contessina nei
suoi viaggi.
-  vero.
- Il signore potrebbe anche andare al Picco di
Montavel.
- Che cos'?
- Il castello della baronessa. La signora Mietta
vi abit per molto tempo e la povera contessa la
rivide l per la prima volta.
- Andr anche l. Ed  tutto? Non hai altro da
dirmi?
- No davvero. E sarei addolorato se una mia parola
avesse potuto nuocere alla signora contessa...
Se osassi, vorri dire al signor conte...
- Che cosa?
- Che, poich la nostra cara padrona giudicava
sua figlia perfetta e irreprensibile, sarebbe meglio
non cercare...
- Finisci, via! Sai qualcosa? -
La violenza di Filippo prorompeva a un tratto
senza ritegno.
Il vecchio chin la testa:
- No, no, non so niente! Sono un vecchio asino
a parlare cos, ma mi sembra che un giovane marito
che ha forse dei torti, farebbe meglio a cercare
dei punti di ravvicinamento, piuttosto che dei
motivi di separazione. -
Filippo alz le spalle e disse:
- Non credo che sia possibile trovare dei punti
di ravvicinamento.
- Oh! Se il signor conte volesse...
- Allora vuol dire probabilmente che io non
voglio.
- Ci non va bene, signor Filippo, - disse con
gravit il vecchio servo.
- Invece - prosegu l'altro sullo stesso tono -
credo che sarebbe molto elegante, ora che so che
mia moglie  bella... s, sarebbe un bel gesto offrirle
la libert, quella libert che le negai un anno
fa quando la credevo brutta e spiacente. -
Parlava a voce bassa... calmo, come se discutesse
un progetto.
- Se c'entra di mezzo l'amor proprio, allora 
finita! - borbott il vecchio, sconvolto dalle riflessioni
del conte.
- Che cosa vorresti dunque che ci fosse tra la
contessa e me?
- L'amore, senz'altro. -
Filippo ebbe un sorriso stanco.
- Impossibile, vecchio mio; mia moglie mi detesta.
- Oh! Il signore non  un tipo a cui una donna
possa restare indifferente.
- S, quando si tratta di una questione di principio...
e questa  radicata in mia moglie quanto
era in me la repulsione per lei fino ad oggi.
- Ma, signor Filippo, che cosa vi fa supporre
una cosa simile?
- Una lettera... una semplice lettera che ella
mi scrisse qualche mese fa. L'ho riletta stanotte,
e ti assicuro, caro Giuseppe, che non lascia davvero
sperare in un accomodamento.
- Quando la scrisse, la signora non conosceva
il signor conte, mentre ieri, lasciando Louvigny,
si preoccupava del benessere del signore. -
Il conte dette un colpetto amichevole sulla spalla
del vecchio.
- Tu faresti sorridere un moribondo. Non mi
parrebbe vero che tutto si accomodasse secondo
i desiderii della mia cara mamma, credilo!... Soltanto,
prevedo pi facilmente una sconfitta e, siccome
tu sei un buon vecchio e non voglio ingannarti,
ti consiglio di non illuderti troppo sul buon
successo del tuo padroncino.
- Ah, signor Filippo, mi auguro, faccio voti...
- Fa'la valigia, invece! Parto tra poco...
- Di gi!
- Ho tante cose a cui provvedere.
- Il signore va da suo zio?
- A fare che cosa?
- La signora Mietta  da lui...
- Ragione di pi per andare... altrove.
- E il signor conte ritorner?
- Un giorno, forse.
- Come? Il signore se ne va per molto tempo? -
Il giovanotto fece un gesto evasivo.
- Mia madre non c' pi... - disse con tristezza.
Dopo aver riflettuto, aggiunse con un sorriso:
- E mia moglie non c' ancora. -
Un'ora dopo, Filippo prendeva il treno alla stazione
vicina al castello.
Mentre il vecchio Giuseppe, che aveva voluto accompagnarlo
al treno, lo aiutava ad accomodarsi
nello scompartimento, Filippo lo afferr affettuosamente
per le spalle:
- Augurami buona fortuna, vecchio mio! Non
so neanche ci che vado a cercare, ma so ancora
meno ci che trover. In ogni modo, credo che, se
ella vorr, mi rivedrai presto qui. Altrimenti, dimmi
addio. Ti scriver dall'altro capo del mondo. -
Gli occhi del servitore si riempirono di lacrime.
- Signor Filippo, non  possibile che non debba
rivedervi pi... In nome del Cielo! E pensare che
non lo posso impedire! Se la signora contessa fosse
qui...
- Mia madre non potrebbe farci nulla. Noi siamo
un giocattolo nelle mani del destino, mio povero
Giuseppe. Lasciai la Francia per sfuggire una
donna che non volevo conoscere... e forse andr
ancora pi lontano per sfuggire il suo ricordo, ora
che l'ho conosciuta. Su, abbracciami, vecchio mio,
e scappa. Il treno parte.
- Arrivederci, signor Filippo. Scrivetemi.
- Arrivederci, Giuseppe, e aspettami a Louvigny.
- Certo, signore... -
Dal finestrino, Filippo vede il servitore asciugarsi
gli occhi e soffiarsi con forza il naso. Allora gli fa
un ultimo cenno di addio.
Poi, buttandosi un po'nervosamente a sedere al
suo posto, pensa mordendosi le labbra:
 stata la morte di mia madre... o il mio incontro
con la contessa?... Non sono mai stato cos
commosso come in questi due giorni! Non mi riconosco
pi; c' mancato poco che non piangessi
dicendo addio al vecchio Giuseppe.


Capitolo 4.

Quando il conte fu partito, il vecchio servo ritorn
pensieroso al castello. Aveva la vaga intuizione
che le cose non sarebbero andate secondo i
suoi desiderii, se non le avesse aiutate.
E, dopo una mezz'ora d'indecisione, Giuseppe
dette ordine all'autista di preparare l'automobile
per condurlo dallo zio di Filippo.
Non era ancora mezzogiorno quando il vecchio
giunse alla villa di Sergio di Louvigny.
E subito chiese della contessina.
- La signora d'Armons  nella serra a cogliere
i fiori, - gli rispose Lorenzo, il cameriere, accorso
al suono della tromba dell'automobile.
Giuseppe si avvi verso la costruzione a vetri che
l'altro gl'indicava da lontano.
Purch la trovi sola! pensava Giuseppe che si
sentiva gi imbarazzato e si pentiva quasi di esser
venuto. Come diavolo accoglier questo mio passo?
Si grattava la testa tutto impacciato di trovarsi
l. Certo, se l'avessi incontrata per caso, sarebbe
stata un'altra cosa. Si comincia a parlare...
una parola tira l'altra... e, alla fine, si dice quel
che si vuol dire. Ma, fare due ore di macchina per
venire dalla padrona e dirle... Brrr! C' caso che
la contessina mi mandi al diavolo... se poi non va
anche in collera... Perbacco! Farei quasi meglio
a ritornare di dove son venuto senza vederla...
Per, cos parlando tra s, il brav'uomo aveva
continuato a camminare e, proprio mentre stava
pensando a ritornare indietro, la porta della serra
si apr e apparve Mietta.
- Guarda chi c'! Giuseppe! Come mai qui?
- Arrivo in questo momento, signora contessa,
- balbett il servitore.
- Che cosa  accaduto?  accaduto qualcosa a
Louvigny? -
Facendo questa domanda, Mietta pensava al conte
che aveva lasciato laggi.
- No, tutto va bene, - balbett Giuseppe, cercando
una scusa per giustificare la sua presenza.
A un tratto gli venne un' idea, e con disinvoltura
disse:
- Tutto va bene, ma la signora contessa  andata
via senza lasciare ordini.
- Ordini? Per far che cosa?
- Diamine! Per continuare la vita al castello...
o per chiuderlo e licenziare il personale inutile.
- Il conte d'Armons prender le disposizioni
necessarie.
- Ma il conte  partito stamattina senza lasciar
detto niente.
- Partito? - fece la giovane donna stupita. -
E dov' andato?
- Mi  parso di capire che il padroncino dovesse
vedere alcune persone in Francia, prima di ripartire.
- Ripartire?
- Non so nulla di preciso, ma il signor Filippo
ha parlato di espatriare per sempre. -
Il viso di Mietta si alter.
Come? Filippo pensava di ripartire per sempre
senza che ci fosse la minima spiegazione tra loro...
una spiegazione naturale, del resto! Che strano marito!..
E ora, dopo averla trattata tanto male, le
avrebbe fatto anche questa ingiuria?
- Si propone di andar via per sempre, avete
detto?
- Lo temo, signora contessa. Ho accompagnato
il padroncino alla stazione; era taciturno e sembrava
molto preoccupato.
- Ma perch questa partenza improvvisa? Credevo
che sarebbe restato qualche tempo a Louvigny.
- Lo credevo anch'io... - mormor il vecchio
con reticenza, come se non osasse dire di pi.
Quel contegno insospett Mietta che lo interrog
come desiderava.
- Vediamo: ieri dopo la mia partenza venne
qualcuno a trovare il conte?
- No, nessuno, che io sappia.
- Allora una lettera, un telegramma?
- No, niente! Il signor Filippo and a visitare
la tomba di sua madre, poi and in camera della
povera signora. Le fotografe di famiglia lo rattristarono, e la sera a pranzo il signore era molto depresso...
specialmente quando seppe che la signora
era sua moglie... pare che egli non l'avesse riconosciuta...
La signora mi perdoni se dico queste
cose che forse non dovrei dire. -
La curiosit di Mietta era risvegliata, e Giuseppe
non aveva pi bisogno di stuzzicarla.
- No, non mi aveva riconosciuta, questo  certo;
ma allora, come seppe?
- Fui io, signora contessa.
- Foste voi che...
- S, non credevo di far male. Forse non avrei
dovuto... ma il signor conte voleva sapere tante
cose... mi faceva tante domande.
- Su chi? Non su me?
- S, sulla signora...
- Via, raccontate chiaramente le cose. Non ci
capisco niente. Che cosa voleva sapere il signore?
- Il signore m'interrogava sulla signora... cio,
sulla bella brunetta che era andata via con suo zio.
Egli voleva conoscere il suo nome, la sua famiglia...
aveva degli occhi cos belli, una carnagione,
una figurina, un viso incantevole! Insomma, il signor
Filippo aveva trovato la signora di suo gusto...
l'ammirava senza sapere il legame... Credeva
che fosse una sua parente. Il pi buffo  che il signor
Filippo si era, si pu dire, innamorato della
signora a prima vista.
- Oh! - protest Mietta arrossendo senza volerlo.
- Sicuro! Bisognava vedere la disperazione del
signor Filippo quando seppe la verit. A quel che
sembra, aveva detto delle cose, delle cose!... Era
furibondo contro se stesso e sembrava pazzo!
Non so raccontare, io! Soltanto capii che era addolorato,
e il pranzo rest intatto... non mangi pi
un boccone. Informarsi di una bella brunetta e sapere
che era sua moglie... anzi, era stato proprio
a causa della presenza di quella bella e simpatica
ragazza che egli aveva detto male dell'altra... per
far mostra di esser libero, senza nessun legame. -
Il vecchio Giuseppe ci ricamava sopra e raccontava
tutto quel che gli veniva in mente, felice di
vedere il viso di Mietta brillare dal piacere.
Perch niente poteva riuscire pi gradito a Mietta
di quel racconto.
I suoi occhi scintillavano dalla gioia: finalmente
l'orgoglioso Filippo conosceva il vero viso di colei
che aveva sposata.
Non era pi un essere ributtante, una misera prigioniera
trasandata, senza vesti. Ora Filippo sapeva
che colei che aveva respinta e disprezzata era degna
d'ispirare l'amore di un uomo.
E Mietta non aveva mai osato sperare una cos
bella rivincita.
Filippo innamorato di lei! Filippo infelice per
lei, per causa sua! Oh, che bella vendetta!
Una gioia deliziosa l'aveva invasa.
La sua commozione era cos forte, che le vennero
le lacrime agli occhi.
Ma non voleva piangere! Era troppo buffa! Innamorato
di lei I Allora scoppi in una risata, una
risata fresca, giovanile, vibrante di trionfo.
Filippo l'amava! Filippo soffriva per lei!
E disse tra s:
Eppure non sono cattiva; ma  tanto bello pensare
che il conte  infelice... a cagione di colei che
egli disprezzava tanto.
La vita, che le riserbava questa rivincita, le parve
pi bella.
Vedendo che l'uomo la guardava, sorpreso da
quella gioia di cui cercava di capire il significato,
Mietta si riprese, non volendo che sospettasse la
causa della sua soddisfazione.
E ricominci a interrogare Giuseppe: voleva saper
tutto, ed egli dovette ripetere il racconto fin
dalle prime parole pronunziate da Filippo.
Il vecchio rispondeva con compiacenza, guardandosi
bene dal dire una parola che potesse nuocere
al conte, ma indugiando a lungo su tutto ci che
credeva atto a toccare il cuore della giovane donna.
- Ecco, signora contessa, - egli concluse -
perch stamani ho accompagnato il signore alla
stazione senza che egli abbia pensato a lasciarmi
gli ordini riguardo a Louvigny.
- Prima di partire non vi ha detto niente di
particolare?
- No. Gli ho detto arrivederci. Mi ha risposto
che questo dipender dalla signora contessa... con
lei, certo; senza lei, mai!
- Oh, mai! Allora questo  un ricatto! - disse
ridendo.
- Come le sue ultime parole vedendomi sconvolto
all' idea di un ritorno cos problematico: Noi
siamo un giocattolo nelle mani del destino, mio povero
Giuseppe. Lasciai la Francia per sfuggire una
donna che non volevo conoscere... e forse andr
ancora pi lontano per sfuggire il suo ricordo, ora
che l'ho conosciuta!. -
Queste parole ebbero il dono di sconvolgere Mietta.
Le parve che una morsa di ferro le stringesse la
gola, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.
No, non voleva intenerirsi per suo marito tanto
colpevole verso di lei; ma la sua gioia era caduta
all'improvviso, e sentiva che una buona crisi di
pianto le avrebbe fatto bene.
Non spiegandosi l'insistenza di quel malessere,
pens che ci che l'addolorava fosse l'idea che se
Filippo se n'andava per sempre ella avrebbe perduto
la sua preda.
- Volete molto bene al vostro padrone? - domand
a Giuseppe.
- L'ho visto nascere, signora.
- E vi augurate che resti in Francia?
- Oh, signora,  il mio desiderio pi vivo...
Specialmente se il padroncino venisse ad abitare
Louvigny insieme con la signora contessa. Si vedrebbero
ancora delle testine bionde nel vecchio
castello, e si sentirebbero trillare risate argentine
di bimbi nella piccola carrozza con l'asino che io
farei passeggiare come una volta nei bei viali del
parco. -
Questa rievocazione del vecchio fece di nuovo
scorrere una lacrima sulla guancia della giovane
donna. Ma via! Com'era nervosa, quel giorno!...
La gioia di toccare con mano la rivincita da tanto
tempo attesa, le impediva di dominarsi.
Ella si rimprover tra s:
Bisogna proprio che quest'affare ti stia a cuore,
mia povera Mietta. Sii calma, invece! La vendetta
 una vivanda che va mangiata fredda; se perdi la
calma per una parola di Filippo o per la commozione
di un vecchio, sarai colpita pi te di colui che
vuoi colpire.
E a voce alta disse al vecchio servo:
- Sentite, Giuseppe: vi prometto di cercare di
trattenere qui il vostro padroncino, ma bisogna che
voi mi aiutiate.
- Sono agli ordini della signora contessa.
- Promettetemi di non dire al signor d'Armons
che mi avete informata di ci che egli vi ha detto.
- No certo, non glielo dir. E poi il padroncino
sarebbe furibondo contro di me.
- Voi mi direte invece tutto ci che lo concerne.
- S, signora contessa.
- E anche di questo non direte niente a lui.
- Ho capito... la signora si fidi pure di me.
- Ebbene, ora, amico mio, ritornate a Louvigny.
Tenete il castello con la stessa cura di quando
era viva la vostra cara padrona; e aspettate gli avvenimenti,
comunicandomi tutto quel che succede.
-  inteso, signora contessa.
- Arrivederci, Giuseppe. Sono contenta di voi.
Siete intelligente e sento che avete agito oggi come
mia suocera avrebbe desiderato. -
Ella guard il vecchio mentre si allontanava. Questi,
felice dei complimenti ricevuti, camminava impettito
come se avesse riportato una vittoria, pensando:
Certo, signor Filippo, voi ritornerete al castello.
Il vecchio Giuseppe  furbo e, come ha detto la contessina,
la nostra povera signora sarebbe contenta
di lui...


Capitolo 5.

Da pi di un'ora, Martina Boulin narrava al conte
d'Armons la vita da cani che aveva condotta per
un anno a fianco di Gaby Merienne.
- Che cosa volete che vi dica, signor Filippo;
aveva un carattere speciale, vostra moglie! Chiusa,
ironica, orgogliosa... Non sapevo mai come prenderla.
- Era esigente?
- No, indifferente, piuttosto. Viveva quasi senza
parlare, cos nell'albergo, come durante le passeggiate,
o in viaggio; aveva sempre l'aria di una principessa
in esilio, tra le nuvole!
- Come? - chiese il giovane un po'interdetto.
- Sicuro. Pareva che non vedesse n sentisse
nessuno. Bisognava sempre scuoterla per farle uscire
una parola di bocca.
- E allora?
- Allora rispondeva lentamente, dolcemente, con
un'esagerata gentilezza e una tale apatia, che mi
faceva fremere.
- Non vedo che cosa ci fosse di male in questo
contegno.
- Ah, signor Filippo! Voi dite come la vostra
cara mamma che si rallegrava di sapere sua nuora
cos altera e riservata.
- Mia madre aveva ragione.
- Ma voi non ne capite il risultato.
- Quale risultato?
- Tutti ci osservavano; non potevamo entrare
in un albergo senza che tutti ci seguissero con gli
occhi. E tutti volevano sapere il nome della giovane
donna che io accompagnavo.
- Ma lei non era responsabile dell'interesse che
suscitava.
- Non era responsabile? E allora perch si era
fatta tagliare i capelli? Perch si metteva del rossetto,
del bianco e del nero sul viso? Portava calze
di seta, vestiti bianchi, gonnelle molto aderenti.
Proprio cos!
- Mia moglie non poteva vestirsi come te.
- No, certo..., ma poteva vestire correttamente
come la signora contessa.
- Non posso immaginare Mietta vestita come
mia madre, - egli rispose con una certa impazienza.
Poi, siccome Martina, offesa di quelle contraddizioni,
stringeva le labbra, il giovanotto si curv verso
la vecchia nutrice e, nell'intento di rabbonirla,
le disse:
- Tu non mi dici nulla di quel signor Roberto
di Montavel che divenne suo amico.
- Ah, quel ragazzo che si dava delle arie da
uomo! Faceva un monte d'inchini davanti a lei,
le baciava la mano, le presentava i suoi omaggi;
era proprio ridicolo!
- E la contessa?
- Pareva che trovasse naturalissime tutte quelle
smorfie. Rideva, si divertiva; piantava libri e viaggi
nelle nuvole, per correre con lui a giocare al tennis
o a fare passeggiate sugli sci, secondo i casi.
- Tutti i giorni?
- Erano sempre insieme: a tavola, in automobile,
in canotto o la sera al ballo.
- E la nonna? - chiese Filippo che non sorrideva
pi.
- C'era anche lei, naturalmente. Facevano vita
in comune tutti e tre... Fu allora che parlarono
di andare in Tunisia. Io non ero pi necessaria e
partii senza che vostra moglie cercasse di trattenermi.
Vi assicuro che quella baronessa di Montavel,
di cui la signora Mietta si era invaghita, non
mi andava a genio con tutte quelle arie di protezione
per la vostra signora... come se io non avessi
saputo curarla e come se le mancasse tutto. -
Filippo rifletteva.
Attraverso le recriminazioni di Martina, indovinava
un partito preso. Tutti i gesti di Mietta erano
stati criticati, sezionati, passati al vaglio.
Senza saperlo, credendo di far piacere al padroncino,
la vecchia nutrice doveva essere stata tremenda.
E logicamente egli rimetteva a posto le cose:
Mietta era certo irreprensibile e non si poteva trovar
niente a ridire sul suo conto... salvo quel Roberto!
Questo era il punto nero che bisognava chiarire
in seguito.
Siccome a questo pensiero la sua fronte si era un
po'rannuvolata, Martina confidenzialmente osserv:
- Mio povero signor Filippo, l'ho sempre pensato, io...
l'ho detto tante volte alla vostra povera
mamma: quella donna sar la spina della vostra
vita.
- La spina della mia vita?
- Non era fatta per esser contessa d'Armons.
- Mi sembra, invece, un'incantevole contessina.
- No,  sempre troppo lontana da tutti.
- Nelle nuvole! - egli disse sorridendo.
- Ma, povero signore, la conoscete almeno? -
L'immagine sorridente della fanciulla bruna pass
radiosa dinanzi agli occhi di Filippo.
- La lasciai due giorni fa... -
Poi a voce pi bassa:
-  bella! -
E prendendo dal portafogli la fotografia di Mietta,
la porse alla vecchia nutrice dicendo:
- Guarda... potrei desiderare una sposina pi
graziosa? -
La donna scosse la testa, preoccupata.
- Portate il suo ritratto nel portafogli... - ella
balbett con aria di compassione. - Mio povero
figliuolo... Ma allora vi ha colpito di gi? -
E rabbiosa, prosegu:
- Anche lei portava sempre con s il vostro...
quello che le mandaste.
- Un ritratto?
- S, una testa di scimmia.
- Una testa... Ah! -
Rammentava a un tratto quello stupido invio.
- E portava con s quel ritratto?
- S, in un medaglione.
- Ma perch?
- Per riderne. A Roberto ella diceva: Ecco lo
scimmione di mio marito, o il mio marito scimmione.
E ci ridevano insieme. -
Martina vide le dita del giovanotto contrarsi sul
bracciuolo della poltrona, nella quale era seduto, e
con soddisfazione aggiunse:
- Diceva anche che teneva molto a quella testa
di scimmia, perch era l'unico ritratto vostro che
possedesse. Ma io ho sempre pensato che non dicesse
la verit.
- Perch?
- Perch nella mia borsetta, dentro un piccolo
portafogli, io avevo alcune fotografie. Un giorno
gliele mostrai, e lei guard a lungo la vostra... e,
anzi, me la chiese.
- E tu gliela desti?
- No, perch non sapevo se sareste stato contento...
E feci bene perch, poco tempo dopo, lei
vi scrisse per chiedervene una, e voi le mandaste
l'immagine di una scimmia.
- Allora ero un bell'imbecille! - egli osserv
convinto.
- Ma io non ero obbligata a esser pi intelligente
del mio padrone
- Allora?
- Rifiutai dunque di darle il vostro ritratto.
Qualche settimana dopo dimenticai la borsa per
un'intera notte sopra una seggiola dell'albergo, e
allora mi accrsi che il vostro ritratto era sparito.
- E perch supponesti che fosse stata lei?
- Perch glielo richiesi, e lei mi rise beffardamente
sul naso.
- Davvero?
- Quel ritratto non poteva interessare che lei,
e poi non parve punto preoccupata della sua sparizione.
Mi ricordo che, vedendo il mio malumore,
mi domand, ridendo di cuore, se volevo una riproduzione
della sua testa di scimmia in cambio
della fotografia perduta.
- Ha delle risposte spiritose, mia moglie!... -
disse il giovanotto lusingato.
- Voi non la conoscete, ragazzo mio. I libri che
ha letto! Tanti e poi tanti! E libri di tutti: Lamartine,
Taine, Bossuet e... non so di chi! Tutta
una letteratura vergognosa che poi ella mette fuori
quando meno ce l'aspettiamo.
- Vergognosa, no!
- S! E ricorda tutto ci che legge. Cos a me
diceva sempre delle frasi pompose. Ecco, per esempio,
mi diceva spesso: Beati i poveri di spirito.
Aveva letto questa frase in uno di quei suoi libracci.
- Ma  una frase del Vangelo!
- Ah, s? Ad ogni modo era seccante! E n voi
n vostra madre mi avevate mai detto simili cose! -
Filippo scoppi in una risata fresca, chiara, quasi
felice. E, alzatosi, prese per le spalle la nutrice:
- Mia buona Martina, bisogna che io ti abbracci!
Beati i poveri di spirito... Tu non sai quanto bene
mi hai fatto! -
E le dette due bacioni sonori sulle guance.
- Signore Iddio!... - disse la vecchia, non sapendo
se doveva ridere o arrabbiarsi.
Egli lev le braccia al cielo, come preso a un
tratto da una grande disperazione.
- Ah, quanti difetti ha mia moglie! Quanti!...
 terribile!
- Ahim, signor Filippo!
-  terribile; ti dico. E la cosa pi terribile,
spaventosa, incredibile,  che io li adoro i difetti
di mia moglie. Mietta, mia piccola Mietta! Quanti
deliziosi difetti dovete avere! -
E, afferrata di nuovo Martina per le spalle, la trascin
in un girotondo sfrenato, finch quella, con
la cuffia di traverso e il fiato mozzo, cadde a sedere
su una seggiola.
- Ma guarda un po'che maniere! - balbett,
indispettita, rimettendosi a posto la cuffia.
Il conte le and vicino e ritorn carezzevole a
un tratto:
- Martina cara, mia vecchia tata, tu sei sempre
stata indulgente col terribile monello che io ero,
e che sono ancora! Anche adesso mi hai fatto tanto
bene; pi di quello che tu creda... Da tre giorni
mi rodevo dall'inquietudine, temendo di aver a che
fare con un carattere sconosciuto che non avevo il
coraggio di affrontare, dinanzi al mistero preoccupante
di due occhioni neri, canzonatori, tristi e carezzevoli
nello stesso tempo. Adesso mi pare di non
aver pi paura, di aver fiducia. Posso lasciarti, ora.
- Di gi? Ma se siete appena arrivato!
- E ho fretta di ripartire. Su, non piangere, ci
rivedremo. Devi promettermi, mia vecchia Martina,
di pregare per me. Senti, di' un rosario tutti i giorni
secondo la mia intenzione. Gli angioli devono ascoltare
le preghiere delle brave donne come te. -
E, dopo una pausa, ripet con convinzione:
- S, di' un rosario... Ho proprio bisogno che
il Cielo accomodi i miei affari, perch li ho ingarbugliati
in modo spaventoso.
- Povero signor Filippo!
- Cara Martina, gli uomini sono dei terribili
demolitori, e spesso, quando se ne accorgono e vogliono
ricostruire,  troppo tardi. -
La donna lo guard a lungo, profondamente.
- Pregher per voi, - ella promise con seriet
- e con tutto il cuore chieder al Cielo che ella
scenda dalle nuvole quando voi le parlerete! -


Capitolo 6.

Al Picco di Montavel alle undici di mattina.
Con l'esitazione di un uomo che si accinge ad
un'impresa ardua, Filippo d'Armons scese dall'automobile
pubblica che l'aveva trasportato dinanzi
alla grande scalinata. Uno sguardo in giro gli permise
di ammirare la lunga costruzione bianca dalle
numerose finestre, fiancheggiata da una torre.
Gli venne incontro un servitore:
- La baronessa di Montavel  in casa?
- Vado a vedere, signore.
- Ditele che il conte Filippo d'Armons desidererebbe
parlarle. -
L'uomo se ne and, e Filippo, col cappello in
mano, rimase solo nel salottino dove era stato introdotto.
Impeccabile, serio, appariva ora anche pi
snello nei vestiti neri da lutto che lo facevano sembrare
pi alto.
Un fruscio di seta si fece sentire dietro a lui e
una donna apparve. I capelli bianchi le incorniciavano
vaporosamente il viso fine che una volta doveva
essere stato bello e al quale la sessantina gi
avanzata dava un fascino infinito.
- Signora, ho l'onore... -
E s'inchin profondamente.
- Signore... -
La baronessa, in piedi lo esaminava.
- Diavolo! - disse poi con grazia a mezza voce.
- Il cnte d'Armons  migliore di quanto immaginavo. -
Parlava con la sorridente benevolenza che la sua
et le permetteva di fronte a un uomo giovane.
Il conte s'inchin un po'freddo.
- Siete indulgente, signora.
- No... siete un bel ragazzo... Mi ero fatta tutta
un'altra idea di voi.
 L'idea di una scimmia, forse?... - egli os
dire sorridendo.
Ella scoppi in una risata bonaria.
- Infatti, una certa visione di quadrupede mi
aveva aiutato forse a creare un'immagine diversa
su voi.
- Due grossi occhi, un naso schiacciato, dei favoriti?
- No. Non tanto folti, in ogni modo. Diciamo
un viso piuttosto congestionato... di dispeptico,
per esempio... -
Egli accett il complimento sorridendo.
- Ho dei buoni denti, signora, e il mio stomaco
non  cattivo.
- Vedo, vedo: buon occhio, buona gamba. Nessuna
scusante per un cattivo carattere. La mia cara
Mietta ha un marito molto presentabile. -
I suoi occhi non avevano lasciato il viso di Filippo,
osservando l'effetto che le parole vi facevano
nascere. Il suo sorriso di gran dama dava una sfumatura
d'indulgenza a tutto ci che diceva; ma
sotto il tono impeccabile egli sentiva l'avversaria
pronta a mordere.
Era andato l, spinto da un invincibile bisogno
di conoscer quella baronessa di Montavel che aveva
avuto una parte tanto importante nella metamorfosi
di sua moglie.
Voleva anche sentir parlare di quest'ultima da
una signora del suo ceto. Giuseppe e Martina erano
soltanto dei domestici, l'uno troppo ottimista, l'altra
troppo pessimista... Aveva bisogno di cogliere
l'opinione della baronessa che, pi di ogni altra,
doveva rispecchiare il pensiero di Mietta.
Ma, nonostante la sua superiorit di uomo giovane
e audace, gli pareva di perdere il suo prestigio
davanti a quella donna. Fin dalle prime parole
si sentiva dominato, scrutato a fondo.
Non era lui che dirigeva la conversazione: voleva
analizzare e invece veniva analizzato; e contro questo
esame non poteva far altro che irrigidirsi nella
sua cortesia, come deve fare un uomo educato di
fronte a una donna d'et.
Sotto lo sguardo della baronessa, cap tutto questo
in pochi secondi.
- Accomodatevi, conte, ve ne prego. -
Al domestico accorso alla chiamata della padrona
egli consegn cappello, guanti e soprabito.
La giacchetta nera, attillata, lo fece sembrare ancora
pi snello. Ella ripet, additandogli una poltrona
difaccia a lei:
- Il marito della mia piccola amica  un bell'uomo...
e pu piacere anche a una donna difficile
come Mietta. -
Questo esame che pareva molto prossimo all'ironia,
gli urtava i nervi. Egli tagli corto.
- Mietta  qui?
- No. Eravate venuto a pescarla qui? -
Le parole della baronessa avevano proprio il dono
di urtarlo.
- Non mi sarei mai permesso di venire a pescare
mia moglie da voi, signora. La contessa d'Armons
ha un domicilio nel quale spero di trovarla.
M'informavo di lei perch, contrariamente alla mia
aspettativa, ella avrebbe potuto esser qui.
- Contrariamente alla vostra aspettativa? Non
speravate dunque d'incontrarla?
- No, signora; desideravo parlare con voi. -
Ella chin la testa con gesto cortese.
- Sono davvero lusingata che una testa grigia
sia pi apprezzata di una bruna. -
Poi, aggiunse con un sorriso:
- Ma non credo che questo sia il solo motivo
della vostra visita: volete dirmelo? -
Messo cos alle strette, il giovanotto arross.
- Permettete, signora, che io vi parli francamente.
- Ve ne prego.
- Voi siete informata della mia condizione rispetto
a mia moglie, non  vero?
- Mietta mi parl soprattutto della condizione
sua, perch la vostra non la conosceva. -
Tanta finezza sconcert il conte. Ebbe l'impressione
che la baronessa giocasse con lui come il
gatto col topo. Sforzandosi di apparire calmo, rispose:
- Mietta non sapeva... questo  certo... E nemmeno
io, del resto, fino a pochi giorni fa.
- Credevo che tra voi le cose fossero stabilite
definitivamente: un matrimonio che non contava
nulla... o quasi! Un accordo reciproco per vivere
lontani l'uno dall'altra. Niente divorzio, ma un'intesa
perfetta per restare estranei in tutta l'estensione
del termine. Non era cos?
- S, fino a ora.
- Ora c' qualcosa di nuovo?
- Purtroppo.
- Voi mi spaventate!  forse accaduto qualcosa
a Mietta?
- No, che io sappia.
- Quando l'avete lasciata?
- La sera dopo il funerale di mia madre.
- Gi seppi della disgrazia che vi ha colpito.
Mietta mi scrisse il suo dolore per questa perdita.
- Quando vi scrisse?
- Ebbi la sua lettera ieri.
- Da Parigi?
- No Era in casa di uno zio... il signor di...
- Sergio di Louvigny.
- Precisamente.
- E non vi diceva niente di me?
- S... due parole di sfuggita.
- Allora due parole cattive?
- Perch cattive? Mietta non  mai cattiva.
- Poich mi sono comportato con lei come un
mascalzone.
- Nel passato, forse, ma ci pu esser dimenticato.
- No, in questi giorni.
- Ma via, signor d'Armons, voi, un uomo educato...
- Non la riconobbi e le dissi delle cose ... delle
cose...
- Raccontatemi come and. Tutti e due avete
la propriet d'inasprire le cose.
- Io! Lei no. .. Lei  stata irreprensibile.
- La mia cara Mietta  sempre stata cos.
- Certo, e comincio a crederlo anch'io.
- Bisogna crederlo per amore della verit.
- Allora lo credo fermamente... per amore di
Mietta. -
La vecchia signora sussult.
- Dite sul serio?
- Con tutta la sincerit possibile, signora. Vidi
Mietta la prima volta, cinque o sei giorni fa, senza
sapere che fosse mia moglie. Da quattro giorni conosco
i legami che mi uniscono a lei, e da allora
non ho chiuso occhio la notte, al solo pensiero di
aver messo l'irreparabile tra lei e me.
Che cosa volete dire?... Eppure mi pare che
parliate seriamente!... Si tratterebbe allora di un
amore improvviso per vostra moglie?
- S, fino dal primo sguardo. E questo vi sembra
ridicolo, non  vero?
- No davvero... anzi! Mietta ha tutti i requisiti
per ispirare l'amore al primo sguardo. Io la
trovo una bellissima cosa!
- Purtroppo la insultai da stupido e da balordo!
- Raccontatemi tutto: forse esagerate l'importanza
delle vostre parole. Nella sua lettera, Mietta
non dimostra affatto di aver nuovi motivi di risentimento
contro di voi.
- Vi spiegher .tutto, e voi giudicherete. In compenso
della mia franchezza, voi mi mostrerete la
lettera di Mietta: ho assoluto bisogno di conoscere
il suo pensiero intimo. Da tre o quattro giorni mi
sento proprio sbalestrato.
- Povero ragazzo! Se potessi aiutarvi!...
- Sono venuto qui proprio per chiedere il vostro
appoggio. Voi la conoscete bene: sapete tutto
della sua vita, delle sue idee Perci i vostri consigli
e il vostro aiuto mi saranno preziosi.
- Vi prometto il mio aiuto con tutto il cuore ...
Ho sempre pensato che la felicit di Mietta consistesse
in un accordo con voi. Quella figliuola  fatta
per una vita regolare e un focolare domestico. -
La baronessa si sprofond nella sua poltrona per
ascoltare pi comodamente il racconto del giovanotto;
e il conte d'Armons le fece una narrazione
leale degli avvenimenti.
Comprendendo che la sua causa era quasi disperata
e che le sue parole imprudenti durante la lettura
del testamento erano delle vere ingiurie gravi,
egli era pronto a tutte le riparazioni possibili.
E, d'altra parte, turbato dalla rivelazione fulminea
della bellezza di sua moglie che aveva sconvolto
tutti i suoi pensieri e tutti i suoi rancori, ora non
desiderava altro che umiliarsi davanti alla grazia
sorridente di colei che aveva misconosciuta.
Quando ebbe finito di parlare, la baronessa riflett
per qualche istante; poi disse:
- Sono costretta a riconoscere che la cosa  pi
grave di quanto supponessi.
- Purtroppo!
- Mietta avr mille ragioni di pi per detestarvi.
- Voi che la conoscete...
- Mietta ha sempre desiderato di potersi vendicare
del vostro disprezzo.
- Una rivincita legittima.
- Eppure a vostro vantaggio c' un punto.
- Davvero?... La vostra indulgenza non s'inganna?
- No, ci che parla in vostro favore  l'esagerazione
stessa dei vostri apprezzamenti ingiuriosi.
- Se questo vi sembra a mio vantaggio!... -
Il conte scosse la testa con tristezza, ma ella sorrise,
persistendo nella sua idea:
- Mietta  bella e voi dite in faccia a lei che vostra
moglie  brutta; chiamate poi mostruosa una
visione di giovent e di grazia; in questo c' tanta
esagerazione, che Mietta non pu essersene offesa:
anzi, deve aver provato l'impressione che parlaste
di un'altra.
- Mio zio era indignato.
- Perch dicevate quelle cose in faccia a lei, ma
Mietta capiva benissimo che voi non sapevate chi
fosse; le vostre riflessioni non si rivolgevano a lei,
non era per offendere lei che parlavate cos... Tutta
la vostra ira era rivolta all'antica Mietta e non a
quella che vi era di fronte.
- La distinzione  sottile, ma non credo che diminuisca
i miei torti.
- Chi lo sa! Io credo che debba esser molto lusinghiero
per una donna vedere un uomo cos prevenuto
contro di lei, innamorarsi alla sua sola
vista.
- Mietta non vorr mai credermi.
- Ma voi siete troppo piacente, conte, per non
far inghiottire tutti i bocconi amari che vorrete a
una bambina di ventitr anni. -
Ella sorrideva con indulgenza, forte della sua
esperienza di donna. Anch'egli fin col sorridere.
- Certo, se non fossi stato troppo sincero e colpevole;
ma ora mi trovo in grande svantaggio.
- In ogni modo, conoscendo il carattere franco
e onesto di Mietta, credo che la cosa migliore sia
di andare da lei, di confessarle i vostri torti senza
scusarli troppo e di farle conoscere il voltafaccia
dei vostri sentimenti.
- E voi credete che questo baster a convincerla?
 Credo che sia il miglior modo di agire. In
quanto poi al risultato, suppongo che sar quasi
lo stesso, anche-se l'altro giorno non aveste sollevato
un secondo incidente.
- Le decisioni di Mietta sono gi prese? Le conoscete,
voi?
- Mietta aveva un profondo desiderio di vendicarsi
del vostro disprezzo, e potrebbe darsi che esagerasse
un poco il suo risentimento per farvi soffrire.
Spetta a voi scoprire la nota sensibile nel suo
contegno.
- Volete comunicarmi la sua lettera?
- Mi ripugna un po'di tradire la sua fiducia.
- Forse vi esprime dei sentimenti che io non
devo conoscere?
- Come esagerate subito! Mi avvedo che siete
innamorato davvero... Ecco, leggete ci che mi
scrive. -
Filippo afferr la lettera, e pi commosso di
quanto volesse dimostrare, and a leggerla accanto
alla finestra. Da principio, Mietta esprimeva soltanto
il suo dolore per la morte della suocera. Poi continuava:
Ho visto l'inafferrabile Filippo. Non ha niente
della scimmia, ma lo credo piuttosto imparentato
con la tigre:  assetato del mio sangue! L'ho sentito
parlare di me senza che egli supponesse i legami
che ci univano;  stata una cosa piacevolissima!
Avrei voluto proprio non essere sua moglie
per poter sbranare con lui la sua met!
Pi sotto aggiungeva:
Ho avuto l'impressione che senza i nostri sciagurati
legami coniugali, Filippo ed io ci saremmo
intesi benissimo... Il matrimonio  stato veramente
deleterio, nel caso nostro, ed ha distrutto tutto quel
che di buono poteva esserci in noi...
Quando ebbe terminato la lettura, il conte rimase
pensieroso per un istante. Poi, lentamente, ritorn
verso la baronessa.
- Non oso pregarvi di lasciarmi questa lettera,
- egli disse.
Un gesto di lei rispose prima ancora delle parole,
- Oh, no! Del resto, che cosa ne fareste?
- Avrei desiderio di rileggerla... qui Mietta
parla senza reticenze, ed  questa la sola occasione
che io abbia avuta di conoscere il suo pensiero.
- Ebbene, se queste poche frasi vi bastano, non
siete difficile. Le ho rilette tre volte per cercare di
capire l'impressione che le avevate prodotta.
- E che cosa avete capito?
- Ben poco! Dapprima credo che si burli con
indulgenza della vostra avversione per lei; si direbbe
che vi trovi di suo gusto e che accetterebbe
volentieri di simpatizzare con voi se non foste suo
marito. Ma l'ultima frase distrugge tutto: non resta
niente dei buoni sentimenti che potreste provare
l'uno per l'altra. Niente di buono: n simpatia, n
fiducia, n amore. Insomma, non so; trovo che filosofeggia
su di voi per non dir niente, per il solo bisogno
di parlare di voi, o per l'orgoglio di non mostrare
la sua paura a parlare di quell'argomento. -
Filippo, che aveva sempre la lettera di Mietta in
mano, La rese alla baronessa con un sospiro.
- Avete ragione, la sua lettera non dice nulla. -
Riflett un istante, poi aggiunse:
- In ogni modo mi fa piacere che non prorompa
in amare recriminazioni contro di me dopo
i miei apprezzamenti dell'altro giorno.
- Vi ho detto che Mietta non  cattiva.
- Questo non basta a spiegare la sua mancanza
di risentimento.
- E da che cosa credete che dipenda?
- Ah, non so! Spero tanto che ella non sia ancora
pi in collera contro di me.
- Vi ripeto che Mietta non deve aver preso per
s le vostre parole offensive. Vedete come ne parla
senza amarezza?
- La vostra fiducia mi rincuora, signora.
- Benissimo! Mi fa piacere di vedervi in questa
disposizione di spirito per andare da Mietta.
- Vi lascio col cuore alleggerito.
- No davvero, voi non dovete andarvene subito:
non posso assolutamente permetterlo. Rimanete qui
a colazione con me. Per ricompensarvi del sacrificio,
vi regaler un piccolo album di fotografie, in
cui vedrete Mietta in tutte le occasioni, da diciotto
mesi a questa parte.
- Mi far gran piacere.
- Questa collezione la riunii per voi, con l'intenzione
di mandarvela. L'avreste avuta se Mietta
non mi avesse appreso lo scambio di lettere avvenuto
tra voi due e se io non avessi dubitato...
- Dubitato di me?
- S. Ebbi paura che queste piccole fotografie
non avessero alcun valore ai vostri occhi. In Egitto,
potevate aver trovato dei compensi molto cari: il
vostro esilio pareva non dovesse mai finire...
- Nessun compenso, ve lo assicuro.
- Insomma, esitai, e l'album rimase qui. Oggi
voi esprimete dei sentimenti che mi consentono di
tirarlo fuori senza il minimo rimpianto.
- E io ve ne sono immensamente grato.
- Vedrete Mietta con mio nipote. Per pi di un
anno ebbi due figli, e l'ultima arrivata non era la
meno affettuosa.
- Vostro nipote si chiama Roberto, non  vero?
- chiese il conte, ostentando una grande indifferenza,
bench non sapesse padroneggiare un certo
fremito interno.
- S, - disse la vecchia signora con calma. -
 un bravo ragazzo che andava pazzo per Mietta!
Avrebbe voluto tagliarvi a pezzi e vendicare cos
l'abbandono della sua amica.
- Mi accorgo che deve avere un animo bellicoso
e cavalleresco. E cos io dovevo sembrargli un pessimo
marito! -
Ella scoppi in una risata.
- Certo, non eravate nelle sue simpatie. Ho sempre
sospettato che, sotto la sua devozione per Mietta, si celasse
un sentimento pi tenero... A diciotto
anni ci s'inebria di parole, d'idee e di entusiasmo.
Ma da qualche mese Roberto  soldato. Quando
part era un ragazzo; quando ritorner, ogni effervescenza
sar calmata. -
Filippo ammir in quel momento il tatto della
vecchia signora che non voleva lasciare ad altri
l'incarico di far conoscere al marito l'amore che
sua moglie aveva ispirato a un paggio esaltato.
Nel tono della baronessa, per, niente lasciava
credere che il sentimento del giovanotto avesse trovato
eco nel cuore della giovane donna. E questo
soltanto importava a Filippo...
Dopo il pranzo, l'album fu consegnato al marito,
che lo sfogli con attenzione minuziosa, poich raramente
Mietta era fotografata sola. In quasi tutte
le istantanee erano riprese scenette significative, e
la giovane donna, clta di sorpresa in svariate pose
naturali, era sempre in compagnia di sconosciuti.
Alcuni minuti di osservazione bastarono a Filippo
per riconoscere Roberto... Il giovane nipote della
baronessa appariva dappertutto in atteggiamento
impeccabile, e l'occhio pi prevenuto non avrebbe
potuto scoprire in quelle fotografie il minimo pretesto
di biasimo.
Questo non toglieva, per, che il giovane di Montavel
fosse sempre presente a fianco di Mietta, a cavallo,
in automobile, in canotto o a piedi. E la continua
presenza di quell'adolescente a fianco di sua
moglie, mise una nuvola sulla fronte di Filippo.
- Infatti, - egli disse come se continuasse una
conversazione con la baronessa - vedo che vostro
nipote era assiduo a fianco di Mietta. -
La baronessa si mise a ridere.
- Ecco una riflessione da marito geloso! E quale
marito! Proprio colui che ha meno il diritto di lamentarsi.
Sono tutte queste le riflessioni che l'album
vi ha ispirate, conte? Dovete ammettere che
Mietta, se fosse qui, avrebbe ragione di lagnarsi
della vostra indifferenza.
- La gelosia non  segno d'indifferenza.
- Ma neanche segno di galanteria.
- Ancora non ho potuto avere l'occasione di esser
galante.
- Forse! Ma in alcune di queste fotografie Mietta
 deliziosa, piena di fascino e d'ingenuit, ed 
bella, simpatica e distinta... Qualsiasi innamorato
sincero avrebbe subito decantato le grazie della sua
dama! -
Egli sorrise con un po'di tristezza.
- La bellezza di mia moglie non mi  sfuggita,
- osserv. - Ma come goderne? Chiss se ne godr
mai! Ho visto soltanto un possibile rivale! -
La baronessa smise di ridere e guard con attenzione
Filippo.
- Ma voi siete davvero geloso, conte! -
Egli alz le spalle con malinconia.
- Gelosia vi sembra la parola adatta? Mi parrebbe
pi esatto inquietudine. Come marito ho
cos pochi vantaggi!
- Per colpa vostra, figliuolo mio.
- Oh! Mea culpa, mea culpa! Questo non toglie
che, mentre io ero lontano... per colpa mia, un
altro, vostro nipote, per esempio, godesse di tutti
i vantaggi... E voi vorreste, signora, che io non
avessi cercato e osservato subito l'atteggiamento dei
suoi amici... -
Ma la baronessa lo interruppe:
- Zitto, non continuate, conte. Mietta non merita
alcun rimprovero n alcun sospetto. In quanto
al mio Roberto, posso assicurarvi che una donna
che dimorava sotto il mio tetto era sacra per lui.
- Ma ora non  pi sotto il vostro tetto, e anche
Mietta vi ha lasciata.
- E naturalmente voi ravvicinate questi due fatti!... - ella esclam, ridendo. - Siete terribile,
signor d'Armons, e io sono costretta a dimostrarvi
il vostro sbaglio. Del resto,  molto meglio che abbiate
con me, invece che con Mietta. questa franca
spiegazione. Sappiate dunque che Roberto un giorno
deve aver avuto un colloquio speciale con Mietta...
Che cosa disse a Mietta? Che cosa gli rispose lei?
Non lo so esattamente; ma mi accrsi che da allora
mio nipote aveva perso un po'della sua vivace
baldanza. Infatti, chiese di essere arrolato prima del
tempo ed entr nelle truppe coloniali. Da allora 
in Indocina. Mietta, dal canto suo, manifest il desiderio
di vivere indipendente, dando a pretesto la
certezza da lei acquisita attraverso le vostre lettere,
di non poter essere mai per voi niente altro che
una moglie legale E io mi trovai d'accordo con
vostra madre che per Mietta la soluzione migliore
fosse quella di vivere indipendente, in una casa sua,
come avrebbe fatto una vedova. Siete convinto, ora,
che vostra moglie  irreprensibile?
- Non ne ho mai dubitato, signora, poich mia
madre la chiam al suo capezzale. Ma sono felice
che mi abbiate dato queste spiegazioni le quali mi
fanno supporre che, se vostro nipote prov un sentimento
un po'tenero per mia moglie, questa, dal
canto suo, gli accord soltanto un affetto fraterno.
- Sono contenta, signor d'Armons, che queste
parole vi siano venute alle labbra spontaneamente.
Il fatto  che niente impediva a Mietta di amare Roberto;
eppure lo respinse subito, senza dargli speranze
di cambiamento.
- Vi lascer sotto questa buona impressione, -
disse Filippo accomiatandosi.
Ma la vecchia signora lo trattenne ancora un momento:
- Un buon consiglio, caro signore: non lasciate
mai capire a Mietta che siete stato geloso di Roberto
o di altri. Se ella conoscesse questo punto debole
della vstra corazza, sono certa che ne approfitterebbe
subito. Quante volte ho potuto capire che
Mietta si augurava di sapervi vulnerabile in qualche
punto, per avere il piacere di attaccarvi proprio
in quello! -
Filippo d'Armons sorrise e domand:
- Per spirito di rappresaglia?
- S, perch soffriate per colpa sua.
- E voi dite che io sono terribile?
- Il suo desiderio di vendetta forse  soltanto
un desiderio nato dalla civetteria... perch voi, soffrendo,
vi occupiate di lei.
- Anch'io spiegherei cos la sua gioia nel sapermi
geloso e nell'eccitare questo sentimento. -
La vecchia signora lo guard con compiacenza.
- Bene, voi mi capite a volo e credo di avervi
detto tutto. Andate da Mietta, e, quando tutto sar
accomodato tra voi, fatemelo sapere. Sar davvero
felice del vostro buon successo, signor d'Armons,
e faccio voti perch esso si avveri. -
Si lasciarono soddisfatti l'una dell'altro, e Filippo
prese immediatamente la via di Parigi.
 
Capitolo 7.

Al trillo del campanello, una cameriera venne ad
aprire.
- La signora d'Armons  in casa?
-  un po' presto, signore, per vedere la signora.
Sono appena le dieci.
- La signora non  ancora alzata?
- Non so, signore. Potrebbe anche darsi ch'ella
fosse gi uscita. Vado a vedere; se il signore vuol
dirmi il suo nome...
- Dite alla signora che il signor d'Armons desidera
parlarle. -
Filippo credeva che il suo solo nome avrebbe
fatto spalancare le porte del domicilio di sua moglie.
La domestica, invece, tenne la porta socchiusa
e si prepar a richiuderla per andare ad avvertire
la sua padrona.
Questo contegno prudente insospett il giovanotto...
Che sua moglie non fosse sola?
Vi sono dei sospetti intollerabili, e questo era
proprio uno di quelli.
Bast che esso sfiorasse il cervello del giovane
marito, perch questi, bruscamente, scansando la
cameriera, entrasse nell'appartamento.
- Ma che modi son questi? - grid la ragazza.
- Attendete, signore; vado a vedere se la signora
 in casa.
- Andr da me. -
Un po' nervoso, Filippo entr, esitando tra diverse
porte.
Ma la donna si slanci verso di lui.
- Via, signore, attendete. Entrate qui, ve ne
prego. -
E apr dinanzi a lui la porta di un vasto salotto.
- Dov' la camera della signora? - egli replic.
- Aspettate, signore; - insist la ragazza - io
non vi conosco! -
E alzava la voce, turbata dalla sfacciataggine dello sconosciuto.
Ma questi non si spavent delle sue proteste. Apr
una porta che dava in un salottino, poi un'altra che
si apriva nel salone. Infine, comprendendo che la
camera di Mietta doveva essere all'altra estremit
del vestibolo, si diresse da quella parte.
In quell'istante entr Leonardo, attirato dalle
grida della cameriera.
Il colosso parve sorpreso di vedere il conte che
egli conosceva perch lo aveva visto a Louvigny, per
la morte della vecchia contessa.
Il suo primo movimento fu di sbarrare la strada
al giovanotto. Questi si ferm e squadr il servo.
- Mi riconoscete, non  vero? Allora ritiratevi.
- Ma, signore, la signora non  ancora alzata.
- Benissimo, desideravo appunto di parlarle a
solo. Su, via, levatevi di mezzo, altrimenti mi costringerete
ad adoprare la forza contro di voi.
- Non so se devo permettere al signor conte di
proseguire... Aspetti che avverta la signora...
- No davvero! Ci vuole, dunque, il vostro permesso
perch io parli a mia moglie? -
Il giovane marito si persuadeva sempre pi che
Mietta non era sola.
In quell'istante si apr una porta in fondo al vestibolo,
e apparve la giovane donna tutta rosea, coi
capelli arruffati e vestite soltanto di una vestaglia
di seta.
- Che cosa c'? - ella chiese. - Perch tutto
questo baccano? -
Leonardo si tir indietro, e Mietta all'improvviso
scrse Filippo che la guardava.
Per un secondo ella rimase immobile dallo stupore.
Da diversi giorni si aspettava la visita del giovanotto,
ma non l'aveva prevista cos mattiniera n
cos improvvisa.
Vide subito lo sguardo ardito di Filippo, l'imbarazzo
della cameriera, l'atteggiamento ostile di
Leonardo e immagin una parte della verit.
Quantunque fosse minuscola, accanto all'alta figura
di Filippo e a quella gigantesca del domestico,
ebbe l'impressione che la sua presenza li dominasse
tutti.
E involontariamente un sorriso malizioso le illumin
il visetto di bimba.
- Siete voi, conte, che spaventate cos la mia
servit? -
Filippo indovin l'accoglienza indulgente sotto
quell'apparente ironia.
- Sembra, infatti, che io sia qui un intruso.
Credevo di dover sostenere una battaglia per poter
giungere fino a voi. -
Cos parlando, le si avvicinava, ma Mietta indietreggi,
confusa di esser cos poco vestita.
- Vi chiedo scusa, ma non sono in condizioni
da ricevervi. Entrate nella stanza qui accanto. Tra
un minuto sar da voi. -
E rossa in viso, all'idea che suo marito l'avesse
vista cos, volle chiudere la porta.
Ma il piede di Filippo le imped quel movimento.
- Permettete prima che vi saluti, cara. -
E di nuovo spinse arditamente la porta ed entr
in camera di sua moglie, chiudendo l'uscio.
Mietta lo guardava incerta: questo Filippo di modi
autoritari che ella non conosceva, le metteva soggezione.
Col viso in fiamme si chiedeva a che punto
sarebbe giunta la sua audacia.
Questi, del resto, rimasto con lei, dopo un breve
sguardo verso il letto vuoto dove un solo guanciale
si perdeva fra le trine, ebbe subito il pensiero di
farsi perdonare il suo contegno sfacciato.
Le prese una mano e, curvo dinanzi a lei, le baci
la punta delle dita.
- Non credevo di turbare il vostro riposo a quest'ora
gi inoltrata... In Egitto, ho preso la brutta
abitudine di alzarmi al sorgere del giorno. Mi scuso
davvero della mia intrusione in casa vostra poich
ho interrotto il vostro sonno.
- Non dormivo; - disse Mietta accennando una
tavoletta di legno che era sul letto - scrivevo alcune
lettere. Ma mi sento imbarazzata vestita cos!
- aggiunse, diventando ancora pi rossa sotto il
caldo sguardo in cui egli l'avvolgeva.
- Perch? Siete deliziosa, e io non ho che un
rimpianto: quello di aver tanto tardato a venire da
voi. -
Il viso di Mietta si oscur.
- Vogliate attendermi nella stanza accanto, ve
ne prego, conte; vi assicuro che in questo arredo
non potrei avere un colloquio con voi. -
La sua voce, improvvisamente fredda, mise una
barriera tra Filippo e lei.
- Far tutto quello che volete, - egli rispose
con dolcezza - purch non mi parliate pi con
codesto tono glaciale. Mi sento tanto colpevole di
non avervi riconosciuta l'altro giorno, che ho un
solo desiderio, Mietta: quello di farvi dimenticare
la mia balordaggine. -
Ella pens:
Se crede che tra me e lui ci sia soltanto questo
conticino da regolare, ha una bella faccia tosta!...
Ma continu a tacere per dissimulare il suo pensiero.
Interpretando male il silenzio di Mietta, egli
riprese, insinuante:
- Potreste, invece, tornare a letto, Mietta, e cos
non proverei l'impressione penosa di avere sconvolto
le vostre abitudini. Mi sederei su quella poltrona
e parleremmo insieme, confidenzialmente, in
intimit.
- Ma voi ed io non siamo n in confidenza n
in intimit, e fino a ora niente giustifica in voi un
simile contegno. -
Filippo la guard a lungo senza rispondere; la
calma di quel visetto infantile lo sconcertava. Cap
che quei due occhioni che l'avevano subito conquistato
potevano farlo anche soffrire crudelmente.
E, cosa strana, l'idea di soffrire per colpa di
Mietta gli riusc insopportabile: tutto il suo orgoglio,
tutto il suo amor proprio si ribellavano contro
la freddezza di lei.
Per troppo tempo aveva provato per sua moglie
soltanto un profondo disprezzo e un disgusto insormontabile!
Ora che ella gli si rivelava a un tratto,
bella e seducente, tutta diversa da quello che aveva
immaginato, non poteva ammettere di dover scontare
il disprezzo e i torti avuti verso l'altra Mietta.
Quella che era l dinanzi a lui non aveva niente
da rimproverargli... L'aveva amata subito, l'aveva
raggiunta e non chiedeva altro che di dedicarle la
sua vita.
- Far come volete, - egli ripet serio, dopo
qualche minuto di pesante silenzio. - Vi aspetto
qui accanto, come voi desiderate. -
Senza dire una parola. Mietta si diresse in fondo
alla camera, e sollev una portiera che nascondeva
l'entrata di un salottino contiguo.
- Vi prego di attendere cinque minuti e sono
da voi. -
Ma quando egli fu davanti a lei si ferm, e i suoi
occhi cercarono quelli della giovane donna.
- Mietta! - le disse con dolcezza. - Vorrei persuadervi
che non vengo come nemico... Mi auguro
con tutto il cuore di farvi condividere il mio desiderio
di conciliazione.
- Mi esporrete i vostri desiderii tra poco, - ella
rispose con voce impenetrabile evitando di guardarlo
per non subirne il fascino.
Per un attimo egli avvolse col suo sguardo acuto
il corpo grazioso della giovane donna, avvolto nella
seta della vestaglia. Attraverso le penne di struzzo
delle pantofole, la pelle candida dei piedini indicava
delle estremit aristocratiche.
Le sue labbra si schiusero in un improvviso affanno.
Quella donna era sua moglie!... Un desiderio
pazzo che egli non aveva previsto, lo spingeva a
prenderla tra le braccia, a serrarsela sul cuore...
S'irrigid per dominare il turbamento che l'avrebbe
gettato su lei, pass davanti a Mietta come un
allucinato e usc da quella camera.
Nell'altra stanza, appena ricaduta la portiera, rimase
come trasognato.
Purtroppo, pens si comincia male!  tanto
calma, tanto fredda!  terribile esser sinceri! Non
riesco a conservare il mio sangue freddo di fronte
a lei.
Dopo pochi minuti Mietta lo raggiunse.
Aveva appena finito di posare su una poltrona il
suo soprabito e i guanti, quando, voltandosi, la vide
davanti a s.
Subito pens che Mietta aveva fatto bene a mandarlo
via. Quella breve pausa era stata, forse, salutare
per i suoi nervi.
Ora, col vestitino nero piuttosto corto, con le
gambe fini inguainate di seta, il collettino bianco
di trina, sembrava una scolaretta di quindici anni.
Il cuore dell'uomo ricominci a battere forte, dinanzi
a quella graziosa apparizione.
Eccola di nuovo, la bella brunetta dell'altro giorno,
la ragazzina che col suo visino sveglio e i suoi
occhioni scuri aveva subito attirato il suo sguardo.
Accanto a lui, che nel suo vestito nero appariva
anche pi alto e slanciato, Mietta sembrava minuscola,
quasi fragile; ma era appunto quella fragilit,
quella fresca giovinezza che turbava cos profondamente
Filippo.
In quel momento egli l'avvolgeva in uno sguardo
disperato che le manifestava tutto il suo amore.
Mietta si accrse dell'emozione che la sua presenza
cagionava al giovanotto, e, senza avvedersene,
una fiamma di rossore le ravviv il viso pallido.
- Come vedete, non vi ho fatto aspettare troppo, -
disse per rompere quel silenzio pericoloso.
Egli le and incontro, s'inchin, afferr le sue
manine e le strinse, come se avesse voluto attirarla
tutta contro il suo petto.
- Mietta, - disse gravemente - volete che lasciamo
subito da parte ogni argomento di divisione
e che, invece, mettiamo subito tra noi la confidenza
e l'oblio del passato? -
A queste parole ella fece un gesto istintivo per
ritrarsi, ma egli la trattenne forte per le mani.
- Ho dei torti gravissimi verso di voi che eravate
mia moglie, - egli continu. - Vi ho misconosciuta,
disprezzata, offesa. Ho tutti i torti, lo riconosco;
me ne accuso e ne assumo la responsabilit.
Tutta una vita d'amore e di devozione non
baster per farmeli perdonare. Ma quei torti erano
rivolti soltanto alla moglie... verso di voi, Mietta,
che conosco da pochi giorni, non ho niente da rimproverarmi.
Vi ho amata fin dal primo sguardo, e
da allora non ho avuto che un desiderio: raggiungervi
e convincervi del mio amore. -
Turbata da un ragionamento cos sottile, Mietta
lo guard senza rispondere.
- Mietta cara, - egli riprese - dovete ammettere
che, dopo il ridicolo discorso che feci a mio
zio l'altro giorno, debba esserci stato in me uno
sconvolgimento completo nei miei sentimenti, perch
io sia qui a fare ammenda onorevole dei miei
torti, pronto a subire tutte le vostre esigenze.
- Infatti, - ella riconobbe - non mi aspettavo
simili parole sulle vostre labbra... Come marito,
non avete davvero viziato la vostra sposa, fino a ora.
- La sposa che mi venne condotta una mattina
in Savoia, due anni fa, e che io non conoscevo.
- No, che rifiutaste di conoscere.
- Perch mi si costringeva a un matrimonio
contrario al mio desiderio o alle mie convenienze,
e io non volevo risposarmi.
- Non avevate, dunque, ancora l'et della ragione
per accettare una donna contro la vostra volont
! - ella disse ironica.
Egli sorrise e con dolcezza rispose:
- Gli avvenimenti mi costrinsero a quella nuova
unione... Qualsiasi altra donna, quel giorno, sarebbe
stata oggetto del mio disprezzo
- Questo... questo mostro mi avete fatto sposare! - mormor Mietta ironicamente.
- S, - egli riconobbe. - E avrei detto chiss
quante altre sciocchezze se non mi fossi deciso a
partire. Ero pazzo di dolore e di rimorso per quel
mercato Vergognoso nel quale davo il mio nome
in cambio di denaro! Eppure, per decidermi, mi
avevano assicurato che salvavo una fanciulla minacciata
dai peggiori pericoli.
- Ed era vero! - ella disse gravemente.
- Allora, per questa sola ragione, colei che io
sposai non dovrebbe punirmi troppo... Senza cercare
di diminuire o di scusare i miei torti, dovrebbe
ricordarsi soltanto che quel matrimonio fu accettato
anche da lei.
- Perch credeva forse di trovare in voi un difensore.
- Per il suo avvenire, credo, fu meglio che ella
non trovasse il difensore.
- Perch?
- Perch cos egli non assist alla trasformazione.
- E allora?
- Invece di abituarsi a poco a poco alla bellezza
di sua moglie, egli la ignor completamente.
- Fino al disprezzo, fino all'ingiuria!
- Fino all'oblio completo.
- Non capisco il vantaggio di quest'oblio, -
disse Mietta in tono un po' secco.
- Eppure, l'altro giorno a Louvigny, i miei occhi
furono attratti da una graziosa brunetta che io
non conoscevo, che ero persuaso di non aver mai
incontrata e che mi affascin fin dal primo sguardo.
Fu una sorpresa... L'avrei mai provata, se da due
anni fossi vissuto accanto a colei che portava il mio
nome, per solo dovere di marito? -
Mietta si mise a ridere.
- Il vostro argomento  un po'specioso, poco
invitante... Una ragazza, dunque, per conservare
l'amore di un uomo, farebbe bene a non sposarsi
mai! Per esser certa di ritrovarvi tra due anni con
gli stessi sentimenti, non credete prudente ritornare
in Egitto?
- E lo far certo, se voi non vorrete credere alla
sincerit dei sentimenti che vi esprimo. -
Egli aveva sempre tra le sue le manine di Mietta,
e la giovane donna era costretta a stare in piedi di
fronte a lui, sotto il fuoco di quegli occhi.
Siccome Mietta restava zitta davanti alla minaccia
di ripartire, il giovanotto port alle labbra le
manine prigioniere e le copr di baci. La sua bocca
indugi sull'anello nuziale che ella portava.
- Io maledii questo legame che vi faceva mia;
per, presso al letto di morte di mia madre, la vostra
mano pietosa venne verso di me, la vostra voce
dolcissima mi confort, i vostri occhioni neri m'incoraggiarono...
Ogni volta che sentivo il vostro
sguardo compassionevole posato sopra di me, mi
pareva di esser meno solo, poich tra la folla dei
parenti e degli amici c'era un'anima di donna che
s'interessava a me!
- No, non a voi! Al vostro dolore! -
- Che cosa importa? Voi sapevate chi ero e quali
legami ci univano, e tuttavia foste indulgente.
- Appoggiai anche i vostri argomenti davanti al
notaro e alla famiglia, quando voi vi scagliaste contro
il testamento, - disse Mietta di nuovo ironica.
-  vero, - egli riconobbe sorridendo. - E ne
fui tanto turbato, che io, nemico del divorzio, parlai
pubblicamente di fare annullare il mio matrimonio
a Roma.
- Avete gi iniziato le pratiche, non  vero?
- No, - egli rispose con sincerit. - Ma l'altro
giorno c'era l una donna che ascoltava, e avrei
detto mille altre follie per apparire a lei libero da
ogni legame.
- Non vi credo; non poteste calcolare tutto ci.
- No, appunto, non si calcola! Si parla istintivamente,
e dopo ci si chiede come si possa aver
detto tante bestialit. -
Ella fece una risatina ironica che lo sferz.
- Con questa spiegazione, - osserv - gl'incidenti
dell'altro giorno diventano quasi commoventi.
- Non mi canzonate! I fatti stanno proprio cos.
Mentre dicevo a mio zio che mancavo di appetito
e gli cedevo il mio posto, ricordatevelo, i miei occhi
erano fssi nelle vostre pupille nere e in esse io
trovavo l'ispirazione a tutti i sarcasmi per avvilire
la sposa sconosciuta... la sposa ingombrante!
- Ancora un po', e io divento complice della vostra
bravata. -
Egli la guard profondamente:
- Forse pi di quanto credete, Mietta ...
- Oh!...
- S. Non scriveste alla baronessa di Montavel
che, se io non fossi stato vostro marito, vi sarebbe
piaciuto simpatizzare con me?... Che eravamo fatti
per intenderci?... -
Il viso di Mietta divent di fuoco.
- Quanto fui ridicola! A volte si scrivono delle
sciocchezze senza accorgersene.
- Ah, non la chiamate una sciocchezza! Sono
state proprio quelle parole che mi hanno dato il
coraggio di confessarvi tutto, oggi! -
Ella non rispose. Continuava a guardarlo come
se egli fosse stato un enimma vivente. E nei grandi
occhi che lo fissavano, il giovane marito credette
di leggere soltanto dell'incredulit.
Egli continuava a tenere nelle sue, contro il suo
petto, le mani della giovane donna. Gi diverse volte
questa aveva cercato di sciogliersi dalla stretta, ma
Filippo non aveva aperto le dita, e Mietta era dovuta
restare davanti a lui, cos vicina, che i loro
respiri si confondevano, e il minimo atto di debolezza
della piccola sposa l'avrebbe gettata tra le
braccia di suo marito.
Forse Mietta cap il pericolo di quel contatto troppo
prolungato, perch a un tratto cerc di liberarsi,
e Filippo, per non usare la forza, dov lasciar libere
le mani di sua moglie.
Un comodo divano era l vicino: Mietta vi si sedette
in mezzo ai cuscini, e, additando a Filippo
un'ampia poltrona di faccia, lo preg di accomodarsi.
- L'altro giorno quando vi vidi per la prima
volta, eravate cos... - egli osserv sedendosi
- piccina, piccina, nei vostri abiti da lutto, seduta
contro il muro, accanto a mio zio, nella camera
ardente...
- Come?... Mi notaste, quel giorno?
- Foste la prima persona che vidi aprendo la
porta.
- Ma voi eravate tutto preso dal vostro dolore!
Per due ore, in preda all'angoscia, voi non vedeste
neanche ci che vi circondava...
- Basta un lampo per fissare una fotografia.
Debbo credere che il mio cervello fosse rimasto
impressionato dalla vostra immagine in cos breve
tempo, giacch posso darvi tutti i particolari su
voi in quel momento.
-  naturale, - ella fece incredula - perch
dopo mi rivedeste!
- No, - egli disse pensoso. - Avevate una
sciarpa nera intorno al collo. Questa non copriva
interamente lo scollo del vestito, e sulla pelle bianca
un medaglione ovale spiccava scintillando.
- Questo, probabilmente? - ella chiese tirando
fuori il medaglione incastonato di pietre.
- Forse, - egli ammise. - Siete convinta ora,
Mietta, che io vi notai subito?
- Questo vuol dire soltanto che siete osservatore, -
ella disse per non ammettere che era convinta.
Ma egli non volle osservare il suo sarcasmo.
- Capite, ora, - insist - la mia disperazione
quando seppi il nome della graziosa fanciulla di
cui mi ero cos presto innamorato?
- La storia  carina e narrata molto bene...
 un vero romanzo!
- Non la mettete in dubbio, almeno; ero pazzo
dal dolore quando Giuseppe mi disse il vostro nome.
- Ma invece il vostro orgoglio di marito avrebbe
dovuto esser soddisfatto.
- No, il mio cuore d'innamorato vedeva soltanto
il disastro. -
Le frasi rimbalzavano tra loro come palle rimandate
dall'uno all'altra.
- Allora io non devo mai essere stata innamorata
di voi! - ella osserv con amaro rancore.
- Perch dite questo?
- Perch quando contemplo il vostro ritratto
provo sempre lo stesso furore vendicativo, non mai
sopito. -
Ella teneva il medaglione con la punta delle dita,
come se fosse stato di ferro rovente.
- Quale ritratto? - egli chiese sincero, senza
sospettare a quale immagine ella alludesse.
- Quello che mi mandaste dietro mia richiesta;
quello scimmione di mio marito, o il mio marito
scimmione, come preferite! -
Egli aggrott le sopracciglia riconoscendo l'immagine.
Mietta continu, implacabile e ironica:
- Bella difesa, bel ricordo affettuoso, contro le
audacie importune dei galanti ammiratori, questo
ritratto! Potevo essere orgogliosa e fedele! Un marito
cos attraente!
- Questa immagine non era diretta a voi, Mietta, -
egli disse con tristezza alzando le spalle, addolorato.
- E a chi dunque, se non a me? -
I suoi occhi duri sfidavano quelli di Filippo, che
restava calmo in apparenza.
- Alla sposa che io ripudiavo.
- Con simili procedimenti...
- S... credo che in quell'oltraggioso invio fosse
in giuoco tutta la mia onest.
- La vostra onest? - ella grid. - Chiamate
onest una simile azione?
- Con una donna che non amavo, che mi era
odiosa, con la quale ero fermamente deciso a non
aver nessun legame, non era dunque una questione
di semplice onest rompere ogni rapporto fin dal
primo momento, non permettere nemmeno che la
sua immaginazione femminile s'indugiasse su di
me?...
- Oh, ecco qui l'odiosa logica maschile! Con
simili ragionamenti un uomo calpesta un cuore di
donna, getta la disperazione in un'anima di bambina,
spezza la vita di un essere innocente il cui
solo torto era quello di aver creduto nell'onnipotenza
di un matrimonio con lui! -
Filippo, sotto gli sferzanti rimproveri di Mietta,
era divenuto pallidissimo.
- Ve ne supplico, non avvilitemi, - egli disse
scivolando in ginocchio dinanzi a lei e circondandole
la vita con le braccia. - Vi ho detto che avevo
tutti i torti... La sposa ha il diritto di maledirmi,
ma voi, Mietta, siate generosa! Vi ho amata subito
fin dal primo sguardo... Mia piccola Mietta, siate
buona, vi amo e sono tanto infelice.
- Ma insomma, - ella disse - questo dualismo
non esiste; non  possibile che io sia nello stesso
tempo colei che avete odiata e colei che dite di
amare ora. E questo non toglie che io, per causa
vostra, abbia conosciuto la peggiore disperazione
nella quale pu sprofondare un'anima di ventanni.
Voi non mi risparmiaste nessuna umiliazione, e ci
volle il tenero affetto di una vecchia signora per
togliermi dall'abisso nel quale il vostro disprezzo
mi aveva gettata.
- Oh, Mietta! - egli gemette. - Vi ho supplicata
da principio di non metter tra noi questi cattivi
ricordi, questi amari rancori... Io feci male,
ma voi siate buona... -
Filippo si era accasciato ai suoi piedi e, con la
testa nascosta tra le pieghe della sua gonna, si faceva
cos umile in quella posa abbandonata, che
Mietta s'interruppe, con gli occhi fissi su quella
testa di uomo che si umiliava cos.
Quello sfogo aveva calmato la sua collera.
Ora riandava con la mente a tutti i tristi incidenti
della sua vita di sposa: la partenza di Filippo laggi
la mattina del matrimonio: la sua via crucis
a fianco di Martina nella Svizzera, dove destava la
curiosit di tutti; Rosa Trianon, l'umile artista che
si era dedicata a lei per renderla una fanciulla simile
alle altre... perch non fosse pi questo...
questo mostro....
A un tratto si chiese se non aveva tanto sofferto
del disprezzo di Filippo, proprio perch, senza saperlo,
costui non le era indifferente.
Ripens alle lettere del giovane marito che la irritavano
tanto e a tutta la sua smania di vendetta;
a tutto quel desiderio che egli si occupasse di lei
a qualunque costo, tanto che pagava i cronisti perch
mettessero il suo nome nei loro resoconti e la
citassero come presente alle feste mondane alle quali
non assisteva nemmeno! -
Se questo non era stato un oscuro bisogno di
amarlo, perch allora lo attendeva da tre giorni,
perch era cos felice di vederlo ora vicino a s e
non si sentiva il coraggio di lasciarlo andar via?...
Se la sua anima era soltanto piena di un desiderio
di vendetta, perch non lo aveva gi fatto mettere
alla porta, mentre da un'ora le diceva parole d'amore
che ella non voleva credere?...
Queste cose passavano e ripassavano nella sua
mente, e intanto i suoi occhi osservavano la mano
sinistra dell'uomo che si appoggiava sulla sua.
All'anulare scintillava l'anello matrimoniale.
Quell'anello la commosse pi di tutte le parole
del conte. Era sicura che non l'aveva in dito pochi
giorni prima; anzi, ne aveva notata l'assenza. L'oro
luccicava come nuovo: quell'anello non doveva essere
stato portato molto. Cap che Filippo se l'era
rimesso in dito per lei. Quest'idea le fece passare
un brivido in tutto il corpo. Dunque suo marito
non mentiva quando diceva di amarla ora; quando
parlava del colpo di fulmine imprevisto e involontario;
quando diceva che era disperato di trovarsi
in una condizione cos atroce di fronte a lei?
In preda a una commozione sconosciuta che le
stringeva la gola e le sconvolgeva l'animo, Mietta
cominci a tremare in tutte le membra.
Il conte si accrse del suo turbamento. L'improvviso
silenzio di Mietta cominciava a preoccuparlo.
Alz la testa, e ansiosamente guard quel visino
cos gravemente assorto.
Sul petto della giovane donna il medaglione era
rimasto aperto, e la testa della scimmia sembrava
sghignazzare sul naso dell'innamorato perplesso.
Le mani di Filippo afferrarono la catenella e la
spezzarono con un colpo secco.
Mietta vide il suo gioiello sparire nella tasca del
giovanotto, e non tent di protestare. Al contrario,
cap che quel gesto era necessario da parte di lui.
Mentre egli la guardava felice, gli tocc la mano
e indic l'anello matrimoniale.
- L'altro giorno non l'avevate? - gli chiese
con dolcezza.
- No, - confess Filippo. - Non l'ho portato
mai...
- Quando ve lo siete messo?
- Dopo la vostra partenza, quando conobbi il
legame che ci univa.
- Quel legame conta dunque ancora per voi?
- Oh, mia adorata, per sempre, se voi volete! -
I loro occhi s'incontrarono, si penetrarono; le
lacrime velavano quelli di Mietta
Mostrando la mano sinistra nella quale l'anello
matrimoniale scintillava, ella mormor con un singhiozzo
soffocato.
- Il mio non mi ha mai lasciata!... -
Una lacrima scivol lungo la sua guancia pallida,
poi un'altra, e un'altra ancora, senza che ella
capisse se piangeva di dolore o di gioia.
Non seppe nemmeno come la cosa avvenne...
Ma ud la voce di Filippo, tutta vibrante d'infinito
amore:
- Oh, no, Mietta, non piangere; ti voglio tanto
bene! -
A un tratto si trov tra le braccia del giovanotto,
sent che egli la stringeva forte a s, che le sue labbra
bevevano le sue lacrime, premevano la sua bocca
in un bacio ardente, senza fine...
In uno stato di felicit incosciente, nel quale tutto
il suo essere sprofondava, ud parole d'amore di
una dolcezza infinita, sent gesti di tenerezza...
E si abbandon tutta nelle braccia di Filippo.
Quando riprese coscienza della realt, cap che
non poteva pi esservi nessuna barriera tra suo
marito e lei.
E poich i suoi grandi occhi di bambina si aprivano
pensosamente nel vuoto di tutto quel rancore
ormai sfumato, Filippo si chin su di lei con improvvisa
inquietudine:
- Non pensare al passato, mia deliziosa bambina,
non riflettere... Ti amo, tu sei tutto per me...
Mia bella contessina, vedrai, saremo tanto felici tutti
e due... sempre! -
Allora dolcemente, e questa volta conscia del suo
gesto, Mietta si rannicchi tutta tra le forti braccia
di suo marito.
Con la testa appoggiata sul petto di colui che
l'aveva conquistata cos rapidamente (a passo di
carica! avrebbe detto la baronessa), Mietta si sent
felice, finalmente!
- In ogni modo, sono vendicata, Filippo mio!
Tu non volevi conoscermi, e ora mi ami e non mi
lascerai pi.
- No, mai! Tu sarai la mia contessina per sempre! -
...
.
...
FINE.